La
minaccia fondamentalista e le responsabilità
degli Stati Uniti
Dopo l'11 settembre, gli sviluppi della politica
estera statunitense sono stati indicativi della
percezione che l'America ha di se stessa, del mondo
esterno e in particolare dei mondi arabo e islamico.
Questo tipo di percezione, nato una decina di anni
fa, ha niziato ad assumere una forma concreta dopo
gli attacchi. Si basa fondamentalmente sull'idea
e gli articoli del politologo americano Francis
Fukuyama, che crede nella tesi che il mondo moderno
abbia reagito alla fine del suo sviluppo politico,
economico e sociale con la vittoria del capitalismo
liberistico occidentale e che non esiste più
un luogo in cui questo modello possa trovare resistenze
o essere rifiutato, nella convinzione dell’assenza
di società alternative in grado di competere.
Adesso che la storia dell'umanità è
arrivata al "lieto" fine ipotizzato da
Fukuyama, gli Stati Uniti - punto più alto
e leader del modello capitalista - hanno gradualmente
iniziato ad adottare un tipo di politica estera
più "messianica" e ad applicarla
anche all’esterno dei tradizionali confini
dell’Occidente. L'élite americana e
la sua leadership stanno propagandando questo vittorioso
capitalismo da una parte all'altra del globo, quasi
si trattasse di un gospel virtuale, sfruttando l’intero
arsenale delle proprie capacità. Secondo
tale logica, il mondo è diviso come lo era
all'epoca degli antichi romani in una parte civilizzata
(prima era l'antica Roma, adesso è l'America)
che sovrasta una vasta area di nazioni barbariche
che vivono nel buio e che hanno bisogno di qualcuno
che le civilizzi.
L'11 settembre e gli eventi che gli sono succeduti
hanno solo confermato questa percezione dell'America
di se stessa e del resto del mondo, ma facendola
crescere di misura. La teoria di Fukuyama sul trionfo
dell'Ovest e del modello capitalista entra in conflitto
con le teorie di Samuel Huntington, il più
famoso esperto di relazioni internazionali, convinto
che lo scontro di civiltà continuerà
in futuro, soprattutto tra quella occidentale e
quelle Arabo-islamica, cinese confuciana e russa
ortodossa. Dopo l'11 settembre, però, le
due teorie sono state fuse insieme per forgiare
una nuova strategia americana e portare avanti un
certo tipo di iniziative politiche – con il
sostegno del G8 - come quelle dell’ex segretario
di Stato Colin Powell verso una partnership in Medio
Oriente in vista di un Grande Medio Oriente.
L'amministrazione statunitense parte dal punto di
vista di Fukuyama e lo porta avanti parallelamente
alle tesi di Huntington su un'inevitabile scontro
con la civiltà arabo-islamica, prima del
trionfo del modello capitalistico occidentale. Gli
eventi dell'11 settembre – considerati una
minaccia del terrorismo di matrice arabo-islamica
contro il progresso e la civilizzazione occidentale
- avrebbero semplicemente dimostrato la verità
di questa visione. Una sintesi delle due teorie
ha quindi dato forma alla missione "messianica"
dell'amministrazione statunitense: rifacendosi alla
teoria del conflitto di Huntington, qualsiasi tipo
di resistenza deve essere eliminato per arrivare
– secondo quanto profetizzato da Fukuyama
- al trionfo del capitalismo occidentale. In questo
senso, il mondo arabo e quello islamico rappresentano
il maggior ostacolo per il lieto fine della storia,
cosa che ha convinto la Casa Bianca a utilizzare
tutti i mezzi necessari per ovviare al problema.
Il primo obiettivo è quello di riformare
il mondo arabo-islamico così da riadattarlo
alle esigenze strategiche degli Usa. Questo da una
parte consente il soddisfacimento della profezia
di Fukuyama e dall'altra assicura la sovranità
e l'egemonia dei punti strategici e dei cardini
dell'economia globale. Certamente, ottenere il controllo
dell’area arabo-islamica per riformarla internamente,
è ancora più importante se si considera
che le maggiori riserve mondiali di greggio giacciono
nel Golfo Persico e nell'Asia centrale. Regioni
che al tempo stesso sono punti strategici a livello
militare. Anche l'Europa unita, “seduta”
accanto al mondo arabo, è un obiettivo importante
per la politica estera statunitense, il cui scopo
è quello di controllare il più alto
numero di riserve di petrolio nel Golfo per regolamentare
la crescita economica europea, nonostante esista
una all'alleanza militare tra Usa e Europa. L’area
arabo-islamica è inoltre di rilievo da un
punto di vista geografico, proprio perché
si trova al confine di due potenze nucleari, Russia
e Cina (civiltà che Huntington vede in conflitto
con l'Ovest e che Fukuyama vede come modelli socio-economici
e politici contrapposti se non antitetici al modello
capitalistico occidentale) che a loro volta sarà
fondamentale sottomettere e controllare perché
la storia finisca come “deve”.
