Cosa
sia il terrorismo, quali siano i suoi confini, cosa lo
distingua dalla guerriglia o dalla resistenza; ovvero
cosa lo distingua dagli “effetti collaterali”,
è un dibattito aperto e piuttosto acceso sia all’interno
del nostro paese che nel consesso internazionale. In Italia,
in particolare, le polemiche sono state innescate da un
pronunciamento del giudice per le indagini preliminari
di Milano, Clementina Forleo, la quale ha escluso che
l’articolo 270 bis quello che si applica contro
chi promuove o partecipa ad associazioni che hanno finalità
di terrorismo internazionale potesse essere applicato
ai componenti di cellule jihadiste che promuovevano il
finanziamento di gruppi armati e il reclutamento di militanti,
là dove non fosse emerso chiaramente che il programma
politico-militare fosse rivolto ad incutere il terrore
nella popolazione civile. In altri termini, combattere
l’occupante straniero mediante azioni armate doveva
essere considerata un’attività meramente
guerrigliera e, quindi, non assimilabile al terrorismo
che è uno strumento attraverso il quale si uccidono
nella maggior parte dei casi scientemente i civili, come
è accaduto l’11 settembre negli Stati Uniti;
l’11 marzo a Madrid o nei tanti casi di uomini-bomba
che si sono fatti esplodere nei mercati, negli autobus,
negli alberghi e nei ristoranti. Il dibattito è
assai vivace e segue, talora, approcci strettamente tecniconormativi,
mentre altre volte sono le considerazioni di tipo sociologico
o politico a prevalere. Non era quindi pensabile che fosse
la nostra rivista, che tra l’altro non è
una pubblicazione di carattere giuridico, a mettere la
parola fine alle dispute, indicando le più corrette
definizioni dei termini e le eventuali opportune interpretazioni
dei buchi normativi. Tuttavia, grazie al contributo di
due illustri magistrati quali Giancarlo Caselli e Guido
Salvini, si è ritenuto utile proporre una lettura
critica della nostra legislazione in materia di terrorismo
e lotta al terrorismo (dalla formulazione dell’articolo
270 bis del 2001 fino alla cosiddetta legge Pisanu del
2005) evidenziandone i limiti, ma anche - come ha esposto
nel suo saggio Salvini - sottolineando la circostanza
che ormai esista una definizione legale di terrorismo
internazionale, accettata nell’ordinamento interno.
Quel che manca - paradossalmente, ma non troppo - è
invece una “definizione unica e onnicomprensiva
del termine a livello internazionale”, come ha spiegato
nel suo intervento il professor Martin Scheinin. Si parla
tanto, forse troppo, di terrorismo, ma la comunità
internazionale non è ancora d’accordo nel
chiarire “cosa” sia il terrorismo. Così
condotte magari finalizzate al raggiungimento di un obiettivo
militare le quali però, per loro natura, non possono
non provocare la morte di civili rischiano di essere considerate
legittimi atti di guerra; viceversa, in alcuni paesi autoritari,
il dissenso politico o la lotta per l’autodeterminazione
rischiano di essere bollati come terrorismo. In entrambi
i casi invocare il rispetto delle norme del diritto internazionale
umanitario può diventare vuota retorica.
Diversa, però, è la prospettiva diintelligence,
la quale deve badare ad esaminare la sostanza delle cose,
con un approccio non necessariamente di tipo giuridico,
quanto piuttosto pragmatico. Perché esistono altre
categorie (ed altre prospettive) per analizzare un fenomeno
e prevederne le conseguenze e gli sviluppi. Detto in altri
termini - e per entrare con un esempio nel vivo della
questione - il bombardamento del villaggiopakistano di
Damadola ad opera delle forze armate statunitensi, le
quali “per errore” hanno ucciso 18 civili,
tra i quali quattro bambini, credendo di eliminare il
medico egiziano ed ideologo di al Qaida, al-Zawahiri,
può essere anche considerato del tutto legale al
pari di altri “danni collaterali” assai tragicamente
simili. È possibile che né la giustizia
statunitense, né altro organismo internazionale
chieda conto ai responsabili della strage del loro comportamento.
Ma è altrettanto vero che una simile carneficina
sarà considerata da coloro i quali l’hanno
subita un vero e proprio atto di terrorismo. E come tale
il sentimento anti-americano (in questo caso) e la simpatia
verso tutti coloro che lottano contro questo dominio sarà
destinata ad accrescere. Questo, in una prospettiva di
analisi, conta. Così come la stessa intelligence
statunitense già in alcuni rapporti scritti dopo
la caduta di Saddam Hussein, aveva avvertito che alcune
condotte spregiudicate o poco rispettose della popolazione
messe in atto dalle forze armate statunitensi avrebbero
fomentato l’odio nei confronti di coloro che, in
altre condizioni, avrebbero potuto essere percepiti come
“liberatori”, dal momento che avevano fatto
cadere un regime dittatoriale. E ciò l’intelligence
aveva detto indipendentemente dal giudizio sulla “legalità”
o meno della guerra preventiva voluta dal presidente George
W. Bush. In pratica, per tornare all’esempio precedente,
la scelta consapevole di bombardare un villaggio abitato
per eliminare un terrorista, comporta la ragionevole previsione
di uccidere, oltre al terrorista, anche i civili. Un gesto
come questo, ovviamente, ha delle conseguenze. A cominciare
dal fatto che il terrorista - soprattutto se espressione
di un sentimento largamente condiviso - da quel momento
godrà di una ancora più forte solidarietà.
