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Rivista di Intelligence numero 4 dicembre 2006

Rosa Villecco Calipari

Senatrice

Ingiustizia uguale insicurezza



È un’impresa davvero complicata, di questi tempi, pensare al futuro del Medio Oriente. Soprattutto adesso, mentre la rivista va in stampa proprio negli stessi giorni della condanna alla pena capitale di Saddam Hussein da parte dell’Alta Corte Penale irachena e - ancora - negli stessi giorni dell’azione militare dell’esercito israeliano, in cui sono stati uccisi e feriti decine di civili a Beit Hanun, nella striscia di Gaza.
A pochi mesi dall’inizio del conflitto tra Israele e Libano e a quasi tre anni dalla fine del regime dittatoriale di Saddam Hussein - caduto nel 2003 - emerge ancora più tragicamente oggi il rischio per la stabilità e per la sicurezza della regione e i possibili gravi riflessi che ci potranno essere anche sullo scenario occidentale. Al delinearsi di nuovi soggetti di potere nell’area mediorientale, sono seguiti impegni e azioni diplomatiche, come dimostrano le decisioni assunte dall’Unione europea e dall’Italia in particolare. Diversi paesi in Europa hanno deciso di inviare forze in Libano per sostenere un cessate il fuoco stabilito dalla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non si può sottovalutare comunque la necessaria, seppur difficile, azione diplomatica già intrapresa, sul fronte mediorientale, sul fronte transatlantico e soprattutto su quello europeo.
Il Focus di questo numero di Rivista di Intelligence è centrato sul conflitto Israele-Libano, nell’ambito dello scenario strategico da cui nasce e nel quale si alimenta. Dal rapimento dei due soldati israeliani da parte del movimento shiita di Hizbullah, alla successiva e forte reazione militare israeliana. Da un punto di vista strategico la situazione non riguarda solamente un movimento armato limitato come quello di Hizbullah, ma coinvolge in primo luogo paesi come l’Iran e la Siria.
Dal conflitto dell’estate 2006, Israele esce profondamente diviso e lacerato da critiche politiche interne per aver sottovalutato il nemico e aver abbandonato a se stesse le popolazioni del nord del paese e, fondamentalmente, per non aver battuto l’avversario, ritrovandosi così costretto ad accettare una forza internazionale guidata dall’Onu.
Dall’altra parte Hizbullah mette in primo piano le sue radici libanesi, oscurando i profondi legami esterni con la Siria e l’Iran. L’inesistenza di fatto di uno Stato libanese ha consentito di enfatizzare le capacità organizzative e politiche del movimento, ma sempre più libanesi si sono interrogati sui costi di quest’ultima provocazione verso Israele. Quale sarà - è il quesito posto da Lorenzo Trombetta nel suo contributo - l’agenda politica di Hizbullah, in considerazione del fatto che il suo leader Nasrallah ha ufficialmente accettato la risoluzione 1701 con la quale le Nazioni Unite hanno fermato la guerra di luglio? La priorità è ancora militare? O l’accettazione della risoluzione 1701 indica che adesso la cosa più importante è entrare con forza nel quadro politico libanese? Dopo la “Vittoria di Dio” (è la traduzione dall’arabo di Nasr Allah) quali sono gli obiettivi e le strategie interne?
La guerra fra Israele e il Partito di Dio è intrinsecamente legata agli sviluppi che si sono avuti in Medio Oriente dal luglio 2003. Partendo dalla decisione statunitense di invadere l’Iraq con l’obiettivo di far emergere in questo paese una democrazia e innescare un processo di democratizzazione nell’insieme della regione. Il famoso demografo israeliano Sergio Della Pergola, sempre nel Focus di questo numero, dimostra come questa visione ideale della politica internazionale appare estremamente lontana dalla realtà dell’esperienza irachena e come quel tentativo di importare i fondamenti della democrazia occidentale è fallito per ragioni che si sarebbero potute e dovute prevedere. Non bastano, infatti, valori teorici (sia pure nobili e universali) per creare un impianto di democrazia. Oggi di fronte alla “rigidità” della politica estera statunitense, l’Unione europea, nonostante ancora manchi di un’azione politica realmente unitaria e incisiva, ha dimostrato una volontà di essere terreno di intesa fra le due sponde dell’Atlantico. L’appoggio alla missione Unifil riporta l’Europa stessa all’interno del dibattito e della diplomazia internazionale, dove, anche grazie all’impegno italiano, è stato raggiunto il consenso necessario per il dispiegamento della forza militare Onu.
