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La minaccia fondamentalista e le responsabilità degli Stati Uniti



Dopo l'11 settembre, gli sviluppi della politica estera statunitense sono stati indicativi della percezione che l'America ha di se stessa, del mondo esterno e in particolare dei mondi arabo e islamico. Questo tipo di percezione, nato una decina di anni fa, ha niziato ad assumere una forma concreta dopo gli attacchi. Si basa fondamentalmente sull'idea e gli articoli del politologo americano Francis Fukuyama, che crede nella tesi che il mondo moderno abbia reagito alla fine del suo sviluppo politico, economico e sociale con la vittoria del capitalismo liberistico occidentale e che non esiste più un luogo in cui questo modello possa trovare resistenze o essere rifiutato, nella convinzione dell’assenza di società alternative in grado di competere. Adesso che la storia dell'umanità è arrivata al "lieto" fine ipotizzato da Fukuyama, gli Stati Uniti - punto più alto e leader del modello capitalista - hanno gradualmente iniziato ad adottare un tipo di politica estera più "messianica" e ad applicarla anche all’esterno dei tradizionali confini dell’Occidente. L'élite americana e la sua leadership stanno propagandando questo vittorioso capitalismo da una parte all'altra del globo, quasi si trattasse di un gospel virtuale, sfruttando l’intero arsenale delle proprie capacità. Secondo tale logica, il mondo è diviso come lo era all'epoca degli antichi romani in una parte civilizzata (prima era l'antica Roma, adesso è l'America) che sovrasta una vasta area di nazioni barbariche che vivono nel buio e che hanno bisogno di qualcuno che le civilizzi.
L'11 settembre e gli eventi che gli sono succeduti hanno solo confermato questa percezione dell'America di se stessa e del resto del mondo, ma facendola crescere di misura. La teoria di Fukuyama sul trionfo dell'Ovest e del modello capitalista entra in conflitto con le teorie di Samuel Huntington, il più famoso esperto di relazioni internazionali, convinto che lo scontro di civiltà continuerà in futuro, soprattutto tra quella occidentale e quelle Arabo-islamica, cinese confuciana e russa ortodossa. Dopo l'11 settembre, però, le due teorie sono state fuse insieme per forgiare una nuova strategia americana e portare avanti un certo tipo di iniziative politiche – con il sostegno del G8 - come quelle dell’ex segretario di Stato Colin Powell verso una partnership in Medio Oriente in vista di un Grande Medio Oriente.
L'amministrazione statunitense parte dal punto di vista di Fukuyama e lo porta avanti parallelamente alle tesi di Huntington su un'inevitabile scontro con la civiltà arabo-islamica, prima del trionfo del modello capitalistico occidentale. Gli eventi dell'11 settembre – considerati una minaccia del terrorismo di matrice arabo-islamica contro il progresso e la civilizzazione occidentale - avrebbero semplicemente dimostrato la verità di questa visione. Una sintesi delle due teorie ha quindi dato forma alla missione "messianica" dell'amministrazione statunitense: rifacendosi alla teoria del conflitto di Huntington, qualsiasi tipo di resistenza deve essere eliminato per arrivare – secondo quanto profetizzato da Fukuyama - al trionfo del capitalismo occidentale. In questo senso, il mondo arabo e quello islamico rappresentano il maggior ostacolo per il lieto fine della storia, cosa che ha convinto la Casa Bianca a utilizzare tutti i mezzi necessari per ovviare al problema.
Il primo obiettivo è quello di riformare il mondo arabo-islamico così da riadattarlo alle esigenze strategiche degli Usa. Questo da una parte consente il soddisfacimento della profezia di Fukuyama e dall'altra assicura la sovranità e l'egemonia dei punti strategici e dei cardini dell'economia globale. Certamente, ottenere il controllo dell’area arabo-islamica per riformarla internamente, è ancora più importante se si considera che le maggiori riserve mondiali di greggio giacciono nel Golfo Persico e nell'Asia centrale. Regioni che al tempo stesso sono punti strategici a livello militare. Anche l'Europa unita, “seduta” accanto al mondo arabo, è un obiettivo importante per la politica estera statunitense, il cui scopo è quello di controllare il più alto numero di riserve di petrolio nel Golfo per regolamentare la crescita economica europea, nonostante esista una all'alleanza militare tra Usa e Europa. L’area arabo-islamica è inoltre di rilievo da un punto di vista geografico, proprio perché si trova al confine di due potenze nucleari, Russia e Cina (civiltà che Huntington vede in conflitto con l'Ovest e che Fukuyama vede come modelli socio-economici e politici contrapposti se non antitetici al modello capitalistico occidentale) che a loro volta sarà fondamentale sottomettere e controllare perché la storia finisca come “deve”.
