|
|
Pino
Arlacchi
Si può parlare di una minaccia
criminale che incombe sulle Olimpiadi del 2008
in Cina? Nel corso di questa analisi cercherò
di dare una risposta precisa alla domanda. Vorrei
iniziare, però, infrangendo un’antica
regola orientale. Esporrò cioè il
nodo centrale della mia argomentazione all’inizio
e non al termine di queste pagine. Il motivo della
mia scelta è semplice: se da un lato ritengo
altamente improbabile un attentato criminale in
occasione dei giochi olimpici, dall’altro
sono convinto che un pericolo criminale possa
comunque profilarsi nel futuro del Paese, anche
se esso non assumerà le proporzioni drammatiche
che qualcuno ipotizza. Non penso che in Cina,
al momento, siano presenti quelle infrastrutture
criminali o terroristiche che sono necessarie
per mettere seriamente in pericolo i giochi sportivi.
Né la criminalità comune né
quella organizzata hanno raggiunto lo stadio di
sviluppo sufficiente per pianificare e mettere
in atto un attacco frontale allo Stato nel periodo
della massima esposizione della Cina all’
attenzione mondiale. Soltanto una sofisticata
strategia di destabilizzazione concepita da una
grande entità ostile straniera in grado
di manipolare gruppi criminali locali potrebbe
essere suscettibile di costituire un reale pericolo
durante lo svolgimento dei Giochi. In ogni caso,
per quanto il rischio sia remoto, è opportuno
adottare tutte le misure preventive necessarie,
come del resto ben sanno le autorità cinesi.
Già da un paio di decenni i miei interessi
di studioso e uomo politico impegnato nel tentativo
di comprendere la grande criminalità per
meglio combatterla, mi hanno portato ad occuparmi
della Cina. Negli anni Ottanta e Novanta, in qualità
di consigliere del Governo italiano e membro del
Parlamento, ho contribuito alla realizzazione
di una serie di leggi e di agenzie per contrastare
la mafia. In un momento successivo, durante la
mia esperienza di vicesegretario generale delle
Nazioni Unite per la lotta al crimine e alle droghe,
mi sono spesso occupato della Cina e dei suoi
problemi di sicurezza e di criminalità.
Sono stato in questo Paese diverse volte, e conservo
ancora un vivido ricordo della mia prima visita,
nel 1995. Allora ero vicepresidente della Commissione
antimafia della Camera dei Deputati e durante
quel soggiorno ho girato per le università
cinesi proponendo un confronto tra il crimine
organizzato in Italia - la mafia nel sud del Paese
- e la sua controparte cinese, cioè la
galassia di Triadi, Tongs e società segrete.
La mia analisi ruotava intorno alle somiglianze
storiche e sociologiche tra i due sistemi criminali
e i feedback che ho ricevuto in quell’occasione
da colleghi professori e studenti hanno confermato
in pieno questa mia posizione. I miei interlocutori
cinesi sembravano poter cogliere perfettamente
anche le più sottili sfumature del gioco
di potere della mafia, il suo collegamento con
la corruzione politica e con antiche questioni
sociali, la sua capacità di adattarsi ai
grandi cambiamenti e di sopravvivere e prosperare
a spese dell’uguaglianza e dei diritti umani
di una vasta popolazione. Quel primo viaggio in
Cina mi ha consentito di liberarmi dei residui
di quella sorta di ristrettezza intellettuale
che ogni ricercatore tende spontaneamente a sviluppare
intorno al sentimento di “unicità”
dell’oggetto dei propri studi, ed è
stato perciò fondamentale nell’aiutarmi
a pensare il crimine organizzato nei termini di
un fenomeno di portata mondiale.
Analizzare i principali aspetti della grande criminalità
in un dato Paese può essere di cruciale
importanza per comprendere la criminalità
di un altro Paese, qualunque esso sia. La rilevanza
di un contesto rispetto all’altro è
assicurata dalla sottostante struttura comune
dei mercati illeciti globali e dei loro protagonisti.
La consapevolezza dell’universalità
del crimine organizzato ha ispirato tutto il mio
lavoro in sede Onu e ha guidato l’operato
del mio Ufficio di Vienna nella gestione della
fase finale della Convenzione di Palermo contro
la criminalità organizzata transnazionale,
firmata nel 2000 e attualmente in vigore. Questo
Trattato rappresenta il maggiore risultato conseguito
dalla comunità internazionale nel campo
del contrasto della grande criminalità.
Se si legge con gli occhi dello studioso l’art.