Tant’è che quando in un successivo video
al-Zawahiri ha sfidato Bush sostenendo di trovarsi tra
le “masse musulmane”, oltre all’indubbio
approccio propagandistico, ha sostenuto qualcosa di non
completamente infondato.
Dall’altro versante, sempre in una prospettiva di
intelligence (che è assai differente da quella
della polizia giudiziaria) ha poco senso fermarsi di fronte
a mille distinguo e interpretazioni giuridiche per definire
ed avere ben chiaro cosa sia un’organizzazione terroristica
internazionale. Indubbiamente la globalizzazione pone
nuove sfide ed una di queste è l’affermarsi
su scala internazionale di un network neo-jihadista che
viene simbolicamente identificato con al-Qaida, anche
se si tratta di una realtà assai più complessa.
Nulla di simile, nel passato, si era verificato. Se pensiamo
ai grandi filoni del terrorismo e dell’eversione
degli ultimi cinquant’anni (quello neofascista;
quello di ispirazione marxista-leninista e quello di matrice
nazionalista, irlandese, basco, palestinese) possiamo
facilmente verificare che il reticolo solidaristico di
alleanze internazionali - che pure esisteva - in cui erano
inseriti i singoli gruppi, aveva una dimensione ed una
progettualità ben più limitata. Ad esempio,
molti storici sono concordi nel sostenere che con l’espressione
“internazionale nera”, non si poteva definire
una organizzazione gerarchicamente strutturata con un
comando unico, mentre più corretto sarebbe stato
parlare di un insieme di soggetti autonomi che condividevano
alcune regole fondamentali e si coordinavano tra di loro;
egualmente, nel campo opposto, l’auspicata creazione
di un Fronte combattente antimperialista, è rimasta
un sogno (fortunatamente) irrealizzato da parte dei brigatisti
e della Raf, mentre l’accordo tra gli “eserciti
popolari di liberazione” è sempre restato
un auspicio.
Con il “qaidismo” (lo chiameremo così
per comodità) le cose sono cambiate. Perché
c’è un indirizzo-guida molto forte e c’è
un messaggio capace di giungere autorevolmente in ogni
luogo del pianeta - gli studi sulle grandi capacità
comunicative di Bin Laden e sull’innovativo uso
di Internet non mancano - che viene a sua volta raccolto
e messo in pratica dai singoli/ gruppi. L’orizzontalità,
là dove un tempo i gruppi terroristici erano caratterizzati
per la rigida centralità gerarchica. Il network
entro il quale prospera ed agisce il “qaidismo”
è quindi qualcosa di estremamente inafferrabile,
se a questo fenomeno non ci avviciniamo liberandoci dagli
schemi del terrorismo “classico”. Certamente,
da un punto di vista processuale può essere estremamente
complicato dimostrare l’esistenza di qualcosa che,
nella prospettiva di intelligence, non ha bisogno di essere
dimostrato. Questa la differenza. Ma per conoscere e prevenire
- come detto - occorre puntare alla sostanza delle cose.
Il momento processuale, degli arresti e delle condanne
(se ci saranno) è qualcosa di diverso.
Intelligence, ovviamente, è anche capacità
di analizzare le diversità, comprendere i confini
dei fenomeni, distinguere terrorismo dal dissenso; fisiologie
da patologie. Delimitare pragmaticamente i confini del
terrorismo. In questo numero, inoltre, proprio per favorire
una maggiore comprensione dei fenomeni, oltre agli altri
saggi, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare larghi stralci
del manuale del jihad di al-Souri, già commentato
nel precedente numero e illustrare la poco conosciuta
realtà del “al-Da‘wa wa Tabligh”,
i cosiddetti missionari dell’islam. Vorrei sottolineare,
infine, come l’uscita di questo numero coincida
temporalmente con il primo anniversario dell’uccisione
di Nicola Calipari, avvenuta il 4 marzo del 2005 a Baghdad.
Chi ha seguito le attività del Centro Studi Strategie
Internazionali, che proprio nel marzo 2005 sono cominciate,
sa bene che nel nostro piccolo abbiamo considerato un
punto d’onore dare il nostro contributo alla battaglia
per la verità e la giustizia. Ora questa battaglia
diventa parte integrante del nostro progetto con l’ingresso
di Rosa Villecco Calipari nel comitato scientifico della
rivista e molto presto il Cesint sarà parte integrante
della costituenda fondazione Nicola Calipari. Uno sforzo
comune perché l’intelligence marginalizzi
quelle correnti che nell’ossessione del risultato
a tutti i costi - la vogliono interpretare come “terra
di nessuno” dove non esistono né regole,
né diritti umani, ma sia sempre di più il
barometro della democrazia.