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US Army Abu Ghraib

Il rapporto Usa sulle torture contro i detenuti

Nell’inferno

Proponiamo di seguito ampi brani di un “memorandum per il capo di Stato maggiore dell’Esercito” degli Stati Uniti sulla questione degli abusi nelle carceri militari americane in Iraq e Afghanistan. Il documento, datato 21 luglio 2004, è stato completamente declassi.cato il 15 marzo di quest’anno; porta la .rma del generale ispettore del Dipartimento dell’Esercito e ha per oggetto le ispezioni compiute dallo stesso all’interno delle prigioni e delle altre strutture di detenzione.

Prefazione
Questo rapporto segue la disposizione del 10 febbraio 2004 del segretario esecutivo dell’Esercito per un’analisi funzionale sulla condotta dell’Esercito in merito alle operazioni di detenzione e alle procedure di interrogatorio allo scopo di rilevare comportamenti inadeguati e avanzare suggerimenti o cambiamenti.

Sulla base di questa ispezione si osserva che:
• la grande maggioranza dei nostri ufficiali e dei soldati è ben consapevole della necessità di trattare umanamente i detenuti, e in tal modo si sta comportando;
• non sono state rilevate deficienze nel sistema tali da causare abusi; incidenti di questo tipo sono stati il risultato di inosservanze degli standard di disciplina e valori dell’Esercito da parte di individui singoli e, in alcuni casi, della mancata imposizione di tali norme da parte di alcuni ufficiali;
• nell’attuale situazione operativa, occorre mostrare capacità di adattamento; i soldati stanno già lavorando in tal senso, ma è essenziale adattare anche la nostra dottrina, la nostra struttura organizzativa e i nostri metodi di addestramento.
Sono stati esaminati due aspetti chiave delle operazioni di detenzione: la cattura, la sicurezza e il trattamento umano dei prigionieri e il metodo utilizzato negli interrogatori per ottenere informazioni di Intelligence. In seguito alle indagini, non state riscontrate mancanze sistematiche direttamente collegabili a situazioni di abuso, però sono state avanzate raccomandazioni per migliorare l’efficacia di tali operazioni. I soldati sono fortemente impegnati in azioni difficili e pericolose contro un nemico che non rispetta le convenzioni di Ginevra; essi devono operare in un contesto in cui le risorse umane sono sottoposte a notevole pressione, soprattutto a livello tattico, dove il contatto con il nemico e la popolazione è più intenso. I soldati sanno bene di dover trattare umanamente i detenuti, in accordo con le leggi del diritto di guerra, come conoscono l’obbligo di riferire casi di abusi, e in effetti agiscono in tal senso. Essi sono stati addestrati per potersi adattare all’ambiente in cui si trovano ad operare; sanno cosa devono fare, in quali condizioni, e con quali norme di riferimento, e la situazione attuale ha richiesto necessariamente un adattamento nelle tattiche, nella tecniche e nelle procedure da loro utilizzate sino ad ora. Allargare la dottrina in modo da fornire ai comandanti flessibilità e adattabilità entro principi ben definiti, li metterà in grado di affrontare queste operazioni; i nostri sistemi di addestramento e formazione a livello individuale, di gruppo e istituzionale devono proseguire in maniera approfondita, fino a simulare realisticamente le ardue condizioni del contesto di destinazione. Scopo principale di questa ispezione non era l’analisi di specifici casi di abusi, ma l’esame di fatti registrati in modo da stabilire quali ne siano state le cause fondamentali. Per fornire il contesto in cui si sono verificati tali episodi, si è calcolato che circa 50.000 individui siano stati detenuti per un certo periodo di tempo dalle forze statunitensi durante le operazioni Enduring freedom e Iraqi freedom, ma i contatti con la popolazione locale ai checkpoint, nei giri di perlustrazione o in altre situazioni fanno alzare il numero dei contatti ben al di sopra dei 50.000 stimati. Al 9 giugno 2004, sono stati registrati 94 casi di abusi di ogni tipo accertati o possibili, includendo furto, offese .siche, violenze sessuali e morte. Gli abusi perpetrati non sono esempi rappresentativi della politica, della dottrina o dell’addestramento dei soldati, essi dovrebbero piuttosto essere considerati per quello che sono, ovvero azioni non autorizzate intraprese da un gruppo di individui, unite, in alcuni casi, alla condotta erronea di ufficiali che non hanno fornito un adeguato controllo né mostrato capacità di comando. Tali azioni, seppur riprovevoli, sono vere e proprie aberrazioni se confrontate con l’operato di quanti lavorano in modo encomiabile.

LE OPERAZIONI DI DETENZIONE - PARTE PRIMA

1. Contesto. Il 10 febbraio 2004, il segretario esecutivo dell’Esercito ha incaricato il generale ispettore del Dipartimento dell’Esercito (Daig) di effettuare una valutazione delle operazioni di detenzione in Afghanistan e Iraq. A questo scopo il Daig ha esaminato le pratiche di internamento, il trattamento dei prigionieri di guerra, le operazioni di detenzione e lemodalità degli interrogatori in entrambi i paesi. Durante l’ispezione sono stati presi in esame soprattutto elementi quali l’adeguatezza della dottrina, dell’organizzazione, dell’addestramento, dell’equipaggiamento, dei vertici
di comando, del personale, dei mezzi (Dotmlpf, Doctrine, Organization, Training, Materiel, Leadership, Personnel, Facilities), degli standard utilizzati, delle strutture a disposizione e della politica a sostegno di queste operazioni.
L’ispezione non ha compiuto ricerche per nessun caso specifico, si tratta piuttosto di un’analisi complessiva sulla gestione da parte dell’Esercito delle operazioni di detenzione in Afghanistan e Iraq.
Il Daig non ha preso in esame il sistema correttivo militare statunitense o le attività presso la base navale di Guantanamo Bay, né l’operato della Cia (Central intelligence agency) e del Dhs (Defence Humint services).
2. Scopo. Eseguire un’analisi funzionale sulle procedure di internamento Al 9 giugno del 2004 sono stati registrati 94 casi di abusi di ogni tipo includendo furto, offese .siche, violenze sessuali e omicidio da parte dell’Esercito, sui prigionieri di guerra, sulle operazioni di detenzione e sulle modalità degli interrogatori, sulle politiche e sulle pratiche alla base delle attuali direttive del Dipartimento della Difesa e dell’Esercito.
