Rivista di Intelligence numero 1 Marzo 2006
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Gianni Cipriani

direttore del Cesint

Il barometro della democrazia



Cosa sia il terrorismo, quali siano i suoi confini, cosa lo distingua dalla guerriglia o dalla resistenza; ovvero cosa lo distingua dagli “effetti collaterali”, è un dibattito aperto e piuttosto acceso sia all’interno del nostro paese che nel consesso internazionale. In Italia, in particolare, le polemiche sono state innescate da un pronunciamento del giudice per le indagini preliminari di Milano, Clementina Forleo, la quale ha escluso che l’articolo 270 bis quello che si applica contro chi promuove o partecipa ad associazioni che hanno finalità di terrorismo internazionale potesse essere applicato ai componenti di cellule jihadiste che promuovevano il finanziamento di gruppi armati e il reclutamento di militanti, là dove non fosse emerso chiaramente che il programma politico-militare fosse rivolto ad incutere il terrore nella popolazione civile. In altri termini, combattere l’occupante straniero mediante azioni armate doveva essere considerata un’attività meramente guerrigliera e, quindi, non assimilabile al terrorismo che è uno strumento attraverso il quale si uccidono nella maggior parte dei casi scientemente i civili, come è accaduto l’11 settembre negli Stati Uniti; l’11 marzo a Madrid o nei tanti casi di uomini-bomba che si sono fatti esplodere nei mercati, negli autobus, negli alberghi e nei ristoranti. Il dibattito è assai vivace e segue, talora, approcci strettamente tecniconormativi, mentre altre volte sono le considerazioni di tipo sociologico o politico a prevalere. Non era quindi pensabile che fosse la nostra rivista, che tra l’altro non è una pubblicazione di carattere giuridico, a mettere la parola fine alle dispute, indicando le più corrette definizioni dei termini e le eventuali opportune interpretazioni dei buchi normativi. Tuttavia, grazie al contributo di due illustri magistrati quali Giancarlo Caselli e Guido Salvini, si è ritenuto utile proporre una lettura critica della nostra legislazione in materia di terrorismo e lotta al terrorismo (dalla formulazione dell’articolo 270 bis del 2001 fino alla cosiddetta legge Pisanu del 2005) evidenziandone i limiti, ma anche - come ha esposto nel suo saggio Salvini - sottolineando la circostanza che ormai esista una definizione legale di terrorismo internazionale, accettata nell’ordinamento interno.
Quel che manca - paradossalmente, ma non troppo - è invece una “definizione unica e onnicomprensiva del termine a livello internazionale”, come ha spiegato nel suo intervento il professor Martin Scheinin. Si parla tanto, forse troppo, di terrorismo, ma la comunità internazionale non è ancora d’accordo nel chiarire “cosa” sia il terrorismo. Così condotte magari finalizzate al raggiungimento di un obiettivo militare le quali però, per loro natura, non possono non provocare la morte di civili rischiano di essere considerate legittimi atti di guerra; viceversa, in alcuni paesi autoritari, il dissenso politico o la lotta per l’autodeterminazione rischiano di essere bollati come terrorismo. In entrambi i casi invocare il rispetto delle norme del diritto internazionale umanitario può diventare vuota retorica.
Diversa, però, è la prospettiva diintelligence, la quale deve badare ad esaminare la sostanza delle cose, con un approccio non necessariamente di tipo giuridico, quanto piuttosto pragmatico. Perché esistono altre categorie (ed altre prospettive) per analizzare un fenomeno e prevederne le conseguenze e gli sviluppi. Detto in altri termini - e per entrare con un esempio nel vivo della questione - il bombardamento del villaggiopakistano di Damadola ad opera delle forze armate statunitensi, le quali “per errore” hanno ucciso 18 civili, tra i quali quattro bambini, credendo di eliminare il medico egiziano ed ideologo di al Qaida, al-Zawahiri, può essere anche considerato del tutto legale al pari di altri “danni collaterali” assai tragicamente simili. È possibile che né la giustizia statunitense, né altro organismo internazionale chieda conto ai responsabili della strage del loro comportamento. Ma è altrettanto vero che una simile carneficina sarà considerata da coloro i quali l’hanno subita un vero e proprio atto di terrorismo. E come tale il sentimento anti-americano (in questo caso) e la simpatia verso tutti coloro che lottano contro questo dominio sarà destinata ad accrescere. Questo, in una prospettiva di analisi, conta. Così come la stessa intelligence statunitense già in alcuni rapporti scritti dopo la caduta di Saddam Hussein, aveva avvertito che alcune condotte spregiudicate o poco rispettose della popolazione messe in atto dalle forze armate statunitensi avrebbero fomentato l’odio nei confronti di coloro che, in altre condizioni, avrebbero potuto essere percepiti come “liberatori”, dal momento che avevano fatto cadere un regime dittatoriale. E ciò l’intelligence aveva detto