2 della Convenzione, si rimane stupiti non solo
dal fatto che un accordo sulla definizione della
criminalità transnazionale è stato
raggiunto dopo mezzo secolo di discussioni, ma
anche dalla chiarezza (davvero poco diplomatica)
della sua formulazione.
Un secondo elemento di notevole rilevanza acquisito
grazie ai miei contatti con la Cina riguarda la
dimensione storica del problema criminale, la
sua interazione con l’identità nazionale
e la coscienza di un popolo. La mia lettura della
storia contemporanea di questo Paese, dalle guerre
dell’oppio alla rivoluzione socialista,
è che in poche altre nazioni del mondo
il problema della criminalità e dei mercati
illegali – i narcotici, la corruzione, il
gioco d’ azzardo, la prostituzione/traffico
di esseri umani – ha giocato un ruolo così
determinante come in Cina. Prima ancora di essere
un progetto politico, la rivoluzione socialista
del 1949 ha rappresentato la realizzazione della
volontà di liberarsi dei segni più
odiosi del “secolo dell’umiliazione”.
Discutere di droga in Cina, perciò, non
ha lo stesso significato che parlarne in Italia,
in Svezia o in qualunque altro Paese europeo.
Il traffico e il consumo di eroina, in Cina, non
rappresentano un problema sociale come un altro,
slegato da eventi storici traumatici e apparso
sulla scena da poco tempo. La questione dei narcotici
in Cina è l’emblema della passata
sottomissione coloniale a potenze straniere. È
una rappresentazione di sconfitta, di vergogna,
di disperazione e di una colossale violazione
dei diritti umani: negli anni Quaranta del secolo
scorso vi erano in Cina almeno 20 milioni di tossicodipendenti,
e molti di più ce n’erano all’inizio
del Novecento.
Non so quante persone al di fuori della Cina sono
consapevoli del fatto che per più di 150
anni questo Paese è stato vittima, per
via del traffico dell’oppio controllato
dagli inglesi, di ciò che il grande storico
americano Fairbank ha definito «il più
duraturo e sistematico crimine internazionale
dei tempi moderni» (Fairbank 1978, p. 213).
Come ha sostenuto Carl Trocki, e come confermato
i dati di Richard, senza l’oppio l’impero
britannico è quasi inimmaginabile (Trocki
1999, Richard 2002). Considerate la scarsa popolazione
e le limitate risorse naturali, la Gran Bretagna
è riuscita ad insediarsi come una potenza
egemone mondiale grazie alle entrate derivanti
dal traffico di oppio, mantenendo questa posizione
fino a quando, nell’ultimo quarto dell’Ottocento,
Stati più grandi con maggiori risorse e
nuove tecnologie (Germania e Stati Uniti) non
ne hanno insidiato il primato. E anche in seguito,
è l’oppio che ha consentito alla
Gran Bretagna di rimanere in gioco nell’arena
internazionale, fornendole le risorse aggiuntive
necessarie per gestire nuovi territori nel Sudest
asiatico e mantenendo in attivo il libro mastro
dell’Impero. Dal nostro punto di vista,
l’impero britannico dell’oppio può
essere meglio compreso nei termini di un cartello
globale della droga: l’impero può
anche non essere stato creato per commerciare
oppio, però l’oppio è stato
un elemento cruciale per la sua sopravvivenza
(Brook e Wakabayashi 2000).
Il cartello dell’oppio non è stato
un fenomeno isolato. Esso era intimamente legato
al problema del contrabbando interno e del crimine
organizzato. La connivenza tra gruppi criminali
e funzionari governativi corrotti ha permesso
la diffusione della droga in ogni angolo della
Cina. Una vasta rete illegale, la yaokao, si prendeva
cura di questo compito. Il legame tra criminalità
e politica è una caratteristica pressoché
universale della grande delinquenza e la Cina
negli ultimi due secoli è stata afflitta
dalla stessa piaga che ha colpito vari altri Paesi.
La secolare collaborazione tra società,
sia segrete che non, da una parte, e il mondo
degli affari e della politica dall’altro,
era ed è onnipresente in Cina. Essa lega
in una rete clandestina molto vasta anche pezzi
della società civile che coesistono con
le forze più oscure in virtù di
un reciproco interesse.