La richiesta dell’ispezione è stata motivata dalla necessità di rilevare qualsiasi sistematica deficienza riguardo le pratiche d’internamento, i prigionieri di guerra, le detenzioni, gli interrogatori, con la possibilità di avanzare soluzioni appropriate o, se necessario, cambiamenti.
3. Esecuzione. Due squadre hanno esaminato 26 installazioni in Iraq, in Afghanistan e negli Stati Uniti Continentali (Conus); 10 sono state ispezionate dal gruppo relativo alle indagini Conus, formato da sette persone,
16 dal gruppo Oconus, composto da nove persone. Sono stati interrogati più di 650 capi e soldati, dal grado di soldato semplice a quello di maggiore generale; inoltre, sono stati esaminati 103 rapporti di dichiarazioni di abusi da parte della Divisione investigativa criminale (Cid, Criminal investigation division) e 22 investigazioni di unità che coprono il periodo dal settembre 2002 al giugno 2004.
4. Obiettivi. La squadra operativa Daig si era pre.ssata quattro obiettivi:
a) valutare l’adeguatezza del Dotmlpf dell’Esercito riguardo l’internamento,
i prigionieri di guerra, le operazioni di detenzioni e le modalità degli interrogatori;
b) stabilire gli standard per le forze armate in relazione alle pratiche di internamento, ai prigionieri di guerra, alle operazioni di detenzione, alle procedure per gli interrogatori (per esempio, dimensioni, equipaggiamento, normalizzazione, addestramento);
c) determinare quali possano essere le organizzazioni e strutture attuali e future nell’Esercito responsabili per l’internamento, i prigionieri di guerra, le operazioni di detenzione e le modalità degli interrogatori;
d) individuare e segnalare ogni possibile cambiamento a livello politico riguardo l’internamento, i prigionieri di guerra, le operazioni di detenzione,
gli interrogatori.
5. Sinossi. Nelle aree ispezionate, i membri dell’Esercito stavano espletando le diverse attività relative alla cattura, al trattamento, alla custodia dei prigionieri e alle procedure per gli interrogatori. La grande maggioranza degli ufficiali e dei soldati conosce e aderisce alle disposizioni in fatto di trattamento umano dei detenuti, anche in accordo al diritto di guerra. Il più delle volte, nonostante la pressione dei combattimenti e di prolungate azioni insurrezionali, i soldati mostrano un comportamento assolutamente professionale. Gli abusi registrati in Afghanistan e Iraq non devono essere considerati esempi rappresentativi della politica, della dottrina, dell’addestramento delle truppe; si tratta, in effetti, di azioni non autorizzate commesse da pochi individui e combinate alla mancanza di controllo e a un vuoto di potere in alcuni settori di comando. Tali azioni dunque, di per sé riprovevoli, appaiono aberranti quando confrontate con l’operato esemplare di altri commilitoni. L’analisi funzionale delle procedure d’internamento, dei prigionieri di guerra, delle operazioni di detenzione, così come delle modalità impiegate per gli interrogatori, della politica, delle pratiche seguite, può essere considerata sotto due aspetti principali: 1) la cattura, il controllo e il trattamento dei detenuti, 2) le procedure degli interrogatori. L’ispezione ha stabilito che, nonostante il gravoso impegno richiesto e la mancata osservanza delle Convenzioni di Ginevra da parte del nemico, i comandanti sono stati in grado di adeguarsi a tale contesto e di gestire le operazioni di detenzione in maniera efficace e in linea con i requisiti per un trattamento umano dei detenuti. I risultati più significativi emersi dall’indagine in relazione alla cattura, al trattamento e al controllo dei detenuti:
a) tutti i comandanti, i capi e i soldati interrogati hanno dichiarato di trattare umanamente i detenuti e hanno sottolineato l’importanza di tale comportamento;
b) nei casi esaminati dal Daig, gli abusi sono stati perpetrati da uno o più individui che hanno violato norme basilari della disciplina, della formazione
e dei valori dell’Esercito, a volte unitamente a gravi mancanze nella sfera di comando a livello tattico;
c) fra tutte le strutture ispezionate, soltanto Abu Ghraib è risultata inadeguata all’alloggiamento di detenuti perché ubicata accanto a un insediamento
urbano e spesso sotto fuoco nemico, mettendo a rischio sia i soldati sia i detenuti. Le condizioni del contesto operativo hanno indubbiamente sottoposto a forte pressione quanti sono impegnati in queste aree. L’impegno richiesto ha quindi reso necessario un maggior numero di inquirenti a livello tattico e un miglior addestramento per gli ufficiali dell’Intelligence militare. I risultati più significativi emersi dall’indagine in relazione alle modalità degli interrogatori si possono così riassumere:
a) i comandanti e i capi hanno adattato tecniche, tattiche e procedure alle nuove esigenze e hanno trattenuto i detenuti più a lungo di quanto consentito per poter rispondere alle richieste di informazioni sempre nuove e di rilevanza tattica;
b) la dottrina non speci.ca chiaramente l’interdipendenza né l’indipendenza di ruoli, missioni, responsabilità delle unità di Polizia militare e di Intelligence militare nello svolgimento degli interrogatori;
c) nell’attuale situazione, le unità di Intelligence militare non dispongono di un numero sufficiente di inquirenti e interpreti per poter condurre gli interrogatori ed esaminare i detenuti tempestivamente, determinando uno stallo, se non una potenziale perdita, nella raccolta di informazioni;
d) gli ufficiali dell’Intelligence militare non sono addestrati adeguatamente per gestire al meglio i dati e le risorse umane disponibili;
e) le politiche CJTF-7 (Combined joint task force-7) e CJTF-180 (Combined joint task force-180) approvate ufficialmente e le precedenti pratiche CJTF-180 hanno generalmente incontrato obblighi legali ai sensi della legge statunitense, dei trattati e delle scelte politiche, se applicate con attenzione, da soldati addestrati, nel pieno rispetto delle precauzioni. Gli esperti Daig hanno però rilevato che tali politiche mancavano di chiarezza e contenevano ambiguità e inoltre che l’implementazione, l’insegnamento e la supervisione di queste politiche sono stati inconsistenti. La squadra e di lavoro, tuttavia, analizzando una serie di casi fino al 9 giugno 2004, è giunta alla conclusione che non si è riscontrato alcun caso certo di abuso di detenzione dovuto alle politiche approvate. Le operazioni di detenzione sono state esaminate utilizzando parametri (politica e dottrina, strutture organizzative, addestramento ed educazione,
autorità e disciplina) che incidono sulle modalità di gestione di tali pratiche. Alle semplici osservazioni stilate per ognuno di questi parametri, si uniscono raccomandazioni che, se implementate, consentiranno ai comandanti di condurre in maniera ottimale le attività concernenti la detenzione, di ridurre la possibilità di abusi e di continuare a trattare umanamente i prigionieri. I risultati dell’ispezione sono stati distribuiti in tre sezioni: sezione 3.
