L’emarginazione
e la sofferenza rappresentano un grande volano per il
reclutamento jihadista, ma dietro c’è un
disegno politico di egemonia universale integralista.
Dopo gli attentati di Londra, realizzati da una cellula
di estremisti islamici con passaporto britannico, tutti
perfettamente integrati nel Regno Unito e senza problemi
economici o di emarginazione sociale, in molti si sono
domandati - non senza inquietudine - come tutto ciò
sia potuto accadere. Perché nell’immaginario
collettivo e, talora, anche attraverso la lettura di alcuni
passaggi dei proclami dell’ideologo di al-Qaida,
al-Zawahiri, era molto radicata l’idea del kamikaze,
ovvero del “martire”, come risposta disperata
ad una situazione priva di alternative. Ossia lo shahid
figlio della mancanza di prospettive; della miseria; dell’ingiustizia.
Una immagine, non senza ragione, che era andata affermandosi
nell’ultimo decennio, soprattutto in relazione alle
azioni suicide dei militanti delle organizzazioni palestinesi,
compiute per lo più da persone cresciute nei campi
profughi, con alle spalle un passato di ingiustizie e
umiliazioni. La fine di ogni speranza, si era giustamente
sostenuto, li aveva trasformati in uomini e donne bomba.
Tuttavia la riflessione sui “kamikaze d’Europa”
che abbiamo voluto stimolare in questo numero della rivista,
parte da una considerazione assai differente e che, forse,
va contro alcuni luoghi comuni, come quelli prima illustrati.
Ossia che la disperazione, l’emarginazione e l’ingiustizia
non siano le uniche cause del nascere della generazione
combattente dei militanti che si fanno esplodere pur di
uccidere il maggior numero di nemici. C’è
qualcosa di diverso e di più profondo dietro questo
fenomeno: c’è una ideologia politicoreligiosa
ben strutturata che viene da lontano e - è il caso
di dire - va oltre le contingenze politico-sociali di
questo momento storico. Tant’è che alla base
dell’attuale terrorismo islamico c’è
spesso l’interpretazione più radicale di
alcune teorie salafite che propugnano la perfetta sintonia
tra l’azione del governo e la shari’a ed anche
la lotta (jihad) contro gli infedeli e gli apostati per
combattere la jahiliyya, ossia la barbarie e l’ignoranza
che c’erano prima dell’arrivo del Profeta.
Secondo queste concezioni, dunque, l’unica prospettiva
possibile è la creazione di uno Stato teocratico,
il cui principale obiettivo sia quello di introdurre al
proprio interno la legislazione islamica e poi difendere
ed estendere l’ortodossia attraverso la guerra santa.
Certamente, anche la recente strage di Londra dimostra
che i giovani e i combattenti avvertono il peso delle
ingiustizie e, in qualche modo, vogliono anche essere
espressione di riscatto per le sofferenze del popolo palestinese,
o dell’Iraq e dell’Afghanistan occupati. Non
c’è dubbio. Tuttavia questo è solo
il primo passo, perché il successivo e ben più
importante è difendere l’islam che si vede
minacciato dalla depravazione degli apostati e dalla modernità
occidentale, non senza smettere di vagheggiare l’imposizione
universale della shari’a e il ritorno al Califfato.
Questa è la base ideologico-religiosa di gran parte
del terrorismo neojihadista, dove gli infedeli (“i
crociati e i sionisti” nell’espressione di
Bin Laden) sono identificati con coloro che massacrano
e umiliano i popoli musulmani soprattutto Israele e Stati
Uniti - mentre gli apostati sono i governanti di paesi
musulmani “laicisti” o poco rispettosi della
legge divina, che hanno consentito che le terre islamiche
si allontanassero dalla purezza e dalla totale sottomissione
al volere di Dio. Non a caso, prima ancora della nascita
del “fenomeno” al-Qaida, queste correnti radicali
avevano rappresentato una minaccia per molti paesi, come
i “laici” Egitto, Siria e anche Iraq. A testimonianza
di un progetto politico ben precedente rispetto alle condizioni
determinate dalle più recenti crisi internazionali.
In altri termini, l’emarginazione, la sofferenza,
il senso dell’ingiustizia, rappresentano un grande
volano per il reclutamento. Anzi, si potrebbe dire, più
in generale ciò è vero per tutti i gruppi
terroristici, di qualsiasi matrice. Ma il disegno che
sta dietro all’azione delle organizzazioni neo-jihadiste
va ben oltre e ha motivazioni ben più strutturate.