Ci sono state, tuttavia, due importanti differenze
storiche tra la criminalità cinese e quella
di altre parti del pianeta. La scala del problema
in Cina, molto più grande che altrove,
e la sua dimensione internazionale, anch’
essa più spiccata. La mafia siciliana,
per esempio, non ha tratto origine dall’espansione
di un commercio illegale su scala mondiale, e
le sue proporzioni e la sua influenza politica
sono state inferiori rispetto a quelle della sua
controparte cinese nel secolo dell’umiliazione.
Anche il crimine organizzato americano, al momento
della sua nascita, nel XIX secolo, non ha avuto
niente a che fare con l’imperialismo e i
mercati internazionali: esso si è sviluppato
per rispondere alla domanda interna di beni e
servizi illegali e per fornire a successive generazioni
di immigrati un mezzo di ascesa sociale.
L’epoca dell’imperialismo, dell’oppio
e della connessione tra mafia e politica è
tramontata in Cina subito dopo il 1949. Stiamo
iniziando a conoscere meglio la serie di campagne
che, da quel momento, hanno portato all’eliminazione
del traffico e del consumo di oppio in tutta la
Cina (Zhuo 2000). Da molto tempo ho iniziato ad
interessarmi a questo episodio pressoché
sconosciuto della storia della Cina contemporanea.
Nell’introduzione ufficiale che ho redatto
per il rapporto Onu del 2000 sulla droga nel mondo
rievoco questi fatti come dimostrazione che «la
storia delle sostanze stupefacenti non è
una storia di deterioramento incessante e inesorabile.
Le cose possono peggiorare ma possono anche migliorare.
Si consideri per esempio la Cina, uno dei Paesi
dove sono state elaborate e attuate le prime strategie
di controllo su vasta scala degli stupefacenti.
La Cina, così a lungo sinonimo di produzione
e consumo di oppio, è riuscita a sradicare
questo problema tra il 1949 e il 1954, insieme
al crimine organizzato, al gioco d’azzardo
e alla prostituzione, tutte piaghe che hanno segnato
il suo recente passato» (Arlacchi 2000,
p. 2). Alcuni studiosi hanno sostenuto che il
crimine e la droga non sono stati realmente eliminati
in Cina, ma che si siano solo spostati momentaneamente
altrove, in direzione di Taiwan, insieme al resto
del Kuomintang, e verso Hong Kong, Singapore,
o in luoghi ancora più distanti, utilizzando
le comunità della diaspora cinese per allargare
queste reti criminali in Nord America, Europa
e nel resto del mondo (Lintner 2003, Yu Kong Chu
2002). Gli stessi autori affermano inoltre che
nella Cina di oggi sono riemersi rapporti tra
Stato e crimine organizzato simili a quelli del
passato. Il governo avrebbe consentito ad alcuni
gruppi criminali di operare in cambio di vari
servizi. Lintner scrive: «I nuovi leader
della Cina si sono trovati a dipendere da personaggi
criminali per ogni cosa, dal riciclaggio all’intelligence»
(Lintner 2003, p. 373). Il risultato finale consisterebbe
nell’apertura di una nuova era di violenza
criminale e corruzione, favorita anche dalla intensa
crescita dell’economia e dall’apertura
del Paese agli scambi internazionali.
Dissento fermamente da questa analisi, e per tre
motivi:
1) dà per scontato un enorme balzo all’indietro,
verso le più oscure tradizioni della storia
cinese dopo decenni di assenza, mentre la storia
non ripete mai se stessa;
2) ingigantisce in modo grossolano vari segnali
preoccupanti che si trovano ancora in uno stadio
solo embrionale. Ricordo di aver sentito queste
stesse funeste previsioni 12 anni fa. Secondo
alcuni analisti occidentali, la Cina era sull’orlo
di un’esplosione criminale a causa dell’apertura
del Paese al commercio con l’estero. Neanche
a dirlo, questa deflagrazione non si è
mai verificata, e lo stato della “questione
criminale” nel Paese mi sembra essere molto
simile a quello che trovai nel 1995. Oggi, 12
anni dopo, i mercati della droga sono più
grandi, la corruzione è probabilmente un
pò più diffusa, la prostituzione
e il traffico di esseri umani sono più
estesi, atteggiamenti cinici e materialistici
si sono diffusi un pò ovunque nella società.
Ciononostante, la criminalità organizzata
non è sul punto di travolgere il Paese,
i meccanismi del controllo legale e sociale non
stanno per essere distrutti da comportamenti anarchici,
il governo e lo Stato sembrano mantenere saldo
il controllo delle dinamiche socio-economiche;
3) la modernizzazione e lo sviluppo economico
non comportano necessariamente - in Cina come
altrove - criminalità e corruzione. La
crescita di tipologie criminali multiformi può
risultare allarmante, ma non deve essere considerata
un fatale effetto collaterale delle riforme di
libero mercato introdotte nei primi anni Ottanta.