Cattura, trattamento e controllo dei detenuti, sezione 4.
Modalità degli interrogatori,
sezione 5.
Altre osservazioni. Forniamo di seguito un sunto
delle prime due sezioni.

Nella gestione delle operazioni di detenzione condotte attualmente con successo dalle forze dell’esercito, i comandanti sottolineano la notevole
importanza riservata al trattamento umano dei prigionieri; ufficiali e soldati agiscono in tal senso e sanno, d’altra parte, di dover riferire episodi di abusi. Laddove si sono verificati casi di abusi, la responsabilità va attribuita a individui singoli che hanno contravvenuto a regole fondamentali della disciplina, dell’educazione e dei valori dell’esercito, aggravati, a volte, da errori commessi dalle autorità competenti che non hanno saputo far rispettare norme disciplinari, assicurare un’efficace supervisione sui soldati e istituire forme di controllo adeguate. Sulla base degli incontri e delle ispezioni eseguiti tra il 7 marzo e il 5 aprile 2004, gli ufficiali e i soldati di stanza in Afghanistan e in Iraq agivano secondo quanto reputavano fosse meglio sia legalmente che moralmente per i propri compagni e per i detenuti loro affidati. Si sono riscontrati in numerosi ufficiali e soldati semplici un elevato grado di professionalità, un profondo radicamento dei valori dell’esercito e un atteggiamento altrettanto coraggioso a livello morale; essi hanno dimostrato autodisciplina e la capacità di mantenere la padronanza di sé anche in situazioni difficili e pericolose. Considerata la natura della minaccia in Afghanistan e Iraq, i soldati si trovano a dover affrontare quotidianamente situazioni di questo tipo e in particolare, nei rapporti con i detenuti, ogni giorno rischiano di subire offese, di contrarre malattie infettive, di essere beffeggiati o di venire alle mani, di essere sporcati dalle loro urine o dalle feci e di dover trattare umanamente chi ha appena attaccato la propria unità o ucciso un compagno. Eppure, la maggioranza dei soldati e del personale militare statunitense continua a occuparsi onestamente dei detenuti. La presente ispezione, con lo scopo di evidenziare le cause e i fattori concorrenti che hanno determinato gli episodi di abuso, è stata condotta analizzando i fatti dalle seguenti prospettive: politica e dottrina, strutture organizzative, addestramento ed educazione, autorità e disciplina. Sono stati inoltre presi in esame gli stanziamenti sul campo di battaglia e la possibilità di una falla trasversale al sistema, corresponsabile di tutti o anche soltanto di un singolo caso di abuso. Da questa indagine non è emerso nulla che possa far pensare a un corto circuito sistemico. I casi di abusi sono imputabili a errori di singoli che non hanno rispettato le norme disciplinari, insieme all’incapacità di alcuni capi di imporre tali norme. Le politiche intraprese, la dottrina e l’addestramento, inoltre, vengono continuamente modificate perché siano adeguate al contesto in cui si svolgono le operazioni di detenzione; gli stessi comandanti si preoccupano di aggiornare le Dall’indagine non emerge nulla che possa far pensare a un corto circuito nel sistema: gli abusi vanno imputati a singoli individui procedure dottrinali al mutare della situazione in campo. I militari agiscono esattamente in base a quanto ci si aspetterebbe da loro. L’esercito deve dunque continuare a formare i propri elementi, ufficiali compresi, tenendo sempre presente l’incertezza dell’ambiente di destinazione. Fra i documenti datati fino al 9 giugno 2004, sono stati esaminati 103 rapporti Cid dell’Esercito e altre 22 relazioni investigative condotti dalle autorità su episodi di abusi o morte di detenuti. Diversi sono gli esiti delle indagini descritte in questi 125 fascicoli: per 31 casi si è stabilito che nessun abuso è stato perpetrato, 71 casi sono chiusi, 54 casi sono ancora in fase di esecuzione o non risolti; si ricorda inoltre che il Cid si occupa di qualsiasi caso di morte di detenuti, a prescindere dalle circostanze. Sottolineando che per i casi ancora aperti i fatti e le circostanze attualmente noti possono essere incompleti e che quindi nuovi elementi possono cambiare la categorizzazione di un caso, la squadra impegnata in questa ispezione ha suddiviso i casi analizzati in diverse categorie in modo da poter considerare tutti i dati finora disponibili e rilevare eventuali tendenze o problemi sistemici. Il presente studio non vuole in alcun modo influenzare i comandanti nell’esercizio indipendente delle proprie responsabilità in seno al codice della giustizia militare (UCMJ, Uniform code of military justice) o altre azioni amministrative. In quanto ispezione condotta dal generale ispettore, questo rapporto non è interessato a condotte individuali, ma a operazioni a livello di politiche e sistemi. In base alle analisi eseguite, .no al 9 giugno 2004, il 48% (45 su 94) degli episodi di abusi dichiarati si sono verificati al punto di cattura, quando i soldati avevano un controllo minimo della situazione, intendendo per “azioni al punto di cattura” le operazioni di detenzione condotte a livello di battaglione o più in basso, prima che i detenuti fossero trasferiti ai centri di raccolta (CP, Collecting points). In questo modo il Daig ha la possibilità di stabilire dove e che tipo di abuso è avvenuto. Il punto di cattura è il momento in cui i contatti con i detenuti si svolgono nelle condizioni di massima pressione psicologica, pericolo e violenza. Il 22% (21 su 94) degli incidenti, invece, è maturato nelle strutture di internamento/ridistribuzione (I/R, Internment/Resettlement), compreso il caso diffusamente pubblicizzato di Abu Ghraib. Tali fatti sono attribuiti a individui singoli venuti meno a regole ben note e/o errori commessi da alcuni capi che non hanno imposto il rispetto di queste norme, non hanno fornito supervisione adeguata, né hanno impedito il veri.carsi di condizioni potenzialmente dannose per i detenuti. Il 20% (19 su 94) degli abusi