Perseguendo questa visione "messianica" attraverso il suo enorme arsenale di materie prime e capacità tecniche, gli Usa hanno iniziato a dirigere qualsiasi tipo di forza militare, politica, mediatica e culturale in direzione del primo obiettivo strategico: il mondo arabo, e il più esteso mondo dell'Islam. L'amministrazione Usa sta facendo pressioni perché siano gli stessi Paesi arabi ad auto-riformarsi e a costruire nuove basi politiche e sociali. Gli Usa hanno adottato la forza militare in occasione dell'invasione e dell'occupazione dell'Iraq e prima ancora durante l'occupazione dell'Afghanistan; l’uso della forza si può vedere inoltre quotidianamente in Israele, nelle campagne contro il popolo palestinese. Anche se pensa che la pressione militare sia una misura strategica sufficiente per dare nuova forma alla regione e al mondo, Washington ha anche iniziato a brandire la spada delle riforme interne, così da completare la sua missione e assicurarsi l’egemonia. Questo è il contesto che ha portato alla Partnership per il Medio Oriente e al Grande Medio Oriente.
Nel secondo mandato di George Bush si è visto un graduale sviluppo della teoria di Fukuyama-Huntington, in risposta alle richieste di una parte della dirigenza a stelle e strisce di favorire “riforme interne” nelle “altre” società. Queste riforme dovrebbero seguire il modello occidentale e il presidente Bush ne ha personalmente fatto un obiettivo prioritario della sua politica estera. La portata geografica delle richieste americane si è inoltre allargata per includere, oltre i mondi arabo e islamico, la Federazione russa e, in maniera più indiretta, la Cina. Si tratta esattamente delle società fatte oggetto dalla teoria di Fukuyama-Huntington, considerate il controaltare di quel modello occidentale, che Fukuyama profetizza sarà il vincitore della storia.
Basandosi sulla sintesi della teoria di Fukuyama-Huntington, le posizioni degli elementi più conservatori dell'amministrazione Usa - che controllano attivamente la politica estera americana e in particolare quella orientata verso il Medio Oriente - si sono cristallizzate in due obiettivi e interessi strategici. Il primo, più tradizionale e materiale fine è quello di gestire le posizioni militari nella regione così da sovrastare altri poteri forti che potrebbero trovarsi in competizione con l'esercito o l'economia Usa, circoscrivendone la forza e soffocandola nel momento in cui è ancora in potenza (Cina, Russia e Unione Europea). Il secondo fine è invece ideologico e trae linfa dall'aspirazione americana di riorganizzare il mondo secondo quanto previsto dalla teoria di Fukuyama, partendo proprio dagli arabi e dai musulmani.
Le fondamenta teoriche sono legate a un altro elemento – teorico e pratico - che ha fortemente contribuito allo sviluppo della politica estera americana nel mondo in genere, in Medio Oriente in particolare. Si tratta dell'enorme arsenale di armi di cui dispongono gli Stati Uniti e che, nel tempo, è iniziato ad essere più un peso che uno strumento utile a raggiungere obiettivi strategici. Analisi di numerosi studiosi e ricercatori occidentali e americani, come ad esempio quelle di Paul Kennedy, fin dalla metà degli anni '80 hanno sostenuto che il ruolo degli Usa nello scacchiere globale si dovrebbe ridurre drasticamente di importanza entro la fine della prima decade del XXI secolo a causa della contemporanea crescita di Cina e Unione Europea. Previsioni che partono dalla considerazione che le spese militari americane hanno un impatto negativo sulla crescita economica interna, al contrario invece di quanto accade in Cina e in Europa i cui governi limitano i fondi destinati all’esercito a vantaggio dello sviluppo economico. L'ala conservatrice dell'amministrazione Usa ha quindi deciso di usare l'arsenale militare di cui si dispone direttamente in politica estera, trasformandolo in uno strumento positivo e idoneo a consolidare il primato al vertice della piramide globale.

