Rivista di Intelligence giugno 20056
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Gianni Cipriani

direttore del Cesint

L'Intelligence del futuro


Molti le chiamano extraordinary renditions, ma sarebbe meglio chiamarli sequestri di Stato, senza con questa locuzione voler necessariamente enfatizzare in senso negativo, ma solo riportare la questione nei giusti termini, evitando l’utilizzo di eufemismi che spesso diluiscono la reale drammaticità o gravità degli eventi. Ed in effetti, nella pubblicistica il termine dal sapore giustificatorio extraordinary renditions ha trovato molto spazio, mentre meno ne ha avuto quello di forcible abduction, prelevamente forzato, utilizzato nella giurisprudenza anglo-americana, per descrivere un tale tipo di condotta.
Perché, in altri termini, le renditions o abductions altro non sono che rapimenti o “prelevamenti” compiuti senza mandato dell’autorità giudiziaria, e in violazione della sovranità nazionale di un paese. In tutti e due i casi sono tecnicamente “operazioni coperte”, affidate alle squadre o ai settori operativi dei servizi di sicurezza, che spesso avvengono su diretto mandato dell’autorità di governo; ovvero con la tacita complicità o assenso di quest’ultimo, nelle versioni più pilatesche, quando non c’è nemmeno il coraggio di radicare questo tipo di azioni in una precisa direttiva politica1.
Dopo le indicazioni normative dell’amministrazione Bush in tema di lotta al terrorismo e dopo la vicenda di Abu Omar, che ha riguardato direttamente l’Italia, una parte consistente dell’opinione pubblica si è erroneamente convinta che queste pratiche siano in qualche modo nate dopo l’11 settembre del 2001, come inevitabile risposta globale agli attacchi e alle trame di al-Qaida.
Così non è. Perché la pratica dei sequestri illegali fa parte della storia stessa dei servizi segreti e delle polizie politiche. Una pratica, va detto, solo in pochissimi casi in qualche modo comprensibile e giustificabile, ma nella stragrande maggioranza dettata da discutibili ragioni (o meglio convenienze) politiche o di potere, con approcci e metodi totalmente criminali, anche se portati a termine o avallati da apparati ufficiali. Se il rapimento del criminale nazista Eichmann, prelevato in Argentina da agenti dell’intelligence di Tel Aviv e portato in Israele per essere processato poteva avere una ragione, in molti altri casi non c’era alcuna giustificazione né di tipo morale, né di tipo storico, ma semplicemente l’arbitrarietà di un potere applicato senza troppi scrupoli, pur di ottenere un risultato o un vantaggio. Per contestualizzare le renditions, quindi, abbiamo scelto di ricordare due vicende emblematiche, come quelle di Ben Barka e di Mousa al-Sadr.
Tuttavia è vero che dopo l’11 settembre del 2001 e quella sorta di dichiarazione di guerra mondiale al terrorismo del presidente Bush, le renditions sono diventate uno strumento quasi routinario da parte dei servizi statunitensi e di altri “alleati”. In altri termini, in applicazione di questa direttiva, ogni sospetto di appartenenza ad una organizzazione neo-jihadista o genericamente terrorista può essere prelevato a forza e condotto in una prigione segreta per essere torturato in cambio di informazioni, ovvero per essere eliminato dalla scena in quanto potenzialmente pericoloso. Naturalmente sfuggono i criteri di selezione dei sequestrati e se essi avvengano dopo uno scrupoloso esame di notizie e documenti. Perché, a quanto sembra, è capitato che alla base del rapimento ci fossero notizie di intelligence poco attendibili che hanno portato al sequestro di persone che con il terrorismo non avevano mai avuto nulla a che vedere.