Quelle stesse riforme, infatti, hanno consentito
la riduzione di fattori primari per lo sviluppo
della criminalità, quali la povertà
e l’analfabetismo. Dopo il 1978, in Cina
è stato realizzato il più grande
esperimento di riduzione della povertà
mai registrato nella storia umana: più
di 300 milioni di persone sono state sollevate
da uno stato di assoluta miseria. La Cina contemporanea,
inoltre, non ha mai permesso alle forze di mercato
di scorazzare selvaggiamente all’interno
del Paese. Il cauto approccio alla globalizzazione
adottato dal Paese ha significato protezione della
società dagli effetti distruttivi di queste
dinamiche (Stiglitz 2002, cap.VII). I risultati
prodotti dall’azione di questi potenti fattori
di coesione dovrebbero quindi essere messi a confronto
con le forze criminogene emerse durante i processi
di cambiamento, e provenienti soprattutto dalla
demografia, dall’anomìa sociale e
dalle migrazioni interne.
È vero che i risultati emersi da varie
ricerche dimostrano come alti tassi di violenza
si accompagnino ad alti livelli di disuguaglianza
durante i processi di rapido sviluppo socio-economico.
Ciononostante, la relazione tra criminalità
e sviluppo è più ricca di sfumature
di quanto non si sia creduto in passato. L’aumento
della criminalità come conseguenza dello
sviluppo economico non è un elemento inevitabile.
Se a un certo punto il binomio corruzione-criminalità
inizia a ostacolare un processo di crescita, gran
parte della responsabilità deriva dalla
specifica “formula di sviluppo” vigente
in quel determinato contesto. In diverse regioni
asiatiche – ed anche in aree cruciali della
Cina - i veloci cambiamenti socio-economici non
hanno portato, negli ultimi venti anni, a una
caduta della legalità e all’aumento
della violenza privata. Durante le mie visite
a Hong Kong nella seconda metà degli anni
Novanta, rimasi colpito dall’evidente declino
dei tradizionali gruppi criminali e dal generale
miglioramento della qualità della vita
che procedeva di pari passo con i processi di
sviluppo. Ufficiali della polizia di Hong Kong
mi hanno riferito nel 1996 che l’influenza
delle celebri Triadi era diminuita fino al punto
che il loro controllo sull’intero volume
della criminalità non si spingeva oltre
il 5-7%.
Anomìa sociale, corruzione, violenza e
traffici illeciti sono ben insediati nella Cina
odierna, e le loro dimensioni sono di tutto rispetto.
La loro crescita, però, non sembra avanzare
alla stessa velocità della crescita economica,
né questi fenomeni si configurano come
degli ostacoli insormontabili per lo sviluppo
futuro del Paese. Fino a ora, alla Cina non può
essere applicata l’affermazione di Karl
Marx sull’esistenza di «qualcosa di
marcio nel cuore di un sistema sociale che aumenta
il suo benessere senza diminuire la sua miseria,
e vede crescere la criminalità ancor più
rapidamente delle altre grandezze» (Marx
1859).
È giusto ricordare che l’accuratezza
delle statistiche della polizia cinese non è
né inferiore né peggiore di quella
degli altri Paesi in via di sviluppo. Negli anni
Ottanta, la Cina ha registrato un netto aumento
della criminalità e del timore del crimine
all’interno della popolazione (Curran e
Cook 1993), e questi indicatori hanno continuato
a crescere nel corso degli anni Novanta. In anni
più recenti, però, il numero totale
di casi segnalati alla polizia si è stabilizzato
tra i 4,45 milioni del 2001 e i 4,64 milioni del
2005 (China Org. 2006). Si tratta di dati notevolmente
contenuti. In termini assoluti, ciò significa
che la Cina registra meno casi criminali del Regno
Unito (che ne contava circa 6 milioni nel 2005)
e della Germania (circa 6,3 milioni). In termini
percentuali, i risultati sono i seguenti:
| Paese |
Numero di casi noti
alla polizia nel 2005 |
Casi per
100.000 abitanti |
Germania |
6.300.000 |
768,2 |
Regno Unito |
6.000.000 |
1.000 |
Cina |
4.640.000 |
35,7 |
Secondo questi dati, e nonostante il forte
aumento degli ultimi decenni, la Cina mostra un
tasso generale di criminalità circa 20 volte
inferiore a quello dei due grandi Paesi europei.