riguarda i centri di raccolta; infine, per il 10% (9 su 94) dei casi non si è potuto stabilire, stando ai rapporti Cid, il luogo in cui è avvenuto il fatto. Secondo dati dell’Esercito, più di 50.000 detenuti sono stati catturati o processati. Premesso che anche un solo caso di abuso è inaccettabile, ma anche che l’elevato numero dei detenuti e il difficile contesto operativo favoriscono la possibilità di abusi, si può concludere che la grande maggioranza dei militari impiegati stanno conducendo il proprio lavoro nel rispetto delle norme umanitarie. Tali incidenti non si verificano quando i soldati sono disciplinati, ben consapevoli delle procedure e degli obblighi nel riferire casi di abusi, né quando i superiori impongono il rispetto di un trattamento umano dei detenuti, attuano pratiche di controllo, prendono provvedimenti non appena scorgono la possibilità di abusi. I sopralluoghi e gli incontri effettuati hanno dimostrato che tali corretti comportamenti sono ben noti alla maggior parte del personale militare. Sono state condotte ispezioni alle strutture di Bagram, Baghdad e Camp Bucca, e soltanto Abu Ghraib è stato trovato in condizioni di sovraffollamento, situato accanto a un’area densamente abitata e lungo una strada pericolosa, spesso soggetta a colpi di mortai o razzi nemici. L’ubicazione dei campi all’interno della prigione non risponde perfettamente agli scopi della missione: le torri non erano sistemate in modo da sostenere campi di fuoco sovrapposti e coprire punti ciechi; porte non funzionali impedivano una corretta fruizione delle vie d’ingresso e d’uscita, le aree per le
sortite non venivano usate in maniera appropriata. La qualità del cibo era scadente così come inadeguate erano le riserve di acqua fresca. I detenuti non avevano accesso a bunker o rifugi per proteggersi da fuoco nemico all’esterno delle mura di Abu Ghraib.

Sezione 4.
Modalità degli interrogatori Un flusso continuo di informazioni a livello tattico è essenziale per il successo delle operazioni militari, soprattutto in situazioni di questo tipo. I comandanti ne sono ben consapevoli e cercano di trattenere più a lungo i detenuti ai punti di cattura per raccogliere dati d’intelligence utili e da impiegare immediatamente nelle strategie di battaglia. Occorre dunque creare le condizioni ottimali per ottenere i migliori risultati e per questo tanto gli ufficiali quanto i soldati semplici devono mostrare capacità di adattamento al mutevole contesto in cui si trovano ad operare. Il 61% (25 individui su 41) dei capi di compagnia e battaglione intervistati ai punti di cattura ha affermato che la propria unità ha stabilito i centri di raccolta e che i detenuti vengono trattenuti da un minimo di 12 ore a un massimo di 30 giorni. La ragione principale per cui le unità trattenevano i detenuti stava nella necessità di condurre esami e interrogatori nelle immediate vicinanze del punto di cattura, mentre i tempi più o meno lunghi dei fermi
comportavano infrastrutture, maggiori cure mediche, medicina preventiva, personale addestrato, problemi logistici e di sicurezza. Gli organici in queste sedi non possedevano la formazione istituzionale richiesta e quindi non conoscevano o erano incapaci di implementare in pieno le politiche dell’Esercito in settori quali le operazioni di detenzione, la sicurezza, la medicina preventiva, le modalità per gli interrogatori. La dottrina non speci.ca chiaramente la relazione tra le operazioni della Polizia militare (MP, Military police) nelle strutture I/R e le indagini condotte in queste stesse strutture dall’Intelligence militare (MI, Military intelligence). Neppure le rispettive dottrine definiscono in maniera inequivocabile l’interdipendenza, o l’indipendenza, di ruoli, missioni e responsabilità dei due apparati nelle pratiche di detenzione: secondo i dettami della Polizia militare, la MI può rimanere nei luoghi di detenzione insieme al personale MP e condurre interrogatori, auspicando anche azioni coordinate
nella stesura delle procedure operative; non vengono però accettate procedure MI in strutture di competenza MP, e non viene neanche spiegato il ruolo del personale MP negli interrogatori. D’altra parte, la dottrina MI non definisce le procedure MP d’internamento o il ruolo del personale MI in ambienti di questo tipo; contrariamente alle istruzioni MP, la FM (Field manual) 34-52, Interrogatorio Intelligence, del 28 settembre 1992, stabilisce una partecipazione attiva di membri MP agli interrogatori: «Gli esaminatori devono coordinarsi con il personale MP nell’area del fermo sui rispettivi ruoli durante l’indagine. Le guardie MP devono essere informate sul luogo in cui deve avvenire l’esame, sulle modalità di trasferimento dei detenuti e dei prigionieri di guerra dal luogo del fermo, e quali comportamenti possono facilitare le procedure di analisi». Sottomettere la custodia e il controllo della missione della Polizia militare al bisogno dell’Intelligence di avere informazioni, può determinare situazioni in cui possono verificarsi atteggiamenti non sanzionabili e abusi. L’incapacità del personale MP e MI di comprendere i reciproci campi d’azione e doveri può rappresentare una seria minaccia per l’efficacia dei sistemi di protezione e delle modalità degli interrogatori. Riguardo l’istituzione e le procedure da seguire negli interrogatori, non esistono linee guide esaurienti sulla terminologia, l’organizzazione e le funzioni delle strutture preposte. Al tempo dell’ispezione, per le operazioni Enduring freedom (OEF, Operation enduring freedom) e Iraq freedom (OIF, Operation Iraq freedom), vi erano apparati come il Joint interrogation facilities e il Joint interrogation and debriefing center che si occupavano della raccolta di informazioni, e in
entrambi le sezioni d’intelligence erano studiate per incontrare unicamente le necessità della missione in corso. L’insufficienza di inquirenti e interpreti e la loro dispersione per tutta l’area interessata dalla missione, vani.ca in parte gli sforzi per raccogliere dati d’intelligence umana (Humint); informazioni preziose - dunque, fresche, complete, chiare e accurate - rischiano di essere perdute. Gli inquirenti non sono in numero tale da poter seguire esami e interrogatori della gran quantità di detenuti ai centri di raccolta e alle strutture I/R, come insufficiente è il numero delle risorse umane (THT, Tactical human intelligence team) ai punti di cattura impegnate nell’utilizzo di dati d’intelligence a un livello tattico. Stessa situazione per gli interpreti, specialmente per