Di fronte alla drammaticità della crisi israelo-libanese, l’azione del governo italiano è stata rapida ed efficace e ha portato in poco tempo, nel pieno del conflitto in Libano, alla Conferenza di Roma del 26 luglio 2006, cui parteciparono insieme al Segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, i ministri degli Esteri di 25 paesi, tra i quali quelli del gruppo di contatto sul Libano. Nonostante un serpeggiante scetticismo, è indubbio che da quella Conferenza emerse un primo risultato, rivelatosi poi fondamentale, ovvero la volontà politica dei principali Stati europei di impegnarsi per la soluzione della crisi. Una ritrovata unanimità da parte dei paesi della Comunità europea. La Conferenza si concluse con una dichiarazione congiunta delle due presidenze, quella italiana e quella americana, che esprimevano, a nome di tutti i partecipanti, la profonda preoccupazione sulla situazione del Libano della comunità internazionale, la quale riteneva urgente l’avvio di iniziative umanitarie e di passi concreti che permettessero a un Libano libero, indipendente e democratico, di esercitare un effettivo controllo su tutto il suo territorio. È emerso inoltre il ritrovato ruolo dell’Italia nella comunità internazionale come paese protagonista dell’azione diplomatica che ha portato, attraverso una complessa e difficile trama politica, alla risoluzione 1701, il cui testo rappresenta un’equilibrata mediazione tra le diverse posizioni in campo: chiede alle parti l’accettazione della tregua, prevede l’insediamento di un contingente multinazionale delle Nazioni Unite nel sud del Libano, dispone il dispiegamento dell’esercito libanese in tale area del paese e il progressivo ripiegamento e disarmo delle milizie Hizbullah. In questo contesto il nostro paese è coinvolto in forma diretta e con una responsabilità primaria, con il consenso unanime della comunità internazionale, nel processo di stabilizzazione e pace del Medio Oriente, con gli obiettivi di riaffermare il diritto di Israele a vivere in sicurezza impedendo che una parte del territorio del Libano venga usato come base per attacchi al territorio israeliano e contestualmente il ripristino della sovranità del Libano.
Nella seconda sezione dedicata ai saggi sono presenti le quattro ipotesi socio politiche sul jihad degli studiosi spagnoli de la Corte e Jordán, ampiamente diffuse in determinati contesti culturali e politici ed anche popolari, perché fanno riferimento a variabili causali che hanno relativamente favorito la diffusione di un’emergenza del jihad terroristico. Da povertà e miseria, allo scontro di civiltà, all’autoritarismo e oppressione politica, fino alle aggressioni e offese al mondo musulmano, le quattro ipotesi pur se facilmente evocabili potrebbero risultare in realtà incomplete su alcuni aspetti fondamentali del fenomeno e proprio per questo invitano a una successiva analisi dei margini di veridicità e di errore che corrispondono ad ognuna di esse.
Voler presentare senza approfondire nel dettaglio gli altri saggi, è veramente troppo riduttivo, poiché sono tutti di altissimo valore. Quindi in modo assolutamente arbitrario segnalo il contributo di Luigi De Ficchy sull’analisi della criminalità russa. La genesi dell’attuale mafia russa, dal crollo della ex Unione Sovietica alla vendita a privati delle industrie nazionali. Dalla penetrazione criminale russa in Europa, alla contemporanea corsa delle nostre mafie agli investimenti nel mercato orientale, grazie anche all’abbattimento dei confini dopo la caduta del muro di Berlino.
Nella sezione Documenti è difficile non apprezzare la scelta editoriale di introdurre il “Quadro generale della Strategia nazionale americana per combattere il terrorismo”. E vorrei soffermarmi su un obiettivo, che nel tentativo di creare teorie politiche è stato forse penalizzato o semplicemente non perseguito: promuovere il capitale intellettuale e umano. È evidente quanto sia ora di primaria importanza per tutta la regione mediorientale la creazione di programmi sistematici per lo sviluppo e l’educazione e di institution rebuilding. Proprio in quei luoghi dove l’assenza di politiche di sostegno è stata troppo grave.
La sezione Equilibri, infine, ospita il testo di El-Baradei ,che rilegge il concetto di sicurezza attraverso le parole dello scrittore russo, Boris Pasternak: “In questa era di guerre mondiali, in questa era atomica, i valori sono cambiati. Abbiamo imparato che siamo ospiti nell’esistenza, viaggiatori tra due stazioni. Dobbiamo scoprire la sicurezza dentro di noi”. Mezzo secolo più tardi il concetto di sicurezza e le strategie per raggiungerla sono ancora in cambiamento, spingendoci a pensare oltre al concetto convenzionale di sicurezza nazionale e anche a quello di sicurezza “umana”, cioè la sicurezza che pone al centro l’uomo. L’analisi di El-Baradei parte dall’attuale situazione internazionale e dalla più elevata percezione di insicurezza globale, le cui origini sono rintracciabili in una serie di categorie, di cui la prima e la più sensibile è la povertà per milioni di persone, che non hanno accesso alle risorse, correlata - e per questo non meno significativa - alla corruzione di regimi estremamente repressivi, la cui caratteristica principale è la negazione dei diritti umani. La terza forma di insicurezza è l’ingiustizia, quale risultato tra lo sbilanciamento tra ricchi e poveri, con la conseguente polarizzazione artificiale su linee religiose o etniche. In breve El-Baradei afferma un concetto di sicurezza umana che comprende i legami connessi tra sviluppo, diritti umani e pace. Il concetto è semplice: ogni individuo ha il diritto di vivere in pace, libertà e dignità. Non comprenderlo e non elevarlo ad obiettivo primario della nostra politica, è la premessa per non raggiungere né sicurezza nazionale né sicurezza internazionale, come i tragici sviluppi della vicenda irachena dimostrano.


Rivista di Intelligence numero 4 dicembre 2006