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Ora la Siria trema per Hariri



L’attentato che lo scorso 14 febbraio ha spento la vita di Rafik Hariri e di altre 22 persone non avrebbe potuto essere compiuto se non da un gruppo organizzato e di grande capacità operativa. È questa la conclusione cui è arrivato il rapporto sulla morte dell’ex premier libanese, presentato dall’incaricato Onu, Detlev Mehlis, e accolto con “entusiasmo” dal partito anti-siriano. Un “partito” ampio e transnazionale che da mesi ha intensificato la propria pressione diplomatica sul regime di Damasco e che comprende, oltre gli attori libanesi, gli Stati Uniti e la Francia, ovvero due dei cinque membri permanenti dell’Onu promotori lo scorso anno di una risoluzione che nella sostanza intimava alle truppe di Damasco di lasciare il paese dei Cedri. Allora il presidente siriano, Bashar al-Asad, aveva risposto favorendo l’estensione del mandato presidenziale del fido Lahoud. Ma l’uccisione di Hariri, più tardi, ha innescato una reazione a catena che è ancora lungi dal concludersi. Finora abbiamo visto la frettolosa ritirata dell’esercito e dell’intelligence siriana dal Libano, ora l’indagine di Mehlis potrebbe portare a galla gli intrighi politici che da sempre sono stati caratteristica di questa regione, mosaico di popoli e religioni. A venir fuori saranno poi i traffici che i siriani, insieme ai libanesi loro alleati, hanno gestito con profitto almeno fino a poco tempo fa. E non è un caso, forse, che la commissione dell’Onu, abbia ammesso la possibilità di un doppio movente dietro l’attentato: uno prettamente politico - che è l’ipotesi ritenuta più probabile - e uno in cui si fa spazio a questioni collegate a commerci poco leciti e riciclaggio di denaro sporco. Dando per certa l’implicazione di elementi di alto livello dei servizi segreti siriani in combutta con l’allora controparte libanese (oggi sostituita), l’attenzione si sposta sulle inevitabili - e scontate - reazioni politiche e sui possibili scenari. Se gli Stati Uniti sono alla ricerca di un casus belli per attaccare militarmente la Siria (che confina con l’Iraq) avranno molto probabilmente un ulteriore asso da giocare nelle assisi diplomatiche internazionali; ma è più probabile che la pressione sulla Siria venga esercitata per altre vie e che si provi a rovesciare il regime dall’interno.
Il rapporto Onu in sé non è un formale atto d’accusa (dal momento che dovrebbe seguire un processo), ma sul cielo di Damasco le nubi continuano ad addensarsi e Beirut teme altro sangue.