Politica americana nel mondo arabo e in Medio Oriente

Possiamo basarci sulla teoria appena delineata per considerare le attuali politiche americane nel mondo arabo e in Medio Oriente. E’ in seguito agli attacchi a Washington e New York nel settembre del 2001 che la politica estera di Bush inizia a prendere una forma chiara: gli attacchi determinano cambi fondamentali della strategia americana in Medio Oriente e quest’ultima è tuttora in evoluzione. In parte, si può affermare che la sintesi teorica discussa sopra ha iniziato a prendere forma proprio allora: l'invasione e l'occupazione dell'Iraq hanno rappresentato una direttrice centrale del nuovo pensiero americano e per le correnti conservatrici dell'amministrazione Usa, l'occupazione dell'Iraq, dopo quella dell'Afghanistan, ha rappresentato una prima forma di applicazione pratica dello loro teorie in difesa degli interessi strategici statunitensi, sia tradizionali che ideologici. Inoltre l'invasione ha dato modo di impiegare il gigantesco arsenale militare di cui si parlava in precedenza. Oggi, a più di due anni dall’occupazione, la scena all’interno dell’Iraq, nel Golfo, in Medio Oriente – in pratica nell’intero mondo arabo-islamico - è completamente diversa dal quadro esistente prima della guerra: l'invasione anglo-americana e l'occupazione sono stati due eventi unici per l'Iraq e per gli arabi in generale. E’ vero infatti che per l’Iraq si è trattato del terzo conflitto in un ventennio, ma è anche vero che il Paese non veniva occupato da decenni: c’era stata una presenza della Gran Bretagna durante la Prima guerra mondiale (1914-1918), in seguito erano arrivati l'indipendenza (1932) e l’ingresso nella Società delle Nazioni, poi un nuova occupazione nel corso della Seconda guerra mondiale (1939-1945) fino alla piena indipendenza con la dichiarazione della Repubblica nel 1958.
E’ la prima volta nella storia recente che una superpotenza, gli Stati Uniti (insieme al fido alleato britannico), dichiari una guerra contro uno Stato arabo e lo occupi. L’ultimo caso di un Paese arabo occupato militarmente era stato la Palestina con la formazione di Israele nel 1948. A causa della sua natura del tutto unica, questa guerra ha un impatto molto serio sul mondo arabo, sulla regione del Golfo e sul Medio Oriente, incluso lo stesso Iraq. Le conseguenze più rilevanti sono discusse di seguito.

Crescente ostilità verso gli Stati Uniti e Israele
Nonostante la propagandata “liberazione” vantata dagli anglo-americani, il primo e più importante elemento da considerare è che l’invasione dell’Iraq ha aggiunto un altro Paese alla lista dei Paesi arabi occupati. L'Iraq per gli arabi ha ora lo stesso rango della Palestina, che è in stato di occupazione da 50 anni, e il peggiorarsi della complessa situazione palestinese trova un parallelo nel continuo peggiorare della situazione irachena. Se il supporto americano ai governi israeliani ha permesso a Israele di continuare ad occupare terra arabo-palestinese, ostacolando per così tanti anni una risoluzione del conflitto, cosa si può dire dell’Iraq attuale, direttamente occupato dagli Stati Uniti? Per capire le implicazioni regionali e internazionali dell'invasione e dell'occupazione dell'Iraq, è sufficiente ricordare l'impatto che la questione palestinese ha avuto nel mondo arabo e in Medio Oriente negli ultimi 50 anni. L'ostitlità nei confronti degli Usa - sia a livello popolare che da parte delle élite – raggiunge adesso soglie inimmaginabili prima, e procede di pari passo con l'ostilità verso Israele. Questi sentimenti sono cresciuti più intensamente con il fallimento di ogni iniziativa o piano di mediazione tra israeliani e palestinesi (road map inclusa) e con l'escalation militare di Israele che ha a sua volta incrementato le azioni di resistenza palestinesi. Questi sentimenti ostili, in particolare verso gli Usa, sono stati alimentati dalle accuse mosse da Washington e Israele alle organizzazioni palestinesi di resistenza (sia di ispirazione nazionalista che islamica) di aver pianificato azioni terroristiche, in maniera non diversa da quelle firmate da al-Qaeda.