il personale appartenente alla categoria II autorizzato a prendere parte agli interrogatori. Si cerca di sopperire alle mancanze ricorrendo a inquirenti a contratto che, per offrire un servizio prezioso, devono essere addestrati alle tecniche d’interrogatorio seguite dagli ambienti militari. A causa della scarsezza di intelligence umana, ufficiali d’Intelligence hanno condotto interrogatori sui detenuti senza un’adeguata formazione sulle tecniche Humint per la raccolta e l’analisi dei dati; risulta dunque essenziale istruire questi ufficiali all’utilizzo dell’intero spettro delle risorse tattiche Humint. L’attuale dottrina sugli interrogatori include 17 tipi di approccio, pur riconoscendo alcune altre tecniche addizionali. Punto fondamentale è che l’approccio utilizzato sia umano e in linea con gli obblighi legali. I comandanti delle operazioni OEF e OIF hanno adottato politiche di approccio agli interrogatori differenti. Le CJTF-7 e CJTF-180 approvate ufficialmente hanno generalmente incontrato obblighi legali per la legge statunitense, per trattati e scelte politiche, se applicate con attenzione e da soldati addestrati, nel pieno rispetto delle precauzioni. Il Daig ha riscontrato che alcuni inquirenti non erano stati addestrati a tecniche addizionali né in scuole formali né in programmi di formazione delle unità. Alcune unità A causa del numero ridotto di interpreti gli interrogatori sono stati spesso condotti da personale non adeguatamente preparato non rispettavano politiche di comando corrette al momento dell’ispezione. Sulla base degli studi Cid al 9 giugno 2004, l’ispezione non ha potuto rilevare alcun contatto diretto tra un uso corretto di tecniche approvate e casi confermati di abusi.

6. Conclusioni. Gli ufficiali e i soldati dell’Esercito stanno svolgendo in maniera efficace le operazioni di detenzione e provvedono alla cura e alla sicurezza dei detenuti pur in un intenso contesto operativo. Da questa ispezione, non risultano mancanze nel sistema che possano aver determinato casi di abusi. Questo rapporto fornisce 52 raccomandazioni allo scopo di migliorare la realizzazione di operazioni chiave nelle procedure di detenzione: tenere il nemico lontano dal campo di battaglia in condizioni umane e di sicurezza e ottenere dati d’intelligence in accordo alle norme proprie dell’Esercito. […]

LE OPERAZIONI DI DETENZIONE - PARTE SECONDA
In questa ispezione, al 9 giugno 2004, sono stati presi in esame 103 rapporti della divisione criminale investigativa (CID) e 22 indagini condotti dalla catena di comando e includenti abuso o morte del detenuto. Diversi sono gli esiti delle indagini descritte in questi 125 fascicoli: per 31 casi si è stabilito che nessun abuso è stato perpetrato, 71 casi sono chiusi, 54 casi sono ancora in fase di esecuzione o non risolti; si ricorda inoltre che il Cid si occupa di qualsiasi caso di morte di detenuti, a prescindere dalle circostanze. Sottolineando che per i casi ancora aperti i fatti e le circostanze attualmente noti possono essere incompleti e che quindi nuovi elementi possono cambiare la categorizzazione di un caso, la squadra impegnata in questa ispezione ha suddiviso i casi analizzati in diverse categorie in modo da poter considerare tutti i dati finora disponibili e rilevare eventuali tendenze o problemi sistematici. Il presente studio non vuole né dovrebbe in alcun modo influenzare i comandanti nell’esercizio indipendente delle proprie responsabilità in seno al Codice della giustizia militare (UCMJ) o altre azioni amministrative. In quanto ispezione condotta dal generale ispettore, questo rapporto non è interessato a condotte individuali, ma a operazioni a livello di politiche e sistemi. I 125 casi in esame sono stati suddivisi in due categorie:
a) casi in cui nessun abuso è stato perpetrato;
b) casi in cui vi è sospetto o conferma di abuso.
La prima categoria è stata ulteriormente divisa in: casi di morte (incluse morti per cause naturali e omicidi giustificati su sentenza della corte marziale); altre circostanze (inclusi casi in cui vi erano prove insufficienti per stabilire se fosse avvenuto o meno un abuso e casi in cui le autorità hanno dichiarato, attraverso indagini o sentenze di corti marziali, che non è stato commesso abuso). È stato calcolato un totale di 19 morti naturali e omicidi giustificati, insieme a 12 casi di prove insufficienti o sentenze di abuso non commesso. Le morti sono avvenute nelle seguenti località: 15 alle strutture I/R, 1 ai centri di raccolta principali, 1 ai centri di raccolta temporanei, 2 ai punti di cattura (POC, Point of contact). Gli episodi per i quali non è stato riconosciuto alcun abuso riguardano: in 2 casi, le strutture I/R, in 1 caso i centri di raccolta principali, in 2 casi i centri temporanei, in 5 casi i punti di cattura, infine per gli ultimi due casi non è stato possibile individuare il luogo del supposto abuso o non rientrava nelle categorie dottrinali. La seconda categoria è stata divisa in morti ingiuste, morti per cause ignote e altri presunti abusi (per esempio offese personali, offese sessuali, furto). Si registra un totale di 20 morti e 74 episodi di abusi. Le morti sono avvenute nelle seguenti località: 10 presso le strutture I/R, nessuna ai centri di raccolta principali, 5 ai centri temporanei, 5 ai punti di cattura. Gli altri 74 casi presi in esame si sono veri.cati: 11 presso le strutture I/R, 3 ai centri di raccolta principali, 11 ai centri temporanei, 40 ai punti di cattura, 9 in località che non è stato possibile identi.care o che non rientravano nelle categorie dottrinali. Al 9 giugno 2004, il 48% (45 su 94) degli episodi di abusi sono avvenuti ai punti di cattura, intendendo per “azioni al punto di cattura” le operazioni di detenzione condotte a livello di battaglione o più in basso, prima che i detenuti fossero trasferiti ai centri di raccolta. In questo modo il Daig ha la possibilità di stabilire dove e che tipo di abuso è avvenuto. Il punto di cattura è il momento in cui i contatti con i detenuti si svolgono nelle condizioni di massima pressione psicologica, pericolo e violenza. Il 56% (29 su 52) degli incidenti ai punti di cattura è stato registrato nel periodo aprile-agosto 2003, quando le truppe erano impegnate in pesanti combattimenti, eppure, anche in questa fase, soldati e uf.ciali hanno denunciato circostanze che potevano indurre ad abusi e sono seguiti provvedimenti in merito. La maggior parte di tali incidenti è stato il risultato di azioni di individui che, al momento del contatto con detenuti, sono venuti meno al. Molte infrazioni si sono avute quando chi è
