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Rivista di Intelligence numero 3 settembre 2006

Gianni Cipriani

direttore del Cesint

Minacce

 

La domanda che sempre più spesso ci si pone, a proposito degli orientamenti della politica estera dell’amministrazione di George W. Bush in materia di lotta al “terrorismo” e “sicurezza”, è se dopo la guerra in Iraq, stessa sorte dovrà e potrà toccare a due Stati accusati sostanzialmente di essere “paesi canaglia” e di fomentare la destabilizzazione e il riarmo di gruppi eversivi, quali la Siria e l’Iran. Accuse che sono diventate più stringenti nei drammatici giorni del conflitto libanese, quando soprattutto gli Stati Uniti e Israele hanno apertamente accusato i due paesi di essere i principali ispiratori e sostenitori degli Hizbullah e della loro politica di attacco e aggressione contro lo Stato ebraico, tanto che l’intervento militare è stato motivato con la necessità di distruggere il complesso e ormai potente sistema militare costruito negli anni dal movimento sciita libanese, che ormai - si è detto - rappresentava un’inaccettabile minaccia per l’integrità di Israele.
Senza alcun dubbio queste accuse non possono essere etichettate come infondate o opera della “propaganda sionista”. Tuttavia quello che in questo numero della rivista a noi premeva analizzare erano alcuni aspetti della “questione Iran” e, più in generale, sciita, di cui si è lungamente discusso. Ossia se davvero in quell’area esiste il pericolo di un piano egemonico iraniano - il cosiddetto Crescente sciita denunciato nel dicembre 2004 da re ‘Abd Allah II di Giordania - attraverso il quale condizionare le politiche dei paesi dell’area, dalla Palestina al Libano, fino all’Iraq e ai paesi del Golfo. E inoltre se è vero, come pure è stato ipotizzato, che ci sia il rischio dell’attuazione di un piano pan-sciita (sempre a guida iraniana) in grado - in caso di conflitto militare o acuta crisi politica - di disporre, quasi come un esercito coeso e compatto, di gruppi e cellule armate in grado di entrare in azione esprimendo una minaccia ben superiore a quella che attualmente identifichiamo con il network di al Qaida. Domande rese più stringenti, almeno a livello di opinione pubblica, dall’aggressività verbale del presidente iraniano Ahmadinejad e dalla crisi latente innescata dalla politica nucleare di Teheran, descritta come una diretta conseguenza della svolta radicale e conservatrice determinata dalle elezioni del giugno del 2005. Ovviamente si parla di questioni così complesse alle quali è difficile dare una risposta univoca, anche perché si tratta di processi e situazioni alle quali può essere data una lettura assai differente a seconda dei punti di vista. Quello che si può dire, tuttavia, è che la rappresentazione di questi processi data a livello mediatico, soprattutto in Occidente, tende a prospettare una situazione senza sfumature, nella quale l’Iran di Ahmadinejad è presentato come la nuova piovra che muove i tentacoli per imporre la sua egemonia nella regione. In realtà, nel saggio di Raffaele Mauriello viene spiegato in maniera convincente che è del tutto fuorviante “guardare agli sciiti come ad un gruppo unitario e compatto” o peggio ancora - secondo la vecchia propaganda dello stesso Saddam Hussein - presentarli come una sorta di “quinta colonna” di Teheran nel mondo. Tanto che, viene argutamente sottolineato, per molti anni proprio gli sciiti iracheni combatterono contro gli sciiti iraniani, proprio nel conflitto Iraq-Iran. Anche per questo parlare di una possibile “internazionale sciita” chepossa avere in prospettiva (e in caso di crisi) una capacità distruttiva ben più articolata e organizzata degli stessi network “qaidisti” sembra al momento un azzardo e un espediente propagandistico, nonostante una simile eventualità - è .n troppo ovvio - debba essere attentamente monitorata in una prospettiva di Intelligence. Quanto all’Iran è evidente che, oggi come nel passato, abbia l’ambizione di essere una potenza regionale. Tuttavia c’è da capire se queste velleità siano più propriamente politiche che militari: la prima ipotesi sembra più ragionevole rispetto alla seconda, che pure rappresenta il fulcro della denuncia del pericolo rappresentato da Teheran su cui insiste molto Israele e che è alla base dell’ipotetico attacco militare da parte degli Stati Uniti, peraltro fortemente sconsigliato da molti strateghi statunitensi, come delineato nell’intervento di Sherifa Zuhur. Rispetto poi a quanto