Ma non è questo il punto, anche se il rapimento o la tortura di un innocente rappresentano sicuramente un’aggravante. La questione è che dopo l’11 settembre del 2001 e l’affermarsi non solo della dottrina, ma anche della “filosofia” Bush, sono molti gli opinion leader che, sfruttando la comprensibile paura di gran parte dell’opinione pubblica, cercano di sostenere che i limiti della legalità internazionale rappresentano un grande ostacolo alla lotta al terrorismo. E c’è chi - come spiega nel suo saggio Federico Guzmán - pensa sia utile ridefinire in senso più restrittivo alcune norme del diritto internazionale come la definizione di tortura, di distinzione tra civili e combattenti, di prigioniero di guerra e di garanzie per la popolazione civile.
In altri termini, quella che rischia di imporsi in nome della lotta al terrorismo è una pratica dettata dall’assoluta illegalità e incontrollabilità. Ovvero dall’arbitrio di chi, in spregio a qualsiasi regola, si erge a giudice inappellabile. E soprattutto trasforma una condotta discutibile, ma almeno “straordinaria”, nella pratica quotidiana. Orbene, anche mettendo da parte qualsiasi obiezione di carattere morale o giuridico rispetto alle abduction (e comunque non si tratterebbe di questioni secondarie) ciò che in questa sede va analizzato è l’efficacia di tali metodi in una prospettiva di intelligence. La risposta, ovviamente, è negativa. Perché un tale metodo può essere più confacente alle vecchie polizie politiche degli Stati autoritari che ad un moderno servizio segreto. E perché, trasformando in ordinario ciò che dovrebbe essere un’eccezione, si avvia un processo di militarizzazione delle dinamiche interne all’intelligence, con il ricorso alle scorciatoie illegali, a scapito delle pazienza investigativa e dell’analisi. In questa prospettiva, il caso di Abu Omar è esemplare: non è stato sequestrato (come estrema ratio) un terrorista sul punto di compiere un attentato che viveva protetto in uno Stato canaglia, ma si è prelevato in Italia un cittadino, in quel momento oggetto di serie indagini da parte dell’autorità giudiziaria. Una scorciatoia, appunto, che non solo non si è rivelata utile nella lotta al terrorismo ma, al contrario, ha rappresentato un vulnus democratico che, tra l’altro, si è facilmente trasformato in un argomento dei sostenitori e dei reclutatori dei gruppi neo-jihadisti.
Su queste considerazioni si innesta un’altra parte della discussione promossa da questa rivista: quale modello di intelligence per affrontare le sfide globali? È possibile cominciare a ragionare su una intelligence del futuro che sia rispettosa dei diritti umani, ovvero torture e sequestri devono assolutamente essere considerati strumenti ineliminabili?
È stato questo il tema di un importante convegno: “Nicola Calipari e le sfide della nuova Intelligence”, promosso dal Centro Studi Strategie Internazionali, i cui atti abbiamo ritenuto opportuno pubblicare nella sezione documenti. Quello che è emerso è una sorta di “manifesto per una nuova intelligence” che è l’opzione ideale alla base di questa rivista e delle attività del Cesint: un’intelligence rispettosa dei diritti e della dignità umana non solo è possibile, ma è necessaria se davvero si vogliono vincere le sfide che si hanno di fronte.
Ci sono alcune idee guida sulle quali è necessario avviare un confronto, a cominciare da quella che abbiamo chiamato “cultura del limite”, secondo la quale - come ha spiegato Rosa Villecco Calipari - ad ogni azione deve essere commisurata al tipo di minaccia e che, comunque, esistono limiti che non devono essere mai superati. Certamente, talvolta l’intelligence per svolgere il proprio compito deve avvalersi di strumenti e tecniche non convenzionali, non ortodosse. Che vadano oltre la legge. Per questo è necessario affrontare senza ipocrisie il tema delle “garanzie funzionali”, ma fissare chiaramente regole e limiti. Perché se da un lato è necessario dare strumenti, dall’altro occorre studiare seri meccanismi di controllo interni e parlamentari. Pesi e contrappesi. Solo in questo modo, in un mondo dove più che in altri può valere la massima