entrato in contatto con i detenuti ha perso il senso di disciplina e di integrità militare senso di autodisciplina e di integrità che comporta lo status militare. In alcuni casi si è invece riscontrato un chiaro intento criminale da parte di soggetti totalmente incuranti della propria condizione di soldato. Il 22% (21 su 94) degli incidenti è invece avvenuto presso le strutture I/R, compreso l’ormai noto Abu Ghraib; di tali abusi sono responsabili individui che hanno ignorato regole ben note, con l’aggravante di errori commessi da alcuni capi che non hanno imposto il rispetto di queste norme, non hanno fornito supervisione adeguata, né hanno impedito il verificarsi di condizioni potenzialmente dannose per i detenuti. Pur riconoscendo che non dovrebbero mai verificarsi episodi di questo tipo, dall’analisi dei 125 rapporti presi in considerazione, il Daig non ha potuto riscontrare alcuna falla sistematica che possa aver contribuito a determinare casi di abuso. Per “sistematico” si intende un problema molto diffuso e che si manifesta secondo schemi ripetitivi. Un problema sistematico può dunque interessare, in senso orizzontale, molti diversi tipi di unità, o può riguardare, in senso verticale, differenti livelli di comando, dai più bassi ai
più alti. Il Daig ha invece stabilito che episodi di maltrattamenti a detenuti sono eventi isolati; a volte, sono risultati coinvolti alte personalità militari,
persino un luogotenente colonnello, tuttavia la catena di comando ha generalmente preso provvedimenti in caso di denuncia di abusi. Sottolineando che per i casi ancora aperti i fatti e le circostanze attualmente noti possono essere incompleti e che quindi nuovi elementi possono cambiare la categorizzazione di un caso, la squadra impegnata in questa ispezione ha suddiviso i casi analizzati in diverse categorie in modo da poter considerare tutti i dati finora disponibili e rilevare eventuali tendenze o problemi sistemici. Il presente studio non vuole in alcun modo influenzare i comandanti nell’esercizio indipendente delle proprie responsabilità in seno al codice della giustizia militare (UCMJ) o altre azioni amministrative. Le ispezioni condotte in Iraq e Afghanistan non hanno trovato episodi di abusi che non fossero già stati riferiti alle autorità competenti e ogni fatto era già oggetto di indagine. Unità recentemente tornate dall’Iraq hanno fornito alla squadra Daig cinque nuovi casi di potenziali abusi avvenuti prima del gennaio 2004; di ognuno di essi, venne data comunicazione al Cid e alle autorità competenti. Non esistono prove di insabbiature di abusi da parte dei soldati statunitensi e ciò può essere il risultato delle sedute di sensibilizzazione proposte ai soldati, resi in tal modo più consapevoli delle Il 48% degli incidenti si è verificato nei punti di cattura proprie responsabilità nel riferire possibili casi di abusi. Gli abusi oggetto di indagini e inchieste possono essere suddivisi in due grandi categorie: alla prima appartengono casi di abusi isolati, incidenti cioè che accadono una volta soltanto e che vedono coinvolti individui irresponsabili, nella seconda categoria, invece, si trovano “abusi progressivi”, così chiamati perché da un incidente che risulta isolato si sviluppa in seguito un crescendo di episodi di violenza. Esistono ricerche sul comportamento delle guardie nelle carceri e nei campi dei prigionieri di guerra nemici (EPW, Enemy prisoners of war) e altri prigionieri di guerra (POW, Prisoners of war), alle quali bisogna aggiungere l’esperienza del Dipartimento della difesa (DoD, Department of defense) negli addestramenti di simulazione alla resistenza di prigionieri di guerra. Secondo alcuni studi, nonostante un valido addestramento e un ottimo sistema di controllo, possono veri.carsi comportamenti sbagliati (riguardo il comportamento guardia/prigioniero si veda C. Haney, C. Banks, P. Zimbardo, A study of prisoners and guards in a simulated prison, the Office of naval research, 1973; mentre per uno studio più recente e con un interessante commento si veda P. Zimbardo, A situationalist perspective on the psychology of evil: understand how good people are trasformed into perpetrators, in Arthur Miller (ed.), The social psychology of good and evil: understanding our capacity for kindness and cruelty, New York, Guilford, 2004. Meritevoli anche le ricerche di Stanley Milgram, a partire da Obedience to authority, New York, Harper and Row, 1974). Dunque il DoD simulava e organizzava addestramenti che preparassero a fronteggiare tali situazioni, anche attraverso un attento controllo per prevenire
eventuali casi di abusi. Fattori concorrenti agli abusi descritti nella categoria di incidenti isolati sono anche uno scarso addestramento (elemento piuttosto comune nei rapporti analizzati dal Daig), scarsa autodisciplina, situazioni sconosciute (inclusi i motivi di tensione nelle fasi di combattimento) e una mancanza delle procedure di controllo (meccanismi specifici di supervisione). Il comando ha raccomandato per gli abusi della prima categoria consultazioni, azioni amministrative, il ricorso al codice di giustizia militare, fino alla corte marziale. Fattori concorrenti che determinano abusi sono inoltre uno scarso addestramento e l’assenza di specifici processi di controllo Di seguito vengono riportati quattro esempi contenuti nella prima categoria fra i 125 citati in precedenza:
• Un incidente si è verificato in una struttura I/R dove un sergente maggiore donna e tre suoi subordinati hanno tentato di colpire diversi detenuti
appena giunti al campo; altri soldati che non erano alle sue dipendenze sono riusciti a contenere la situazione e hanno denunciato il sergente maggiore
alla catena di comando, che ha preso provvedimenti. Tutti e quattro i soldati sono stati allontanati dall’Esercito e a tre di loro sono state comminate pene non giudiziali.