emerge dalla descrizione che molti media occidentali fanno della politica di Ahmadinejad, c’è da aggiungere che la denuncia dell’ipotetico piano iraniano fatta dal re di Giordania è del 2004, ossia precedente alla vittoria presidenziale dell’ex sindaco di Teheran; sulla questione del nucleare, poi, c’è da pensare che la politica del rivale sconfitto al ballottaggio, Rafsanjani, non sarebbe poi stata così differente. In altri termini, non c’è dubbio che il radicalismo o l’intransigenza di Ahmadinejad possano essere vissuti come fattori di rischio della regione. Ma forse - come giustamente sottolineato dalla Zuhur - c’è anche una sovraesposizione mediatica del presidente iraniano, che ingigantisce ogni cosa in senso negativo (l’allarme occidentale) e in senso positivo (il crescente consenso nel mondo islamico per la sua opposizione alle politiche statunitensi in Medio Oriente). Situazione complicata, quindi. Anche per il maggior peso e influenza dell’Iran nell’Iraq “liberato” e dove gli sciiti hanno riacquistato il ruolo politico negato durante il regime di Saddam Hussein. Una situazione complessa, in definitiva, da leggere al riparo da talune certezze mediatiche. Per la stessa ragione, nella sezione documenti, abbiamo inteso pubblicare
integralmente - e senza commenti - il programma elettorale di Hamas, ossia di un gruppo largamente definito come “terrorista” ed associato da parte dell’opinione pubblica meno avvertita a fenomeni come quelli di tipo “qaedista”. La rappresentazione che si ricava dal testo, si può dire, anche in questo caso non è esattamente la stessa che emerge dal racconto di molti media occidentali. Sempre nella sezione documenti, è sembrato utile proporre ampi brani di un “memorandum per il capo di Stato maggiore dell’Esercito” degli Stati Uniti sul problema degli abusi nelle carceri militari americane in Iraq e Afghanistan, tra cui la tristemente nota Abu Ghraib. Un documento declassificato il 15 marzo di quest’anno. Si tratta di una lettura utile, proprio mentre in più paesi - tra cui l’Italia - è aperta la discussione politica perfino sulla liceità della tortura nei paesi democratici, di fronte ad un sempre più elevato rischio terroristico. Il documento, c’è da dire, nel complesso assolve l’Us Army, evidenziando come gli “abusi” siano stati tutto sommato più il frutto di singole deviazioni che di un perverso sistema, tanto che la “grande maggioranza” dei soldati si sarebbe comportata in maniera ineccepibile. Una lettura probabilmente “generosa” (in Italia dopo la lettura del rapporto Usa sul caso Calipari ne sappiamo qualcosa) che - talora - lascia per.no trasparire una scarsa considerazione umana dei prigionieri là dove (p. 147), per giusti.care le difficoltà in cui devono operare i soldati statunitensi, si afferma che nel loro rapporto con i detenuti essi rischiano quotidianamente di “contrarre malattie infettive” o di “essere sporcati dalle loro urine o dalle feci”. Affermazioni che, da sole, lasciano intuire come molte delle denunce delle organizzazioni umanitarie non siano infondate e perché i soldati americani, alla .ne, non godano di alcuna simpatia nei paesi che pure avrebbero liberato dalla tirannide. In questo caso, però, ciò che è interessante sottolineare è come dalla relazione stessa risulti che gli abusi e le torture siano avvenuti in una situazione di grande caos organizzativo e con il malinteso scopo di raccogliere il maggior numero di informazioni utili per l’Intelligence militare. Con il risultato che i mezzi si sono dimostrati sbagliati e i risultati, di conseguenza, sono stati disastrosi. Tutto ciò ancora una volta dimostra - pur tralasciando considerazioni di carattere etico, che pure dovrebbero essere prioritarie in uno stato democratico - che la tortura e la violazione dei diritti umani rappresentano strumenti e metodi assolutamente inefficaci per l’Intelligence. Gli abusi sui prigionieri non hanno portato ad una significativa conoscenza delle mosse o degli orientamenti del “nemico”, ma al massimo ad informazioni di interesse immediato e limitato per qualche reparto militare. Ben superiori sono stati i danni e l’aumento dell’insicurezza. Anche per questi motivi, nel nostro piccolo, la battaglia contro le scorciatoie autoritarie nella cosiddetta “lotta al terrorismo” è e sarà un punto qualificante del nostro impegno di rivista e centro studi. Nella consapevolezza che intelligence e tortura sono l’uno la negazione dell’altro.

 

Rivista di Intelligence numero 3 settembre 2006