Ecco perché una gran parte dei “martiri”
che si fanno saltare in aria nell’Iraq del dopo
Saddam Hussein provengono dall’Arabia Saudita, paese
nel quale la gente generalmente vive in condizioni assai
più agiate rispetto ad altri popoli musulmani;
ecco perché cittadini con una casa, un lavoro regolare
e un passaporto comunitario in tasca decidono di trasformarsi
in uomini bomba dopo essersi proclamati “soldati”
nella guerra contro la depravazione e l’arroganza
occidentale. Tutto ciò, ovviamente, non significa
che l’impegno per un ordine internazionale più
giusto, per il rispetto dei diritti umani e del diritto
all’autodeterminazione dei popoli, sia qualcosa
di totalmente inutile. Anzi. Esistono studi accademici,
dei quali daremo conto nei prossimi numeri, che dimostrano
in maniera del tutto convincente come il continuo diffondersi
dei focolai terroristici nel mondo sia un fenomeno strettamente
correlato alle politiche “espansionistiche”
statunitensi seguite al crollo dell’Unione Sovietica.
Lo stesso intervento di Marek Potworowski sottolinea in
maniera sferzante le responsabilità occidentali.
Si deve, però, essere consapevoli che esistono
correnti islamiche radicali che continueranno - comunque
- la loro lotta, fino all’imposizione di una società
teocratica. Il saggio del professor José Sanmartín
tratta in maniera molto efficace questi temi. Così
come eloquente è la lettura critica di alcuni passaggi
dell’ultimo libro di al-Souri, Invito alla Resistenza
islamica mondiale, nel quale l’ideologo di al-Qaida
illustra chiaramente gli obiettivi politici del suo movimento
e la strategia di guerra globale per la quale, in chiave
tattica, i neojihadisti non escludono neppure alleanze
con gruppi politici ed eversivi “occidentali”,
sia di estrazione rivoluzionaria che nazionalista, pur
di combattere il comune nemico statunitense. Al di là
di alcune contraddizioni rispetto ad un impianto rigidamente
fondamentalista, per il quale l’infedele è
sempre un impuro da combattere, la dottrina di al-Souri
introduce per la prima volta una variabile di estremo
interesse, per comprendere le possibili evoluzioni del
fenomeno, come l’alleanza tra diversi, per opporsi
all’imperialismo e al sionismo. In un’altra
sezione della rivista, come annunciato nel numero zero
integralmente dedicato al “caso” Calipari,
c’è un confronto sulla questione degli ostaggi
in Iraq, rispetto all’annosa questione: trattare
o no. È sembrato utile ascoltare le opinioni di
studiosi che esprimono punti di vista differenti: disponibile
ad una trattativa, ma solo quale extrema ratio, Ofra Bengio
dell’università di Tel Aviv; nessun negoziato
possibile, secondo Michael Rubin. Una posizione, quest’ultima,
assai indicativa degli attuali umori dell’amministrazione
statunitense, dal momento che Michael Rubin è uno
dei più brillanti teorici “neocons”
ed è stato dopo l’occupazione dell’Iraq
consigliere di Donald Rumsfeld e di L. Paul Bremer III.
Ovviamente, la questione è assai complessa e non
può essere sintetizzata in un aprioristico “sì”
o “no”. Ci sono molte variabili, come i luoghi
dove l’episodio è accaduto e le capacità
di controllo del territorio delle autorità locali;
il tipo di contropartita richiesta. A nostro giudizio,
tuttavia, la strada scelta da governo e opposizione di
salvare i nostri connazionali e il percorso seguito dalla
nostra intelligence resta un modello positivo di tutela
dell’interesse nazionale e rispetto della volontà
popolare, nonostante il prezzo altissimo pagato con la
morte di Nicola Calipari. Anche per questo, come già
illustrato nel numero zero, consideriamo un impegno morale
dare il nostro piccolo contributo perché ci sia
verità e giustizia su quanto accaduto quel 4 marzo
a Baghdad e perché l’uccisione dell’alto
funzionario del Sismi non venga dimenticata. Ultima notazione:
la rivista sta andando in stampa proprio mentre negli
Stati Uniti e in Italia sono esplose le polemiche sul
Cia-gate e sul Niger-gate. Alcune personalità hanno
ipotizzato che all’origine dei due “casi”
ci sia uno scontro interno all’amministrazione statunitense
e, per quanto riguarda il versante italiano, perfino una
rappresaglia d’oltreoceano nei confronti del Sismi,
proprio per il caso Calipari. Possibile. Quello che qui
preme sottolineare, però, è che il modello
di intelligence per il quale vale la pena impegnarsi,
va in una direzione opposta rispetto a quanto emerge a
margine di questi stillicidi quotidiani. Intelligence
come conoscenza e non come ricatto; intelligence come
momento di elaborazione condivisa e non come scorciatoia
per affermare indimostrabili teoremi. Anche per questi
motivi, come spiegherà nelle pagine seguenti Pino
Arlacchi, l’auspicio è che in questo mondo
trovino sempre meno spazio faccendieri e uomini d’avventura,
mentre abbia un ruolo più rilevante l’università
e il mondo del sapere. Sfida difficile, ma non impossibile.