• In un altro incidente uno specialista stava minacciando dei detenuti affermando che avrebbe potuto sparare contro di loro; una guardia ha riferito il fatto e lo specialista è stato immediatamente richiamato dai superiori. Il comandante ha applicato l’articolo 15, per evitare il ripetersi del gesto.
• Di nuovo in una struttura d’internamento, uno specialista e un sergente hanno iniziato a punire un detenuto con eccessiva violenza. Un altro soldato di una compagnia differente si è unito a loro. Il sergente di plotone ha scoperto il fatto e ha immediatamente sollevato entrambi i soldati del suo plotone, facendo poi pressioni perché si prendessero provvedimenti contro tutti e tre; in effetti essi hanno ricevuto punizioni sulla base dell’articolo 15.
• Infine, un altro caso riguarda le percosse sul capo inflitte da un inquirente a un detenuto durante un interrogatorio. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha appreso i fatti dal responsabile della sezione del detenuto. Il comandante ha dunque avviato delle indagini e ha ordinato l’applicazione dell’articolo 15; ha inoltre disposto che agli interrogatori fossero presenti due soldati. In questi esempi, dunque, gli abusi vennero scoperti immediatamente dal comando, che intraprese misure correttive. Secondo un sottufficiale (NCO, Noncommissioned officer) appartenente a un’unità che non aveva avuto alcun caso di abuso, i vari livelli di controllo da parte della supervisione NCO assicuravano il rispetto delle regole d’ingaggio (ROE, Rules of engagement), mentre i capi e il sergente di plotone mantenevano rigide norme per tutti i membri della Polizia militare. Un inquirente NCO inoltre ha dichiarato che nella propria unità dei soldati venivano fatti entrare nella stanza dove si svolgevano gli interrogatori in modo da evitare violazioni alle norme ROE per gli interrogatori. L’indagine psicologica condotta (vedi sopra) rivela che in condizioni come quelle delle carceri, dove minori sono le possibilità di abusi e dove non vengono prese misure correttive, si verifica una escalation di violenza; se non si pone rimedio a un abuso perpetrato e ne vengono coinvolte diverse persone, c’è una distribuzione delle responsabilità che rende più semplice ai singoli commettere violenze, si sviluppa cioè una sorta di “deresponsabilizzazione” che consente agli individui di razionalizzare e giusti.care il proprio comportamento (si veda in proposito A. Bandura, Moral disengagement in the perpetration of inhumanities, “Personality and social psychology review”, 1999). In almeno 11 dei 125 casi analizzati dal Daig, le autorità non presero immediate misure correttive e tale grave mancanza va attribuita a scarsa disciplina, ambigue procedure di comando e di controllo sia sulla struttura che sugli individui, linee guida poco chiare sul trattamento dei detenuti, scarsa attenzione per la supervisione e la denuncia di incidenti, o addirittura, seppure in pochissimi casi, forme di complicità ad alti livelli nella catena di comando fino al grado di luogotenente colonnello. Questo porta alla seconda categoria, nella quale sono classificati gli abusi che da incidenti isolati si sviluppano in crescenti episodi di violenza. Di seguito sono riportati cinque esempi dei 125 rapporti analizzati; in questi casi, non sono state prese contromisure .no a che l’abuso non divenne generalizzato:
• Gli incidenti che hanno coinvolto Tier 1A ad Abu Ghraib sono iniziati non più tardi di ottobre e sono continuati .no al dicembre 2003. Le offese perpetrate dalle guardie ai danni dei detenuti erano cominciate con forme di abusi e umiliazioni minime, non particolarmente pesanti, che sono però cresciute .no a vere ingiurie .siche. Non esistevano processi di controllo formali come ad esempio un’ispezione di routine di Tier 1A nelle ore notturne o un monitoraggio elettronico per rilevare facilmente abusi e richiedere l’intervento del comando. Infine un soldato, riconoscendo la serie di errori che si stavano commettendo, denunciò i fatti al Cid. Il 20
marzo 2004 sono state pronunciate le accuse contro 6 soldati MP riserva per abusi su detenuti, e altre indagini sono ancora in corso.
• Un altro caso di abuso, conclusosi con una morte, ha interessato due ufficiali che conducevano interrogatori in maniera scorretta. Un detenuto malato e in sovrappeso è morto durante un interrogatorio. L’indagine Cid contiene deposizioni giurate che non venivano risparmiate percosse e che i due ufficiali erano soliti schiaffeggiare i detenuti durante gli incontri. Non vi erano forme di controllo per monitorare le tecniche utilizzate in quella struttura. Non sembra neppure che ci sia stata supervisione sul comportamento dei due soldati e, sebbene parte del personale di guardia fosse a conoscenza del problema, non vi furono denunce, ma si era quasi diffusa la percezione che questo tipo di atteggiamento fosse consentito dalla catena di comando. Entrambi i soldati hanno ricevuto un ammonimento ufficiale e ulteriori disposizioni sono ancora in esame.
• In un altro incidente un plotone ha fermato due individui, li ha condotti su di un ponte e li ha poi costretti a gettarsi nel fiume sottostante. Uno dei due detenuti è affogato. Testimonianze giurate sostengono che il plotone “nel complesso” aveva discusso in precedenza sull’opportunità di far gettare i due detenuti e il piano sembrava avere in apparenza l’avallo del sergente. Non sembra vi siano stati precedenti incidenti imputabili al plotone, ma in questa circostanza non vi sono dubbi su un’effettiva responsabilità nella morte del detenuto.
• Ancora un caso che vede coinvolto un sergente: un sergente di prima classe (SFC, Sergeant first class) ha esortato i suoi subalterni a picchiare due detenuti con le parole “dateci dentro”. Accadde nel cuore della notte, senza che fosse attiva nessuna supervisione e in un centro di raccolta dove era stanziata un’unità di fanteria. Pare che il soldato avesse già dato ordini simili in precedenza e alcuni dei subordinati fecero effettivamente ciò che era stato richiesto. Il caso è stato portato alla Corte marziale speciale e sommaria e il sergente ha subito un declassamento (SSG, Staff Sergeant) e un altro provvedimento punitivo, un SSG è stato degradato a specialista e ha avuto 30 giorni di confino, un altro, colpevole per una specifica violazione, è stato degradato a sergente, infine uno specialista è stato condannato al pagamento di una cifra forfettaria di 1092 dollari e ai lavori forzati senza confino per 45 giorni.