Minore stabilità per i regimi arabi
Quando Washington prese la decisione di invadere e occupare l'Iraq, certamente non considerò l'impatto che questo avrebbe avuto per i regimi arabi, e non pensò di dover consultarsi con gli alleati nella regione per prevedere delle possibili conseguenze negative. Il logico risultato di una politica unilaterale di questo tipo è stato quello di mettere questi regimi in una situazione difficile, tra l'incudine dell'opinione pubblica interna - inequivocabilmente contro l'invasione e l'occupazione giudicata illegittima - e il martello dei forti legami e interessi comuni con Washington, cosa che rendeva per loro impossibile rispondere alla pressione interna. Mano a mano che la sicurezza, la situazione politica e le condizioni di vita sono peggiorate con l'occupazione dell'Iraq, e la resistenza armata si è fatta sempre più forte, questa contraddizione tra la pressione interna e quella esterna è diventata difficilmente gestibile da parte dei regimi arabi. Non solo, è diventata anche una minaccia per la stabilità e in alcuni casi la stessa esistenza di alcuni di questi. Se le condizioni in Iraq e in Palesina continuano a deteriorarsi e la resistenza a rinforzarsi, i regimi arabi saranno alla fine costretti a rispondere alle esigenze di una parte a discapito dell'altra. La pressione interna, che si immagina crescerà con continuità, rappresenta un pericolo reale e molto forte tanto che è probabile che i vari regimi inizino gradualmente ad accoglierne le richieste, forse anche sacrificando le relazioni di amicizia e gli interessi comuni con gli Usa, unici responsabili di un tale scenario. Questa eventualità va tenuta in una considerazione ancora maggiore anche perché molti paesi del Golfo e del Medio Oriente temono cambiamenti geo-politici come quelli già evidenti ad esempio in Iraq, dove da più parti si è iniziato a parlare della possibilità di dividere il Paese in più entità o di trasformarlo in un sistema federale. Queste paure sono animate inoltre dalle reiterate dichiarazioni di alti rappresentanti dell'amministrazione Usa in merito ai progetti di riordinare la mappa della regione secondo i bisogni di Washington, un vecchio desiderio condiviso anche da Israele, altro permanente alleato dell’America nonché occupante nella regione. L'insistenza dei due alleati di voler cambiare la mappa regionale mediante l’uso della forza militare può causare diffuse reazioni violente e far crescere la tensione e l'instabilità, sia nelle relazioni regionali che all'interno dei singoli Paesi.

Maggiore portata dei movimenti islamici
Dopo l'11 settembre e l'occupazione dell'Iraq, i movimenti islamici nel mondo arabo e musulmano hanno conquistato grande popolarità, in particolare quelli di ispirazione politica e non-violenti. Questo è apparso evidente nei risultati delle elezioni parlamentari in Turchia, Bahrain, Kuwait, Marocco e Pakistan, Paesi nei quali i movimenti islamici hanno ottenuto vittorie senza precedenti. In molte nazioni arabe e islamiche, questo segue un decennio nel quale le idee fondamentali circa il ruolo dell'Islam nella società e nella politica sono evolute attraverso il filtro di politici e intellettuali. I movimenti islamici non si limitano più a piccoli gruppi marginali e l'Algeria è forse l'esempio migliore: dieci anni fa, il Fronte per la Salvezza Islamica era virtualmente l'unico gruppo sociopolitico con una piattaforma islamica. Oggi l'Algeria ha numerosi partiti e gruppi che condividono l’idea fondamentale sulla quale poggiava il Fronte per la Salvezza Islamica, con piccole differenze tra loro. L’accresciuto potere e la popolarità dei gruppi islamici pacifisti appare il diretto risultato degli eventi seguiti all’11 settembre, e in particolare dell'occupazione dell'Iraq e del deterioramento delle relazioni tra palestinesi e israeliani. Se, come sembra, queste due situazioni non cambieranno nell’immediato, è molto probabile che i movimenti islamici acquisiscano ancor più potere e popolarità nel breve e medio termine.

