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La domanda che sempre più
spesso ci si pone, a proposito degli orientamenti
della politica estera dell’amministrazione
di George W. Bush in materia di lotta al “terrorismo”
e “sicurezza”, è se dopo la
guerra in Iraq, stessa sorte dovrà e potrà
toccare a due Stati accusati sostanzialmente di
essere “paesi canaglia” e di fomentare
la destabilizzazione e il riarmo di gruppi eversivi,
quali la Siria e l’Iran. Accuse che sono
diventate più stringenti nei drammatici
giorni del conflitto libanese, quando soprattutto
gli Stati Uniti e Israele hanno apertamente accusato
i due paesi di essere i principali ispiratori
e sostenitori degli Hizbullah e della loro politica
di attacco e aggressione contro lo Stato ebraico,
tanto che l’intervento militare è
stato motivato con la necessità di distruggere
il complesso e ormai potente sistema militare
costruito negli anni dal movimento sciita libanese,
che ormai - si è detto - rappresentava
un’inaccettabile minaccia per l’integrità
di Israele.
Senza alcun dubbio queste accuse non possono essere
etichettate come infondate o opera della “propaganda
sionista”. Tuttavia quello che in questo
numero della rivista a noi premeva analizzare
erano alcuni aspetti della “questione Iran”
e, più in generale, sciita, di cui si è
lungamente discusso. Ossia se davvero in quell’area
esiste il pericolo di un piano egemonico iraniano
- il cosiddetto Crescente sciita denunciato nel
dicembre 2004 da re ‘Abd Allah II di Giordania
- attraverso il quale condizionare le politiche
dei paesi dell’area, dalla Palestina al
Libano, fino all’Iraq e ai paesi del Golfo.
E inoltre se è vero, come pure è
stato ipotizzato, che ci sia il rischio dell’attuazione
di un piano pan-sciita (sempre a guida iraniana)
in grado - in caso di conflitto militare o acuta
crisi politica - di disporre, quasi come un esercito
coeso e compatto, di gruppi e cellule armate in
grado di entrare in azione esprimendo una minaccia
ben superiore a quella che attualmente identifichiamo
con il network di al Qaida. Domande rese più
stringenti, almeno a livello di opinione pubblica,
dall’aggressività verbale del presidente
iraniano Ahmadinejad e dalla crisi latente innescata
dalla politica nucleare di Teheran, descritta
come una diretta conseguenza della svolta radicale
e conservatrice determinata dalle elezioni del
giugno del 2005. Ovviamente si parla di questioni
così complesse alle quali è difficile
dare una risposta univoca, anche perché
si tratta di processi e situazioni alle quali
può essere data una lettura assai differente
a seconda dei punti di vista. Quello che si può
dire, tuttavia, è che la rappresentazione
di questi processi data a livello mediatico, soprattutto
in Occidente, tende a prospettare una situazione
senza sfumature, nella quale l’Iran di Ahmadinejad
è presentato come la nuova piovra che muove
i tentacoli per imporre la sua egemonia nella
regione. In realtà, nel saggio di Raffaele
Mauriello viene spiegato in maniera convincente
che è del tutto fuorviante “guardare
agli sciiti come ad un gruppo unitario e compatto”
o peggio ancora - secondo la vecchia propaganda
dello stesso Saddam Hussein - presentarli come
una sorta di “quinta colonna” di Teheran
nel mondo. Tanto che, viene argutamente sottolineato,
per molti anni proprio gli sciiti iracheni combatterono
contro gli sciiti iraniani, proprio nel conflitto
Iraq-Iran. Anche per questo parlare di una possibile
“internazionale sciita” chepossa avere
in prospettiva (e in caso di crisi) una capacità
distruttiva ben più articolata e organizzata
degli stessi network “qaidisti” sembra
al momento un azzardo e un espediente propagandistico,
nonostante una simile eventualità - è
.n troppo ovvio - debba essere attentamente monitorata
in una prospettiva di Intelligence. Quanto all’Iran
è evidente che, oggi come nel passato,
abbia l’ambizione di essere una potenza
regionale. Tuttavia c’è da capire
se queste velleità siano più propriamente
politiche che militari: la prima ipotesi sembra
più ragionevole rispetto alla seconda,
che pure rappresenta il fulcro della denuncia
del pericolo rappresentato da Teheran su cui insiste
molto Israele e che è alla base dell’ipotetico
attacco militare da parte degli Stati Uniti, peraltro
fortemente sconsigliato da molti strateghi statunitensi,
come delineato nell’intervento di Sherifa
Zuhur. Rispetto poi a quanto emerge dalla descrizione
che molti media occidentali fanno della politica
di Ahmadinejad, c’è da aggiungere
che la denuncia dell’ipotetico piano iraniano
fatta dal re di Giordania è del 2004, ossia
precedente alla vittoria presidenziale dell’ex
sindaco di Teheran; sulla questione del nucleare,
poi, c’è da pensare che la politica
del rivale sconfitto al ballottaggio, Rafsanjani,
non sarebbe poi stata così differente.