• L’ultimo caso riguarda un soldato che, dopo aver ripetuto più volte di voler uccidere un iracheno, ha effettivamente sparato e ucciso un detenuto ammanettato e che è probabilmente inciampato mentre stava scappando dal soldato. L’episodio è ancora sotto inchiesta. Nonostante l’obiettivo dell’addestramento DoD alla legge di guerra sia la totale eliminazione di ogni forma di abuso, difficilmente si potrà raggiungere questo risultato, per diversi motivi:
a) il particolare stato psicologico di chi ha il completo controllo di un altro individuo può costituire un elemento fondamentale nell’insorgenza di atteggiamenti vicini ad abusi, ed è lo stesso tipo di processo che si sviluppa in carcere, nei campi dei prigionieri EPW/POW e nell’addestramento DoD. Persino nei soggetti meglio formati e monitorati, questa è una costante minaccia. È possibile comunque tentare di ridurre il problema attraverso addestramenti mirati e basati su norme ben precise insieme a un’attenta supervisione da parte delle autorità;
b) uno scarso addestramento nella gestione dei detenuti può aumentare il rischio di abusi. Sebbene la maggior parte dei soggetti intervistati sia stata educata secondo le regole dei diritto di guerra, molti non sono stati sottoposti a una formazione speci.ca; tipico è il caso di quegli individui che conducono interrogatori senza averne le competenze;
c) altra fonte di possibili abusi sono istruzioni poco chiare dalla catena di comando; alcuni soldati, infatti, credevano che il comando ben tollerasse un trattamento più duro dei detenuti, con la conseguenza di poter incorrere più facilmente in offese ai prigionieri. L’indagine Taguba rivela che il comando della brigata 800 MP (I/R) non aveva in effetti comunicato correttamente ai soldati le condizioni per un trattamento umano dei detenuti. I comandanti devono dunque imporre direttive assolutamente chiare e assicurarsi che i soldati eseguano tali direttive, anche attraverso una supervisione efficiente;
d) in alcuni soldati esiste un vero atteggiamento criminale;
e) il combattimento - nuova esperienza per molti elementi - insieme a quanto esposto sopra, può costituire una giustificazione per i soldati, che, in una situazione di pericolo, avvertono una sorta di “disimpegno morale”, una minore responsabilità per le loro azioni;
f) la scarsa disciplina, spesso risultato di una scarsa sorveglianza, favorisce ovviamente la possibilità di abusi. L’indagine Taguba ha chiaramente rilevato una seria mancanza di disciplina nelle unità oggetto di ispezione. Gli ultimi tre fattori possono essere affrontati rendendo i soldati più consapevoli delle proprie responsabilità e delle norme cui devono attenersi ed esortando i comandi a un maggiore controllo sui propri elementi. Quasi tutti i casi esaminati dal Daig erano eventi isolati; non appena informata dei fatti che stavano accadendo, la catena di comando è infatti subito intervenuta con misure adeguate. Quei casi, invece, in cui non si è intervenuto immediatamente con azioni correttive, spesso perché le autorità non ne erano state messe al corrente, hanno portato a forme progressive Un’inadeguata preparazione nella gestione dei detenuti unita a istruzioni poco chiare aumenta il rischio di ripetuti abusi e offese di abusi. I fattori che hanno permesso questi sviluppi e le misure successivamente
intraprese sono riassunti di seguito:
a) un debole meccanismo di controllo sul comportamento dei soldati riduce la possibilità che l’abuso venga scoperto. Un sottufficiale NCOIC (Noncommisioned officer in charge) ha ricordato che i capi non visitavano spesso i luoghi di stanziamento e che non vide il comandante o il sergente maggiore (CSM, Command sergeant major) neanche quando i soldati si trovarono oggetto di fuoco nemico. In risposta a questa mancanza, alcune unità hanno disposto procedure operative che includevano anche precisi sistemi di controllo, come ad esempio la presenza di un certo numero di addetti durante gli interrogatori, o la firma da parte di tutti i soldati di un documento in cui ci si impegnava ad assumere un atteggiamento corretto, o l’incarico a ufficiali indipendenti di monitorare tutte le operazioni di detenzione, con la piena facoltà di esaminare qualsiasi aspetto in qualsiasi momento all’interno delle proprie strutture;
b) un abuso può essere favorito anche da un certo clima permissivo, che pur non intenzionalmente, incide nei rapporti con i detenuti; un ufficiale ne ha dato testimonianza e questo si è manifestato soprattutto nei primi giorni in Iraq. Fra le possibili risposte, le norme CJTF-7 per le operazioni di detenzione, pubblicate il 30 novembre 2003, affermano che occorre «trattare tutte le persone con dignità e rispetto», inoltre, il 12 ottobre dello stesso anno, la CJFT-7 ha presentato un memorandum in cui si precisa che tutti gli interrogatori dovrebbero essere «esercitati in maniera umana e legale, con una supervisione sufficiente da parte di inquirenti ben addestrati. Inquirenti e personale addetto alla sorveglianza devono assicurare una condotta uniforme, attenta e sicura degli interrogatori»;
c) in caso di abuso, la tolleranza o un comportamento non appropriato da parte della catena di comando a qualsiasi livello può determinare un incremento nella frequenza e nell’intensità dell’offesa. In alcuni casi, la percezione, vera o meno, che altre agenzie governative (OGA, Other governmental agencies) avessero condotto gli interrogatori in maniera più drastica di quanto stabilito dall’Esercito, lasciò credere che gli alti comandi consentissero metodi di questo tipo. Come già detto, il CJTF-7 ha iniziato a pubblicare delle precise direttive per un trattamento umano dei detenuti. Occorre però ricordare che molti altri soldati hanno compiuto il loro dovere, riconoscendo gli abusi e denunciandone i responsabili; alcuni hanno poi impedito che commilitoni maltrattassero i detenuti, dando prova di coraggio e senso morale. Sono stati riferiti anche abusi perpetrati da comandanti e altri capi. L’indagine riguarda quindi un numero limitato di soldati, mentre nel complesso i militari, pur in difficili condizioni operative, sono riusciti a trattare umanamente anche quei nemici che opponevano forte resistenza.