secondo la quale il fine giustifica i mezzi, si potrà evitare che i mezzi finiscano con il deteriorare il fine. Solo in questo modo potrà essere considerata un ricordo del passato quella sorta di “ossessione del risultato” in base alla quale, in nome di una presunta esigenza superiore, tutto finiva con l’essere considerato lecito, senza valutare né da un punto di vista tecnico, né morale le conseguenze negative di un’azione. La democrazia si difende con metodi democratici. Combattere il terrorismo con metodi terroristici forse garantisce qualche risultato nell’immediato, ma nel medio e lungo periodo delegittima e depotenzia l’azione dell’intelligence e finisce, al contrario, per legittimare agli occhi dei propri sostenitori i terroristi e chi attenta alle nostre libertà.
C’è una questione che mi preme, in chiusura, segnalare. Al convegno sulla nuova intelligence erano presenti, tra un pubblico numeroso, molti funzionari dei nostri servizi. Seduti vicino a Giuliana Sgrena, o ai familiari di José Couso, il cameraman spagnolo ucciso a Baghdad da un colpo di artiglieria sparato da un blindato statunitense. Per qualcuno quella presenza può essere un sintomo di “inquinamento” di una discussione. Al contrario, è il segnale della possibilità di avviare un processo riformatore che veda, per la prima volta, soggetti e mondi in passato separati se non contrapposti, discutere e confrontarsi insieme. Fare della riforma dell’intelligence un momento di consapevole e democratica partecipazione.
Non è facile far passare questi concetti. Ed in effetti, è possibile che ci siano alcuni che, come riflesso pavloviano, pensino immediatamente a qualche inconfessabile intrigo, a qualcosa di losco. Prigionieri di retaggi che impediscono loro di valutare e riconoscere l’essenza profondamente innovativa di alcuni processi. Ma un percorso irreversibile è avviato. E presto si potrà discutere di intelligence senza automaticamente evocare l’immagine del diavolo, così come oggi quando – ad esempio - si parla di sicurezza e di forze di polizia nessuno automaticamente pensa a Portella delle Ginestre, ai manganelli, ai morti di Reggio Emilia o di Modena e nemmeno alle cariche e alle molotov ritrovate a Genova. Ma pensa, giustamente, ad apparati vicini ai cittadini ed al servizio delle istituzioni democratiche. Questa è la sfida che abbiamo lanciato scegliendo di ricordare Nicola Calipari in maniera non formale e di proporre il nostro “manifesto” per una nuova intelligence. Chi ritiene che ci stiamo incamminando lungo i sentieri dell’impero del male, può tranquillamente rimanere rinchiuso nelle catacombe del pregiudizio.

NOTE
1 È utile riportare la definizione data dal Gip di Milano, Guido Salvini: «Tale pratica consiste nell’aggiramento delle procedure di estradizione quando essa non sia stata chiesta o non sia possibile mediante il diretto e violento prelevamento di un soggetto nel territorio di uno Stato da parte di agenti , ufficiali o no, dello Stato che effettua l’abduction e senza il consenso dello Stato che ospita la persona. In alcuni casi tale misura “unilaterale”, può avere il consenso o il tacito assenso non dell’autorità governativa o parlamentare dello Stato ospitante ma di articolazioni di questo quali forze di polizia o servizi di sicurezza. Il soggetto può essere trasportato nello Stato responsabile dell’abduction o in uno Stato terzo normalmente ad esso alleato. Non vi è dubbio in dottrina che l’abduction costituisca una violazione del diritto internazionale sotto il profilo del mancato rispetto della sovranità territoriale e dell’integrità dello Stato in cui essa avviene provocando una responsabilità internazionale dello Stato che l’ha commessa». Cfr. Ordinanza di applicazione della misura di custodia cautelare in carcere nei confronti di Nasr Osama Mostafa Hassan, conosciuto anche come Abu Omar.


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