Poiché la definizione di reato varia da uno
Stato all’altro a causa delle differenze nei
codici penali e nei metodi di registrazione
statistica, potrebbe essere necessario ritoccare
verso l’alto le cifre cinesi per scontare
eventuali sottovalutazioni. In ogni caso, anche
se anche aumentassimo i dati di un coefficiente
pari al 100 o 200%, l’enorme divario tra le
cifre esposte nella tabella precedente non
scomparirebbe.
La crescita della criminalità in Cina negli anni
Ottanta e Novanta può essere in parte spiegata
ricorrendo a variabili demografiche. La
criminologia ha acquisito da molto tempo la
proposizione secondo cui il comportamento
criminale è in larga misura un comportamento
giovanile. Esiste un importante “effetto età” in
base al quale una popolazione giovane produce
più delinquenza di una vecchia. Le cifre sul
tasso di criminalità in Cina tra gli anni
Ottanta e i primi anni Novanta rispecchiano
questa correlazione: la popolazione nella fascia
d’età compresa tra i 14 e i 25 anni è cresciuta
rapidamente negli anni Ottanta. Partendo dai 137
milioni di individui all’inizio della
Rivoluzione culturale nel 1966, questo gruppo
raggiunge un picco di 282 milioni nel 1987, si
stabilizza in seguito alla politica di controllo
sulle nascite (Bakken 1993) e infine si contrae
nei tardi anni Novanta.
Se si considera il tasso degli omicidi
(l’indicatore più affidabile sullo stato della
criminalità), si potrà notare come, in
proporzione al numero degli abitanti, esso in
Cina si posizioni a un livello modesto negli
anni Ottanta. Tra il 1981 e il 1989 i casi
segnalati dal Ministero della pubblica sicurezza
sono aumentati da 9.576 a 19.590. L’aumento è
stato notevole, ma la base di partenza era
davvero minima, e anche i 19.590 casi danno
luogo a un tasso che è comunque molto inferiore
a quello dei più grandi Paesi sviluppati e
simile grosso modo a quello di alcuni Stati
europei. Gli omicidi in Cina hanno continuato a
crescere negli anni successivi, raggiungendo il
numero di 31.000 nel 2005. Nello stesso anno il
tasso di omicidi era di 2,3% : più alto dunque
di quello inglese (1,4) e italiano (1,3), ma
inferiore di oltre il 50% a quello statunitense
(5,7 nel 2003).
Nel complesso, quindi, la Cina è un Paese
sicuro, con un modesto seppur crescente tasso di
criminalità. Negli anni Novanta, l’influenza
della fascia 14-29 anni sul tasso di criminalità
è stata gradualmente sostituita come forza
trainante dal “fattore anomico”. Per fattore
anomico intendo una crescita dell’anomìa sociale
dovuta al progressivo indebolimento dei
controlli basati su norme morali e valori
comunitari. La corruzione e “l’inquinamento
morale” stanno incoraggiando modelli di
comportamento deviante, mentre aggressioni,
suicidi e violenze interpersonali si diffondono
sempre di più. In Cina, lo sviluppo dell’anomìa
sociale si esprime in forma molto acuta nella
violenza contro se stessi, cioè con il suicidio,
tanto che il Paese registra uno dei più alti
tassi di suicidi al mondo, soprattutto tra le
donne che vivono in aree rurali.
CONCLUSIONI
Nonostante la criminalità in Cina rappresenti
ancora una minaccia controllabile e non molto
dissimile, per dimensioni e struttura, dagli
standard occidentali, esistono tuttavia motivi
di preoccupazione per il futuro. Mentre è
improbabile che si verifichi un’impennata della
criminalità di proporzioni tali da
destabilizzare la Cina e bloccarne il processo
di crescita, è invece possibile che si verifichi
la continuazione del processo di deterioramento
del controllo e della coesione sociale. Se la
velocità di questa erosione sarà, come è stata
finora, largamente al di sotto del parallelo
rafforzamento dei fattori che inibiscono lo
sviluppo della criminalità, allora la Cina
continuerà a essere un Paese sicuro. Se questo
non accadrà o se le autorità non forniranno una
risposta adeguata, la situazione potrà
gradualmente peggiorare. Il risultato potrebbe
essere la cronicizzazione di una minaccia
criminale a bassa intensità e un ulteriore
aumento del tasso dei suicidi e del malcontento
sociale. Non sarebbe saggio sottovalutare tutto
ciò.
|
|