Perseguendo questa visione "messianica"
attraverso il suo enorme arsenale di materie prime
e capacità tecniche, gli Usa hanno iniziato
a dirigere qualsiasi tipo di forza militare, politica,
mediatica e culturale in direzione del primo obiettivo
strategico: il mondo arabo, e il più esteso
mondo dell'Islam. L'amministrazione Usa sta facendo
pressioni perché siano gli stessi Paesi arabi
ad auto-riformarsi e a costruire nuove basi politiche
e sociali. Gli Usa hanno adottato la forza militare
in occasione dell'invasione e dell'occupazione dell'Iraq
e prima ancora durante l'occupazione dell'Afghanistan;
l’uso della forza si può vedere inoltre
quotidianamente in Israele, nelle campagne contro
il popolo palestinese. Anche se pensa che la pressione
militare sia una misura strategica sufficiente per
dare nuova forma alla regione e al mondo, Washington
ha anche iniziato a brandire la spada delle riforme
interne, così da completare la sua missione
e assicurarsi l’egemonia. Questo è
il contesto che ha portato alla Partnership per
il Medio Oriente e al Grande Medio Oriente.
Nel secondo mandato di George Bush si è visto
un graduale sviluppo della teoria di Fukuyama-Huntington,
in risposta alle richieste di una parte della dirigenza
a stelle e strisce di favorire “riforme interne”
nelle “altre” società. Queste
riforme dovrebbero seguire il modello occidentale
e il presidente Bush ne ha personalmente fatto un
obiettivo prioritario della sua politica estera.
La portata geografica delle richieste americane
si è inoltre allargata per includere, oltre
i mondi arabo e islamico, la Federazione russa e,
in maniera più indiretta, la Cina. Si tratta
esattamente delle società fatte oggetto dalla
teoria di Fukuyama-Huntington, considerate il controaltare
di quel modello occidentale, che Fukuyama profetizza
sarà il vincitore della storia.
Basandosi sulla sintesi della teoria di Fukuyama-Huntington,
le posizioni degli elementi più conservatori
dell'amministrazione Usa - che controllano attivamente
la politica estera americana e in particolare quella
orientata verso il Medio Oriente - si sono cristallizzate
in due obiettivi e interessi strategici. Il primo,
più tradizionale e materiale fine è
quello di gestire le posizioni militari nella regione
così da sovrastare altri poteri forti che
potrebbero trovarsi in competizione con l'esercito
o l'economia Usa, circoscrivendone la forza e soffocandola
nel momento in cui è ancora in potenza (Cina,
Russia e Unione Europea). Il secondo fine è
invece ideologico e trae linfa dall'aspirazione
americana di riorganizzare il mondo secondo quanto
previsto dalla teoria di Fukuyama, partendo proprio
dagli arabi e dai musulmani.
Le fondamenta teoriche sono legate a un altro elemento
– teorico e pratico - che ha fortemente contribuito
allo sviluppo della politica estera americana nel
mondo in genere, in Medio Oriente in particolare.
Si tratta dell'enorme arsenale di armi di cui dispongono
gli Stati Uniti e che, nel tempo, è iniziato
ad essere più un peso che uno strumento utile
a raggiungere obiettivi strategici. Analisi di numerosi
studiosi e ricercatori occidentali e americani,
come ad esempio quelle di Paul Kennedy, fin dalla
metà degli anni '80 hanno sostenuto che il
ruolo degli Usa nello scacchiere globale si dovrebbe
ridurre drasticamente di importanza entro la fine
della prima decade del XXI secolo a causa della
contemporanea crescita di Cina e Unione Europea.
Previsioni che partono dalla considerazione che
le spese militari americane hanno un impatto negativo
sulla crescita economica interna, al contrario invece
di quanto accade in Cina e in Europa i cui governi
limitano i fondi destinati all’esercito a
vantaggio dello sviluppo economico. L'ala conservatrice
dell'amministrazione Usa ha quindi deciso di usare
l'arsenale militare di cui si dispone direttamente
in politica estera, trasformandolo in uno strumento
positivo e idoneo a consolidare il primato al vertice
della piramide globale.