Più odio, radicalismo, violenza e terrorismo
L'occupazione dell'Iraq e le politiche americane nal Paese hanno avuto l’effetto di estendere terrorismo e violenza in nuove aree del mondo arabo, come si è visto con gli attacchi del maggio del 2003 nella capitale saudita Riad e a Casablanca, il più importante centro commerciale del Marocco. La post-occupazione dell'Iraq è caratterizzata da suicidi sincronizzati contro obiettivi americani e civili occidentali, con dozzine di vittime e centinia di feriti di varie nazionalità. Analizzando gli attentati sauditi del 2003, così come gli attacchi in Qatar, Kuwait, Giordania, Siria ed Egitto (le bombe a Taba nell'ottobre del 2004 e i recenti fatti di Khan al-Khalili) risulta evidente che i motivi che stanno dietro sono sempre gli stessi: si tratta di attacchi avvenuti dopo la guerra in Iraq e la caduta di Baghdad nel 2003, il collasso del regime di Saddam Hussein e l’occupazione del Paese da parte delle truppe anglo-americane.
Con il passare del tempo, la verità è diventata più chiara nonostante in molti volessero ignorarla: gli eventi in Iraq non sono semplicemente un fenomeno temporaneo o una fase transitoria prima di un ritorno alla precedente stabilità. Piuttosto, l'invasione militare e l'occupazione dell'Iraq sono state la continuazione di una insostenibile situazione precedente e avranno ripercussioni di grande portata nella regione del Golfo e nell'intero mondo arabo.
Gran parte - se non tutta - della recente instabilità, della violenza, del terrorismo e delle agitazioni politiche e sociali in Medio Oriente è il risultato della caduta di Baghdad e dell'occupazione anglo-americana dell'Iraq. La maggiorparte delle nazioni interessate non aveva mai sperimentato un tipo di instabilità del genere, sebbene avesse conosciuto forme di terrorismo locale e violento come l’Egitto e l’Algeria negli anni '90. Riassumendo possiamo quindi afferemare che l'occupazione dell'Iraq è stata un violento terremoto che ha scioccato l'intera regione, mandando onde d'urto verso la gran parte dei Paesi intorno all'Iraq. La maggior parte degli atti di terrorismo e violenza - inclusi gli attacchi kamikaze - è il risultato della fusione di sentimenti di due tipi fatti propri da una larga fetta di giovani in questi Paesi. Da una parte, essi si sentono estremamente deboli di fronte alla schiacciante forza americana e occidentale che illecitamente ha occupato l'Iraq e sostenuto i gruppi sionisti 50 anni prima in Palestina. Dall'altra, sono arrabbiati per questa debolezza e provano un senso di grande frustrazione per l’incapacità di poterla esprimere normalmente, spesso a causa dei divieti imposti da chi sta al governo. Questa combinazione di sentimenti contrastanti ha portato molti giovani a scagliarsi contro coloro che ai loro occhi rappresentano il nemico della comunità e della religione, inclusi civili e turisti occidentali (in particolare americani). Inoltre, esiste un profondo senso dell’impotenza araba – sia ufficiale che popolare – rispetto alla schiacciante potenza militare, tecnologica ed economica in possesso degli Usa, che, agli occhi della gente, è capace di ribaltare e controllare chiunque si ponga contro le sue opinioni o i suoi interessi.
Andando oltre questa complessa serie di ragioni e di motivazioni, una terza ondata di terrorismo che ha fatto capolino di recente è quella che combina caratteristiche di gruppi del terrorismo internazionale con quello locale, mantenendo però una propria identità. Questo nuovo tipo di terrorismo comprende tipologie di soggetti diversi e ne fanno parte gruppi di varia grandezza, gruppi appena formati e un gran numero di singoli individui senza nessuna appartenenza. Ho dato a questa nuova ondata il nome di "Nuovo Jihad Internazionale" e "modello Al Qaeda", ma a prescindere dalla terminologia, è importante sottolineare il fatto che coloro che fanno parte di questa nuova ondata di terrorismo sono più attenti agli eventi regionali e internazionali, che a quelli interni dei loro Paesi. Il loro scopo è chiaramente quello di provare a cambiare questi eventi facendo uso di forza e violenza; in secondo luogo, lo scopo e la forma delle attività terroristiche variano a seconda delle condizioni interne, della natura dei movimenti del jihad islamico locale e dell'esperienza di ciascun Stato a rapportarsi con questo fenomeno. Paesi come l'Arabia Saudita, ad esempio, hanno al loro interno molti gruppi jihadisti attivi con campi di esperienze diversi e nessun passato di scontri con le forze di sicurezza, cosa che avrebbe potuto indebolirli. Certo è che l'Arabia Saudita è stata particolarmente colpita da attacchi terroristici. Egitto e Qatar sono stati interessati invece da attacchi organizzati da individui o da piccoli gruppi appena formati, a causa dell'assenza di movimenti jihadisti strutturati e dell’esperienza acquisita dalle forze di sicurezza - in particolare da quelle egiziane - in precedenza.