In altri termini, non c’è dubbio
che il radicalismo o l’intransigenza di
Ahmadinejad possano essere vissuti come fattori
di rischio della regione. Ma forse - come giustamente
sottolineato dalla Zuhur - c’è anche
una sovraesposizione mediatica del presidente
iraniano, che ingigantisce ogni cosa in senso
negativo (l’allarme occidentale) e in senso
positivo (il crescente consenso nel mondo islamico
per la sua opposizione alle politiche statunitensi
in Medio Oriente). Situazione complicata, quindi.
Anche per il maggior peso e influenza dell’Iran
nell’Iraq “liberato” e dove
gli sciiti hanno riacquistato il ruolo politico
negato durante il regime di Saddam Hussein. Una
situazione complessa, in definitiva, da leggere
al riparo da talune certezze mediatiche. Per la
stessa ragione, nella sezione documenti, abbiamo
inteso pubblicare
integralmente - e senza commenti - il programma
elettorale di Hamas, ossia di un gruppo largamente
definito come “terrorista” ed associato
da parte dell’opinione pubblica meno avvertita
a fenomeni come quelli di tipo “qaedista”.
La rappresentazione che si ricava dal testo, si
può dire, anche in questo caso non è
esattamente la stessa che emerge dal racconto
di molti media occidentali. Sempre nella sezione
documenti, è sembrato utile proporre ampi
brani di un “memorandum per il capo di Stato
maggiore dell’Esercito” degli Stati
Uniti sul problema degli abusi nelle carceri militari
americane in Iraq e Afghanistan, tra cui la tristemente
nota Abu Ghraib. Un documento declassificato il
15 marzo di quest’anno. Si tratta di una
lettura utile, proprio mentre in più paesi
- tra cui l’Italia - è aperta la
discussione politica perfino sulla liceità
della tortura nei paesi democratici, di fronte
ad un sempre più elevato rischio terroristico.
Il documento, c’è da dire, nel complesso
assolve l’Us Army, evidenziando come gli
“abusi” siano stati tutto sommato
più il frutto di singole deviazioni che
di un perverso sistema, tanto che la “grande
maggioranza” dei soldati si sarebbe comportata
in maniera ineccepibile. Una lettura probabilmente
“generosa” (in Italia dopo la lettura
del rapporto Usa sul caso Calipari ne sappiamo
qualcosa) che - talora - lascia per.no trasparire
una scarsa considerazione umana dei prigionieri
là dove (p. 147), per giusti.care le difficoltà
in cui devono operare i soldati statunitensi,
si afferma che nel loro rapporto con i detenuti
essi rischiano quotidianamente di “contrarre
malattie infettive” o di “essere sporcati
dalle loro urine o dalle feci”. Affermazioni
che, da sole, lasciano intuire come molte delle
denunce delle organizzazioni umanitarie non siano
infondate e perché i soldati americani,
alla .ne, non godano di alcuna simpatia nei paesi
che pure avrebbero liberato dalla tirannide. In
questo caso, però, ciò che è
interessante sottolineare è come dalla
relazione stessa risulti che gli abusi e le torture
siano avvenuti in una situazione di grande caos
organizzativo e con il malinteso scopo di raccogliere
il maggior numero di informazioni utili per l’Intelligence
militare. Con il risultato che i mezzi si sono
dimostrati sbagliati e i risultati, di conseguenza,
sono stati disastrosi. Tutto ciò ancora
una volta dimostra - pur tralasciando considerazioni
di carattere etico, che pure dovrebbero essere
prioritarie in uno stato democratico - che la
tortura e la violazione dei diritti umani rappresentano
strumenti e metodi assolutamente inefficaci per
l’Intelligence. Gli abusi sui prigionieri
non hanno portato ad una significativa conoscenza
delle mosse o degli orientamenti del “nemico”,
ma al massimo ad informazioni di interesse immediato
e limitato per qualche reparto militare. Ben superiori
sono stati i danni e l’aumento dell’insicurezza.
Anche per questi motivi, nel nostro piccolo, la
battaglia contro le scorciatoie autoritarie nella
cosiddetta “lotta al terrorismo” è
e sarà un punto qualificante del nostro
impegno di rivista e centro studi. Nella consapevolezza
che intelligence e tortura sono l’uno la
negazione dell’altro.
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| Rivista
di Intelligence numero 3 settembre 2006
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