Politica americana nel mondo arabo e in Medio Oriente
Possiamo basarci sulla teoria appena delineata per
considerare le attuali politiche americane nel mondo
arabo e in Medio Oriente. E’ in seguito agli
attacchi a Washington e New York nel settembre del
2001 che la politica estera di Bush inizia a prendere
una forma chiara: gli attacchi determinano cambi
fondamentali della strategia americana in Medio
Oriente e quest’ultima è tuttora in
evoluzione. In parte, si può affermare che
la sintesi teorica discussa sopra ha iniziato a
prendere forma proprio allora: l'invasione e l'occupazione
dell'Iraq hanno rappresentato una direttrice centrale
del nuovo pensiero americano e per le correnti conservatrici
dell'amministrazione Usa, l'occupazione dell'Iraq,
dopo quella dell'Afghanistan, ha rappresentato una
prima forma di applicazione pratica dello loro teorie
in difesa degli interessi strategici statunitensi,
sia tradizionali che ideologici. Inoltre l'invasione
ha dato modo di impiegare il gigantesco arsenale
militare di cui si parlava in precedenza. Oggi,
a più di due anni dall’occupazione,
la scena all’interno dell’Iraq, nel
Golfo, in Medio Oriente – in pratica nell’intero
mondo arabo-islamico - è completamente diversa
dal quadro esistente prima della guerra: l'invasione
anglo-americana e l'occupazione sono stati due eventi
unici per l'Iraq e per gli arabi in generale. E’
vero infatti che per l’Iraq si è trattato
del terzo conflitto in un ventennio, ma è
anche vero che il Paese non veniva occupato da decenni:
c’era stata una presenza della Gran Bretagna
durante la Prima guerra mondiale (1914-1918), in
seguito erano arrivati l'indipendenza (1932) e l’ingresso
nella Società delle Nazioni, poi un nuova
occupazione nel corso della Seconda guerra mondiale
(1939-1945) fino alla piena indipendenza con la
dichiarazione della Repubblica nel 1958.
E’ la prima volta nella storia recente che
una superpotenza, gli Stati Uniti (insieme al fido
alleato britannico), dichiari una guerra contro
uno Stato arabo e lo occupi. L’ultimo caso
di un Paese arabo occupato militarmente era stato
la Palestina con la formazione di Israele nel 1948.
A causa della sua natura del tutto unica, questa
guerra ha un impatto molto serio sul mondo arabo,
sulla regione del Golfo e sul Medio Oriente, incluso
lo stesso Iraq. Le conseguenze più rilevanti
sono discusse di seguito.
Crescente
ostilità verso gli Stati Uniti e Israele
Nonostante la propagandata “liberazione”
vantata dagli anglo-americani, il primo e più
importante elemento da considerare è che
l’invasione dell’Iraq ha aggiunto un
altro Paese alla lista dei Paesi arabi occupati.
L'Iraq per gli arabi ha ora lo stesso rango della
Palestina, che è in stato di occupazione
da 50 anni, e il peggiorarsi della complessa situazione
palestinese trova un parallelo nel continuo peggiorare
della situazione irachena. Se il supporto americano
ai governi israeliani ha permesso a Israele di continuare
ad occupare terra arabo-palestinese, ostacolando
per così tanti anni una risoluzione del conflitto,
cosa si può dire dell’Iraq attuale,
direttamente occupato dagli Stati Uniti? Per capire
le implicazioni regionali e internazionali dell'invasione
e dell'occupazione dell'Iraq, è sufficiente
ricordare l'impatto che la questione palestinese
ha avuto nel mondo arabo e in Medio Oriente negli
ultimi 50 anni. L'ostitlità nei confronti
degli Usa - sia a livello popolare che da parte
delle élite – raggiunge adesso soglie
inimmaginabili prima, e procede di pari passo con
l'ostilità verso Israele. Questi sentimenti
sono cresciuti più intensamente con il fallimento
di ogni iniziativa o piano di mediazione tra israeliani
e palestinesi (road map inclusa) e con l'escalation
militare di Israele che ha a sua volta incrementato
le azioni di resistenza palestinesi. Questi sentimenti
ostili, in particolare verso gli Usa, sono stati
alimentati dalle accuse mosse da Washington e Israele
alle organizzazioni palestinesi di resistenza (sia
di ispirazione nazionalista che islamica) di aver
pianificato azioni terroristiche, in maniera non
diversa da quelle firmate da al-Qaeda.
