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È un’impresa davvero complicata,
di questi tempi, pensare al futuro del Medio Oriente.
Soprattutto adesso, mentre la rivista va in stampa
proprio negli stessi giorni della condanna alla
pena capitale di Saddam Hussein da parte dell’Alta
Corte Penale irachena e - ancora - negli stessi
giorni dell’azione militare dell’esercito
israeliano, in cui sono stati uccisi e feriti
decine di civili a Beit Hanun, nella striscia
di Gaza.
A pochi mesi dall’inizio del conflitto tra
Israele e Libano e a quasi tre anni dalla fine
del regime dittatoriale di Saddam Hussein - caduto
nel 2003 - emerge ancora più tragicamente
oggi il rischio per la stabilità e per
la sicurezza della regione e i possibili gravi
riflessi che ci potranno essere anche sullo scenario
occidentale. Al delinearsi di nuovi soggetti di
potere nell’area mediorientale, sono seguiti
impegni e azioni diplomatiche, come dimostrano
le decisioni assunte dall’Unione europea
e dall’Italia in particolare. Diversi paesi
in Europa hanno deciso di inviare forze in Libano
per sostenere un cessate il fuoco stabilito dalla
risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite. Non si può sottovalutare
comunque la necessaria, seppur difficile, azione
diplomatica già intrapresa, sul fronte
mediorientale, sul fronte transatlantico e soprattutto
su quello europeo.
Il Focus di questo numero di Rivista di Intelligence
è centrato sul conflitto Israele-Libano,
nell’ambito dello scenario strategico da
cui nasce e nel quale si alimenta. Dal rapimento
dei due soldati israeliani da parte del movimento
shiita di Hizbullah, alla successiva e forte reazione
militare israeliana. Da un punto di vista strategico
la situazione non riguarda solamente un movimento
armato limitato come quello di Hizbullah, ma coinvolge
in primo luogo paesi come l’Iran e la Siria.
Dal conflitto dell’estate 2006, Israele
esce profondamente diviso e lacerato da critiche
politiche interne per aver sottovalutato il nemico
e aver abbandonato a se stesse le popolazioni
del nord del paese e, fondamentalmente, per non
aver battuto l’avversario, ritrovandosi
così costretto ad accettare una forza internazionale
guidata dall’Onu.
Dall’altra parte Hizbullah mette in primo
piano le sue radici libanesi, oscurando i profondi
legami esterni con la Siria e l’Iran. L’inesistenza
di fatto di uno Stato libanese ha consentito di
enfatizzare le capacità organizzative e
politiche del movimento, ma sempre più
libanesi si sono interrogati sui costi di quest’ultima
provocazione verso Israele. Quale sarà
- è il quesito posto da Lorenzo Trombetta
nel suo contributo - l’agenda politica di
Hizbullah, in considerazione del fatto che il
suo leader Nasrallah ha ufficialmente accettato
la risoluzione 1701 con la quale le Nazioni Unite
hanno fermato la guerra di luglio? La priorità
è ancora militare? O l’accettazione
della risoluzione 1701 indica che adesso la cosa
più importante è entrare con forza
nel quadro politico libanese? Dopo la “Vittoria
di Dio” (è la traduzione dall’arabo
di Nasr Allah) quali sono gli obiettivi e le strategie
interne?
La guerra fra Israele e il Partito di Dio è
intrinsecamente legata agli sviluppi che si sono
avuti in Medio Oriente dal luglio 2003. Partendo
dalla decisione statunitense di invadere l’Iraq
con l’obiettivo di far emergere in questo
paese una democrazia e innescare un processo di
democratizzazione nell’insieme della regione.
Il famoso demografo israeliano Sergio Della Pergola,
sempre nel Focus di questo numero, dimostra come
questa visione ideale della politica internazionale
appare estremamente lontana dalla realtà
dell’esperienza irachena e come quel tentativo
di importare i fondamenti della democrazia occidentale
è fallito per ragioni che si sarebbero
potute e dovute prevedere. Non bastano, infatti,
valori teorici (sia pure nobili e universali)
per creare un impianto di democrazia. Oggi di
fronte alla “rigidità” della
politica estera statunitense, l’Unione europea,
nonostante ancora manchi di un’azione politica
realmente unitaria e incisiva, ha dimostrato una
volontà di essere terreno di intesa fra
le due sponde dell’Atlantico. L’appoggio
alla missione Unifil riporta l’Europa stessa
all’interno del dibattito e della diplomazia
internazionale, dove, anche grazie all’impegno
italiano, è stato raggiunto il consenso
necessario per il dispiegamento della forza militare
Onu.