Una terza caratteristica identificativa di questa nuova ondata di terrorismo è il ruolo centrale svolto da internet nel diffondere e trasmettere idee ed esperienze tra i gruppi e i singoli individui. Negli ultimi cinque anni almeno, e in particolare dopo l'11 settembre, i movimenti islamici di qualsiasi natura e di tutto il mondo hanno adottato internet quale primo strumento per la diffusione di messaggi e idee. Questo è parte di un più largo uso e di una più estesa diffusione delle tecnologie che ha consentito ai gruppi jihadisti non solo di diffondere il proprio credo politico e religioso, ma anche di entrare in possesso di uno strumento utile al Jihad e di un modo per confrontarsi con il nemico. Il Jihad elettronico ha consentito a gruppi, movimenti e individui di scambiare idee, regole religiose, esperienze pratiche, e ha contribuito ad omologare la forma e il contenuto della violenza jihadista e del terrorismo in tutto il mondo, in particolare in quello arabo.
Una quarta caratteristica di questa nuova ondata di terrorismo è quella legata alle idee prevalenti tra i gruppi e gli individui interessati. Da una parte, le idee sono più strettamente collegate al Jihad della scuola di pensiero salafita che non al Jihad della scuola di pensiero locale, così come avveniva in Algeria ed Egitto negli anni '90. Negli ultimi anni, la scuola del Jihad salafita - in diverse parti della penisola arabica, in particolare in Arabia Saudita e nello Yemen, e prima ancora in Marocco – è diventata una mistura composta di tradizionale pensiero salafita e jihad locale e internazionale. Una rete di siti web e di forum su internet ha svolto un ruolo chiave nel diffondere il pensiero e il messaggio religioso di questa scuola in un'area vasta, alimentando così la terza ondata di terrorismo. Da un punto di vista operativo e ideologico, articoli, sermoni, letture e documenti religiosi delle “icone” di questa corrente hanno avuto un impatto decisivo, in particolare gli ultimi discorsi di Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri. In questi discorsi c’era una chiara sintesi dell'idea del "nemico distante" (ovvero delle potenze straniere) e del "nemico vicino" (i governi arabo-musulmani) descritti come facce della stessa moneta con le quali la nuova ondata terrorista avrebbe dovuto confrontarsi simultaneamente. Anche se non c'è un collegamento né diretto né indiretto con i capi di Qaedat al-Jihad, che rimane isolata in Afghanistan o Pakistan, e tra i gruppi e gli individui che fanno parte di questa ondata, l'influenza dei primi è stata ugualmente enorme e le loro idee sono state una guida per azioni pratiche in molti Paesi. Le azioni condotte contro il "nemico distante" e il “nemico vicino" sono cambiate: il primo obiettivo sono diventati gli stranieri, mentre il "nemico vicino" è diventato un obiettivo solo a causa di particolari ragioni interne (con l’Arabia Saudita al primo posto tra i Paesi maggiormente colpiti).
Data la complessa rete di motivazioni e caratteristiche che costituiscono la terza ondata di terrorismo, il quale combina il terrorismo internazionale non inquadrato con il terrorismo locale, possiamo prevedere che questa durerà più a lungo, al contrario delle due che l’hanno preceduta, soprattutto perché sta diventando più strettamente collegata con la seconda ondata di terrorismo internazionale organizzato. Questa valutazione, che ad alcuni potrebbe sembrare pessimistica, è basata sul fatto che a tutt'oggi non abbiamo serie indicazioni sulla possibilità di eliminare le radici internazionali e regionali che sono alla base di questa ondata di terrorismo. Tutte le politiche locali e le misure di sicurezza necessarie per confrontarla la ridurranno soltanto di grado, ma non potranno eliminarla completamente.