Minore stabilità per i regimi arabi
Quando Washington prese la decisione di invadere
e occupare l'Iraq, certamente non considerò
l'impatto che questo avrebbe avuto per i regimi
arabi, e non pensò di dover consultarsi con
gli alleati nella regione per prevedere delle possibili
conseguenze negative. Il logico risultato di una
politica unilaterale di questo tipo è stato
quello di mettere questi regimi in una situazione
difficile, tra l'incudine dell'opinione pubblica
interna - inequivocabilmente contro l'invasione
e l'occupazione giudicata illegittima - e il martello
dei forti legami e interessi comuni con Washington,
cosa che rendeva per loro impossibile rispondere
alla pressione interna. Mano a mano che la sicurezza,
la situazione politica e le condizioni di vita sono
peggiorate con l'occupazione dell'Iraq, e la resistenza
armata si è fatta sempre più forte,
questa contraddizione tra la pressione interna e
quella esterna è diventata difficilmente
gestibile da parte dei regimi arabi. Non solo, è
diventata anche una minaccia per la stabilità
e in alcuni casi la stessa esistenza di alcuni di
questi. Se le condizioni in Iraq e in Palesina continuano
a deteriorarsi e la resistenza a rinforzarsi, i
regimi arabi saranno alla fine costretti a rispondere
alle esigenze di una parte a discapito dell'altra.
La pressione interna, che si immagina crescerà
con continuità, rappresenta un pericolo reale
e molto forte tanto che è probabile che i
vari regimi inizino gradualmente ad accoglierne
le richieste, forse anche sacrificando le relazioni
di amicizia e gli interessi comuni con gli Usa,
unici responsabili di un tale scenario. Questa eventualità
va tenuta in una considerazione ancora maggiore
anche perché molti paesi del Golfo e del
Medio Oriente temono cambiamenti geo-politici come
quelli già evidenti ad esempio in Iraq, dove
da più parti si è iniziato a parlare
della possibilità di dividere il Paese in
più entità o di trasformarlo in un
sistema federale. Queste paure sono animate inoltre
dalle reiterate dichiarazioni di alti rappresentanti
dell'amministrazione Usa in merito ai progetti di
riordinare la mappa della regione secondo i bisogni
di Washington, un vecchio desiderio condiviso anche
da Israele, altro permanente alleato dell’America
nonché occupante nella regione. L'insistenza
dei due alleati di voler cambiare la mappa regionale
mediante l’uso della forza militare può
causare diffuse reazioni violente e far crescere
la tensione e l'instabilità, sia nelle relazioni
regionali che all'interno dei singoli Paesi.
Maggiore portata dei movimenti islamici
Dopo l'11 settembre e l'occupazione dell'Iraq, i
movimenti islamici nel mondo arabo e musulmano hanno
conquistato grande popolarità, in particolare
quelli di ispirazione politica e non-violenti. Questo
è apparso evidente nei risultati delle elezioni
parlamentari in Turchia, Bahrain, Kuwait, Marocco
e Pakistan, Paesi nei quali i movimenti islamici
hanno ottenuto vittorie senza precedenti. In molte
nazioni arabe e islamiche, questo segue un decennio
nel quale le idee fondamentali circa il ruolo dell'Islam
nella società e nella politica sono evolute
attraverso il filtro di politici e intellettuali.
I movimenti islamici non si limitano più
a piccoli gruppi marginali e l'Algeria è
forse l'esempio migliore: dieci anni fa, il Fronte
per la Salvezza Islamica era virtualmente l'unico
gruppo sociopolitico con una piattaforma islamica.
Oggi l'Algeria ha numerosi partiti e gruppi che
condividono l’idea fondamentale sulla quale
poggiava il Fronte per la Salvezza Islamica, con
piccole differenze tra loro. L’accresciuto
potere e la popolarità dei gruppi islamici
pacifisti appare il diretto risultato degli eventi
seguiti all’11 settembre, e in particolare
dell'occupazione dell'Iraq e del deterioramento
delle relazioni tra palestinesi e israeliani. Se,
come sembra, queste due situazioni non cambieranno
nell’immediato, è molto probabile che
i movimenti islamici acquisiscano ancor più
potere e popolarità nel breve e medio termine.