Di fronte alla drammaticità della crisi
israelo-libanese, l’azione del governo italiano
è stata rapida ed efficace e ha portato
in poco tempo, nel pieno del conflitto in Libano,
alla Conferenza di Roma del 26 luglio 2006, cui
parteciparono insieme al Segretario di Stato americano,
Condoleeza Rice, i ministri degli Esteri di 25
paesi, tra i quali quelli del gruppo di contatto
sul Libano. Nonostante un serpeggiante scetticismo,
è indubbio che da quella Conferenza emerse
un primo risultato, rivelatosi poi fondamentale,
ovvero la volontà politica dei principali
Stati europei di impegnarsi per la soluzione della
crisi. Una ritrovata unanimità da parte
dei paesi della Comunità europea. La Conferenza
si concluse con una dichiarazione congiunta delle
due presidenze, quella italiana e quella americana,
che esprimevano, a nome di tutti i partecipanti,
la profonda preoccupazione sulla situazione del
Libano della comunità internazionale, la
quale riteneva urgente l’avvio di iniziative
umanitarie e di passi concreti che permettessero
a un Libano libero, indipendente e democratico,
di esercitare un effettivo controllo su tutto
il suo territorio. È emerso inoltre il
ritrovato ruolo dell’Italia nella comunità
internazionale come paese protagonista dell’azione
diplomatica che ha portato, attraverso una complessa
e difficile trama politica, alla risoluzione 1701,
il cui testo rappresenta un’equilibrata
mediazione tra le diverse posizioni in campo:
chiede alle parti l’accettazione della tregua,
prevede l’insediamento di un contingente
multinazionale delle Nazioni Unite nel sud del
Libano, dispone il dispiegamento dell’esercito
libanese in tale area del paese e il progressivo
ripiegamento e disarmo delle milizie Hizbullah.
In questo contesto il nostro paese è coinvolto
in forma diretta e con una responsabilità
primaria, con il consenso unanime della comunità
internazionale, nel processo di stabilizzazione
e pace del Medio Oriente, con gli obiettivi di
riaffermare il diritto di Israele a vivere in
sicurezza impedendo che una parte del territorio
del Libano venga usato come base per attacchi
al territorio israeliano e contestualmente il
ripristino della sovranità del Libano.
Nella seconda sezione dedicata ai saggi sono presenti
le quattro ipotesi socio politiche sul jihad degli
studiosi spagnoli de la Corte e Jordán,
ampiamente diffuse in determinati contesti culturali
e politici ed anche popolari, perché fanno
riferimento a variabili causali che hanno relativamente
favorito la diffusione di un’emergenza del
jihad terroristico. Da povertà e miseria,
allo scontro di civiltà, all’autoritarismo
e oppressione politica, fino alle aggressioni
e offese al mondo musulmano, le quattro ipotesi
pur se facilmente evocabili potrebbero risultare
in realtà incomplete su alcuni aspetti
fondamentali del fenomeno e proprio per questo
invitano a una successiva analisi dei margini
di veridicità e di errore che corrispondono
ad ognuna di esse.
Voler presentare senza approfondire nel dettaglio
gli altri saggi, è veramente troppo riduttivo,
poiché sono tutti di altissimo valore.
Quindi in modo assolutamente arbitrario segnalo
il contributo di Luigi De Ficchy sull’analisi
della criminalità russa. La genesi dell’attuale
mafia russa, dal crollo della ex Unione Sovietica
alla vendita a privati delle industrie nazionali.
Dalla penetrazione criminale russa in Europa,
alla contemporanea corsa delle nostre mafie agli
investimenti nel mercato orientale, grazie anche
all’abbattimento dei confini dopo la caduta
del muro di Berlino.
Nella sezione Documenti è difficile non
apprezzare la scelta editoriale di introdurre
il “Quadro generale della Strategia nazionale
americana per combattere il terrorismo”.
E vorrei soffermarmi su un obiettivo, che nel
tentativo di creare teorie politiche è
stato forse penalizzato o semplicemente non perseguito:
promuovere il capitale intellettuale e umano.
È evidente quanto sia ora di primaria importanza
per tutta la regione mediorientale la creazione
di programmi sistematici per lo sviluppo e l’educazione
e di institution rebuilding. Proprio in quei luoghi
dove l’assenza di politiche di sostegno
è stata troppo grave.
La sezione Equilibri, infine, ospita il testo
di El-Baradei ,che rilegge il concetto di sicurezza
attraverso le parole dello scrittore russo, Boris
Pasternak: “In questa era di guerre mondiali,
in questa era atomica, i valori sono cambiati.
Abbiamo imparato che siamo ospiti nell’esistenza,
viaggiatori tra due stazioni. Dobbiamo scoprire
la sicurezza dentro di noi”. Mezzo secolo
più tardi il concetto di sicurezza e le
strategie per raggiungerla sono ancora in cambiamento,
spingendoci a pensare oltre al concetto convenzionale
di sicurezza nazionale e anche a quello di sicurezza
“umana”, cioè la sicurezza
che pone al centro l’uomo. L’analisi
di El-Baradei parte dall’attuale situazione
internazionale e dalla più elevata percezione
di insicurezza globale, le cui origini sono rintracciabili
in una serie di categorie, di cui la prima e la
più sensibile è la povertà
per milioni di persone, che non hanno accesso
alle risorse, correlata - e per questo non meno
significativa - alla corruzione di regimi estremamente
repressivi, la cui caratteristica principale è
la negazione dei diritti umani. La terza forma
di insicurezza è l’ingiustizia, quale
risultato tra lo sbilanciamento tra ricchi e poveri,
con la conseguente polarizzazione artificiale
su linee religiose o etniche. In breve El-Baradei
afferma un concetto di sicurezza umana che comprende
i legami connessi tra sviluppo, diritti umani
e pace. Il concetto è semplice: ogni individuo
ha il diritto di vivere in pace, libertà
e dignità. Non comprenderlo e non elevarlo
ad obiettivo primario della nostra politica, è
la premessa per non raggiungere né sicurezza
nazionale né sicurezza internazionale,
come i tragici sviluppi della vicenda irachena
dimostrano.
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| Rivista
di Intelligence numero 4 dicembre 2006
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