indipendentemente dal giudizio sulla “legalità” o meno della guerra preventiva voluta dal presidente George W. Bush. In pratica, per tornare all’esempio precedente, la scelta consapevole di bombardare un villaggio abitato per eliminare un terrorista, comporta la ragionevole previsione di uccidere, oltre al terrorista, anche i civili. Un gesto come questo, ovviamente, ha delle conseguenze. A cominciare dal fatto che il terrorista - soprattutto se espressione di un sentimento largamente condiviso - da quel momento godrà di una ancora più forte solidarietà. Tant’è che quando in un successivo video al-Zawahiri ha sfidato Bush sostenendo di trovarsi tra le “masse musulmane”, oltre all’indubbio approccio propagandistico, ha sostenuto qualcosa di non completamente infondato.
Dall’altro versante, sempre in una prospettiva di intelligence (che è assai differente da quella della polizia giudiziaria) ha poco senso fermarsi di fronte a mille distinguo e interpretazioni giuridiche per definire ed avere ben chiaro cosa sia un’organizzazione terroristica internazionale. Indubbiamente la globalizzazione pone nuove sfide ed una di queste è l’affermarsi su scala internazionale di un network neo-jihadista che viene simbolicamente identificato con al-Qaida, anche se si tratta di una realtà assai più complessa. Nulla di simile, nel passato, si era verificato. Se pensiamo ai grandi filoni del terrorismo e dell’eversione degli ultimi cinquant’anni (quello neofascista; quello di ispirazione marxista-leninista e quello di matrice nazionalista, irlandese, basco, palestinese) possiamo facilmente verificare che il reticolo solidaristico di alleanze internazionali - che pure esisteva - in cui erano inseriti i singoli gruppi, aveva una dimensione ed una progettualità ben più limitata. Ad esempio, molti storici sono concordi nel sostenere che con l’espressione “internazionale nera”, non si poteva definire una organizzazione gerarchicamente strutturata con un comando unico, mentre più corretto sarebbe stato parlare di un insieme di soggetti autonomi che condividevano alcune regole fondamentali e si coordinavano tra di loro; egualmente, nel campo opposto, l’auspicata creazione di un Fronte combattente antimperialista, è rimasta un sogno (fortunatamente) irrealizzato da parte dei brigatisti e della Raf, mentre l’accordo tra gli “eserciti popolari di liberazione” è sempre restato un auspicio.
Con il “qaidismo” (lo chiameremo così per comodità) le cose sono cambiate. Perché c’è un indirizzo-guida molto forte e c’è un messaggio capace di giungere autorevolmente in ogni luogo del pianeta - gli studi sulle grandi capacità comunicative di Bin Laden e sull’innovativo uso di Internet non mancano - che viene a sua volta raccolto e messo in pratica dai singoli/ gruppi. L’orizzontalità, là dove un tempo i gruppi terroristici erano caratterizzati per la rigida centralità gerarchica. Il network entro il quale prospera ed agisce il “qaidismo” è quindi qualcosa di estremamente inafferrabile, se a questo fenomeno non ci avviciniamo liberandoci dagli schemi del terrorismo “classico”. Certamente, da un punto di vista processuale può essere estremamente complicato dimostrare l’esistenza di qualcosa che, nella prospettiva di intelligence, non ha bisogno di essere dimostrato. Questa la differenza. Ma per conoscere e prevenire - come detto - occorre puntare alla sostanza delle cose. Il momento processuale, degli arresti e delle condanne (se ci saranno) è qualcosa di diverso.
Intelligence, ovviamente, è anche capacità di analizzare le diversità, comprendere i confini dei fenomeni, distinguere terrorismo dal dissenso; fisiologie da patologie. Delimitare pragmaticamente i confini del terrorismo. In questo numero, inoltre, proprio per favorire una maggiore comprensione dei fenomeni, oltre agli altri saggi, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare larghi stralci del manuale del jihad di al-Souri, già commentato nel precedente numero e illustrare la poco conosciuta realtà del “al-Da‘wa wa Tabligh”, i cosiddetti missionari dell’islam. Vorrei sottolineare, infine, come l’uscita di questo numero coincida temporalmente con il primo anniversario dell’uccisione di Nicola Calipari, avvenuta il 4 marzo del 2005 a Baghdad. Chi ha seguito le attività del Centro Studi Strategie Internazionali, che proprio nel marzo 2005 sono cominciate, sa bene che nel nostro piccolo abbiamo considerato un punto d’onore dare il nostro contributo alla battaglia per la verità e la giustizia. Ora questa battaglia diventa parte integrante del nostro progetto con l’ingresso di Rosa Villecco Calipari nel comitato scientifico della rivista e molto presto il Cesint sarà parte integrante della costituenda fondazione Nicola Calipari. Uno sforzo comune perché l’intelligence marginalizzi quelle correnti che nell’ossessione del risultato a tutti i costi - la vogliono interpretare come “terra di nessuno” dove non esistono né regole, né diritti umani, ma sia sempre di più il barometro della democrazia.