Più odio, radicalismo,
violenza e terrorismo
L'occupazione dell'Iraq e le politiche americane
nal Paese hanno avuto l’effetto di estendere
terrorismo e violenza in nuove aree del mondo arabo,
come si è visto con gli attacchi del maggio
del 2003 nella capitale saudita Riad e a Casablanca,
il più importante centro commerciale del
Marocco. La post-occupazione dell'Iraq è
caratterizzata da suicidi sincronizzati contro obiettivi
americani e civili occidentali, con dozzine di vittime
e centinia di feriti di varie nazionalità.
Analizzando gli attentati sauditi del 2003, così
come gli attacchi in Qatar, Kuwait, Giordania, Siria
ed Egitto (le bombe a Taba nell'ottobre del 2004
e i recenti fatti di Khan al-Khalili) risulta evidente
che i motivi che stanno dietro sono sempre gli stessi:
si tratta di attacchi avvenuti dopo la guerra in
Iraq e la caduta di Baghdad nel 2003, il collasso
del regime di Saddam Hussein e l’occupazione
del Paese da parte delle truppe anglo-americane.
Con il passare del tempo, la verità è
diventata più chiara nonostante in molti
volessero ignorarla: gli eventi in Iraq non sono
semplicemente un fenomeno temporaneo o una fase
transitoria prima di un ritorno alla precedente
stabilità. Piuttosto, l'invasione militare
e l'occupazione dell'Iraq sono state la continuazione
di una insostenibile situazione precedente e avranno
ripercussioni di grande portata nella regione del
Golfo e nell'intero mondo arabo.
Gran parte - se non tutta - della recente instabilità,
della violenza, del terrorismo e delle agitazioni
politiche e sociali in Medio Oriente è il
risultato della caduta di Baghdad e dell'occupazione
anglo-americana dell'Iraq. La maggiorparte delle
nazioni interessate non aveva mai sperimentato un
tipo di instabilità del genere, sebbene avesse
conosciuto forme di terrorismo locale e violento
come l’Egitto e l’Algeria negli anni
'90. Riassumendo possiamo quindi afferemare che
l'occupazione dell'Iraq è stata un violento
terremoto che ha scioccato l'intera regione, mandando
onde d'urto verso la gran parte dei Paesi intorno
all'Iraq. La maggior parte degli atti di terrorismo
e violenza - inclusi gli attacchi kamikaze - è
il risultato della fusione di sentimenti di due
tipi fatti propri da una larga fetta di giovani
in questi Paesi. Da una parte, essi si sentono estremamente
deboli di fronte alla schiacciante forza americana
e occidentale che illecitamente ha occupato l'Iraq
e sostenuto i gruppi sionisti 50 anni prima in Palestina.
Dall'altra, sono arrabbiati per questa debolezza
e provano un senso di grande frustrazione per l’incapacità
di poterla esprimere normalmente, spesso a causa
dei divieti imposti da chi sta al governo. Questa
combinazione di sentimenti contrastanti ha portato
molti giovani a scagliarsi contro coloro che ai
loro occhi rappresentano il nemico della comunità
e della religione, inclusi civili e turisti occidentali
(in particolare americani). Inoltre, esiste un profondo
senso dell’impotenza araba – sia ufficiale
che popolare – rispetto alla schiacciante
potenza militare, tecnologica ed economica in possesso
degli Usa, che, agli occhi della gente, è
capace di ribaltare e controllare chiunque si ponga
contro le sue opinioni o i suoi interessi.
Andando oltre questa complessa serie di ragioni
e di motivazioni, una terza ondata di terrorismo
che ha fatto capolino di recente è quella
che combina caratteristiche di gruppi del terrorismo
internazionale con quello locale, mantenendo però
una propria identità. Questo nuovo tipo di
terrorismo comprende tipologie di soggetti diversi
e ne fanno parte gruppi di varia grandezza, gruppi
appena formati e un gran numero di singoli individui
senza nessuna appartenenza. Ho dato a questa nuova
ondata il nome di "Nuovo Jihad Internazionale"
e "modello Al Qaeda", ma a prescindere
dalla terminologia, è importante sottolineare
il fatto che coloro che fanno parte di questa nuova
ondata di terrorismo sono più attenti agli
eventi regionali e internazionali, che a quelli
interni dei loro Paesi. Il loro scopo è chiaramente
quello di provare a cambiare questi eventi facendo
uso di forza e violenza; in secondo luogo, lo scopo
e la forma delle attività terroristiche variano
a seconda delle condizioni interne, della natura
dei movimenti del jihad islamico locale e dell'esperienza
di ciascun Stato a rapportarsi con questo fenomeno.
Paesi come l'Arabia Saudita, ad esempio, hanno al
loro interno molti gruppi jihadisti attivi con campi
di esperienze diversi e nessun passato di scontri
con le forze di sicurezza, cosa che avrebbe potuto
indebolirli. Certo è che l'Arabia Saudita
è stata particolarmente colpita da attacchi
terroristici. Egitto e Qatar sono stati interessati
invece da attacchi organizzati da individui o da
piccoli gruppi appena formati, a causa dell'assenza
di movimenti jihadisti strutturati e dell’esperienza
acquisita dalle forze di sicurezza - in particolare
da quelle egiziane - in precedenza.
Una terza caratteristica identificativa di questa
nuova ondata di terrorismo è il ruolo centrale
svolto da internet nel diffondere e trasmettere
idee ed esperienze tra i gruppi e i singoli individui.
Negli ultimi cinque anni almeno, e in particolare
dopo l'11 settembre, i movimenti islamici di qualsiasi
natura e di tutto il mondo hanno adottato internet
quale primo strumento per la diffusione di messaggi
e idee. Questo è parte di un più largo
uso e di una più estesa diffusione delle
tecnologie che ha consentito ai gruppi jihadisti
non solo di diffondere il proprio credo politico
e religioso, ma anche di entrare in possesso di
uno strumento utile al Jihad e di un modo per confrontarsi
con il nemico. Il Jihad elettronico ha consentito
a gruppi, movimenti e individui di scambiare idee,
regole religiose, esperienze pratiche, e ha contribuito
ad omologare la forma e il contenuto della violenza
jihadista e del terrorismo in tutto il mondo, in
particolare in quello arabo.
Una quarta caratteristica di questa nuova ondata
di terrorismo è quella legata alle idee prevalenti
tra i gruppi e gli individui interessati. Da una
parte, le idee sono più strettamente collegate
al Jihad della scuola di pensiero salafita che non
al Jihad della scuola di pensiero locale, così
come avveniva in Algeria ed Egitto negli anni '90.
Negli ultimi anni, la scuola del Jihad salafita
- in diverse parti della penisola arabica, in particolare
in Arabia Saudita e nello Yemen, e prima ancora
in Marocco – è diventata una mistura
composta di tradizionale pensiero salafita e jihad
locale e internazionale. Una rete di siti web e
di forum su internet ha svolto un ruolo chiave nel
diffondere il pensiero e il messaggio religioso
di questa scuola in un'area vasta, alimentando così
la terza ondata di terrorismo. Da un punto di vista
operativo e ideologico, articoli, sermoni, letture
e documenti religiosi delle “icone”
di questa corrente hanno avuto un impatto decisivo,
in particolare gli ultimi discorsi di Osama Bin
Laden e Ayman al-Zawahiri. In questi discorsi c’era
una chiara sintesi dell'idea del "nemico distante"
(ovvero delle potenze straniere) e del "nemico
vicino" (i governi arabo-musulmani) descritti
come facce della stessa moneta con le quali la nuova
ondata terrorista avrebbe dovuto confrontarsi simultaneamente.
Anche se non c'è un collegamento né
diretto né indiretto con i capi di Qaedat
al-Jihad, che rimane isolata in Afghanistan o Pakistan,
e tra i gruppi e gli individui che fanno parte di
questa ondata, l'influenza dei primi è stata
ugualmente enorme e le loro idee sono state una
guida per azioni pratiche in molti Paesi. Le azioni
condotte contro il "nemico distante" e
il “nemico vicino" sono cambiate: il
primo obiettivo sono diventati gli stranieri, mentre
il "nemico vicino" è diventato
un obiettivo solo a causa di particolari ragioni
interne (con l’Arabia Saudita al primo posto
tra i Paesi maggiormente colpiti).
Data la complessa rete di motivazioni e caratteristiche
che costituiscono la terza ondata di terrorismo,
il quale combina il terrorismo internazionale non
inquadrato con il terrorismo locale, possiamo prevedere
che questa durerà più a lungo, al
contrario delle due che l’hanno preceduta,
soprattutto perché sta diventando più
strettamente collegata con la seconda ondata di
terrorismo internazionale organizzato. Questa valutazione,
che ad alcuni potrebbe sembrare pessimistica, è
basata sul fatto che a tutt'oggi non abbiamo serie
indicazioni sulla possibilità di eliminare
le radici internazionali e regionali che sono alla
base di questa ondata di terrorismo. Tutte le politiche
locali e le misure di sicurezza necessarie per confrontarla
la ridurranno soltanto di grado, ma non potranno
eliminarla completamente.