Rivista di Intelligence numero 1 Dicembre 2005
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Gianni Cipriani

direttore del Cesint

Ritorno al califfato



L’emarginazione e la sofferenza rappresentano un grande volano per il reclutamento jihadista, ma dietro c’è un disegno politico di egemonia universale integralista. Dopo gli attentati di Londra, realizzati da una cellula di estremisti islamici con passaporto britannico, tutti perfettamente integrati nel Regno Unito e senza problemi economici o di emarginazione sociale, in molti si sono domandati - non senza inquietudine - come tutto ciò sia potuto accadere. Perché nell’immaginario collettivo e, talora, anche attraverso la lettura di alcuni passaggi dei proclami dell’ideologo di al-Qaida, al-Zawahiri, era molto radicata l’idea del kamikaze, ovvero del “martire”, come risposta disperata ad una situazione priva di alternative. Ossia lo shahid figlio della mancanza di prospettive; della miseria; dell’ingiustizia. Una immagine, non senza ragione, che era andata affermandosi nell’ultimo decennio, soprattutto in relazione alle azioni suicide dei militanti delle organizzazioni palestinesi, compiute per lo più da persone cresciute nei campi profughi, con alle spalle un passato di ingiustizie e umiliazioni. La fine di ogni speranza, si era giustamente sostenuto, li aveva trasformati in uomini e donne bomba. Tuttavia la riflessione sui “kamikaze d’Europa” che abbiamo voluto stimolare in questo numero della rivista, parte da una considerazione assai differente e che, forse, va contro alcuni luoghi comuni, come quelli prima illustrati. Ossia che la disperazione, l’emarginazione e l’ingiustizia non siano le uniche cause del nascere della generazione combattente dei militanti che si fanno esplodere pur di uccidere il maggior numero di nemici. C’è qualcosa di diverso e di più profondo dietro questo fenomeno: c’è una ideologia politicoreligiosa ben strutturata che viene da lontano e - è il caso di dire - va oltre le contingenze politico-sociali di questo momento storico. Tant’è che alla base dell’attuale terrorismo islamico c’è spesso l’interpretazione più radicale di alcune teorie salafite che propugnano la perfetta sintonia tra l’azione del governo e la shari’a ed anche la lotta (jihad) contro gli infedeli e gli apostati per combattere la jahiliyya, ossia la barbarie e l’ignoranza che c’erano prima dell’arrivo del Profeta. Secondo queste concezioni, dunque, l’unica prospettiva possibile è la creazione di uno Stato teocratico, il cui principale obiettivo sia quello di introdurre al proprio interno la legislazione islamica e poi difendere ed estendere l’ortodossia attraverso la guerra santa. Certamente, anche la recente strage di Londra dimostra che i giovani e i combattenti avvertono il peso delle ingiustizie e, in qualche modo, vogliono anche essere espressione di riscatto per le sofferenze del popolo palestinese, o dell’Iraq e dell’Afghanistan occupati. Non c’è dubbio. Tuttavia questo è solo il primo passo, perché il successivo e ben più importante è difendere l’islam che si vede minacciato dalla depravazione degli apostati e dalla modernità occidentale, non senza smettere di vagheggiare l’imposizione universale della shari’a e il ritorno al Califfato. Questa è la base ideologico-religiosa di gran parte del terrorismo neojihadista, dove gli infedeli (“i crociati e i sionisti” nell’espressione di Bin Laden) sono identificati con coloro che massacrano e umiliano i popoli musulmani soprattutto Israele e Stati Uniti - mentre gli apostati sono i governanti di paesi musulmani “laicisti” o poco rispettosi della legge divina, che hanno consentito che le terre islamiche si allontanassero dalla purezza e dalla totale sottomissione al volere di Dio. Non a caso, prima ancora della nascita del “fenomeno” al-Qaida, queste correnti radicali avevano rappresentato una minaccia per molti paesi, come i “laici” Egitto, Siria e anche Iraq. A testimonianza di un progetto politico ben precedente rispetto alle condizioni determinate dalle più recenti crisi internazionali. In altri termini, l’emarginazione, la sofferenza, il senso dell’ingiustizia, rappresentano un grande volano per il reclutamento. Anzi, si potrebbe dire, più in generale ciò è vero per tutti i gruppi terroristici, di qualsiasi matrice. Ma il disegno che sta dietro all’azione delle organizzazioni neo-jihadiste va ben oltre e ha motivazioni ben più strutturate. Ecco perché una gran parte dei “martiri” che si fanno saltare in aria nell’Iraq del dopo Saddam Hussein provengono dall’Arabia Saudita, paese nel quale la gente generalmente vive in condizioni assai più agiate rispetto ad altri popoli musulmani; ecco perché cittadini con una casa, un lavoro regolare e un passaporto comunitario in tasca decidono di trasformarsi in uomini bomba dopo essersi proclamati “soldati” nella guerra contro la depravazione e l’arroganza occidentale. Tutto ciò, ovviamente, non significa che l’impegno per un ordine internazionale più giusto, per il rispetto dei diritti umani e del diritto all’autodeterminazione dei popoli, sia qualcosa di totalmente inutile. Anzi. Esistono studi accademici, dei quali daremo conto nei prossimi numeri, che dimostrano in maniera del tutto convincente come il continuo diffondersi dei focolai terroristici nel mondo sia un fenomeno strettamente correlato alle politiche “espansionistiche” statunitensi seguite al crollo dell’Unione Sovietica. Lo stesso intervento di Marek Potworowski sottolinea in maniera sferzante le responsabilità occidentali. Si deve, però, essere consapevoli che esistono correnti islamiche radicali che continueranno - comunque - la loro lotta, fino all’imposizione di una società teocratica. Il saggio del professor José Sanmartín tratta in maniera molto efficace questi temi. Così come eloquente è la lettura critica di alcuni passaggi dell’ultimo libro di al-Souri, Invito alla Resistenza islamica mondiale, nel quale l’ideologo di al-Qaida illustra chiaramente gli obiettivi politici del suo movimento e la strategia di guerra globale per la quale, in chiave tattica, i neojihadisti non escludono neppure alleanze con gruppi politici ed eversivi “occidentali”, sia di estrazione rivoluzionaria che nazionalista, pur di combattere il comune nemico statunitense. Al di là di alcune contraddizioni rispetto ad un impianto rigidamente fondamentalista, per il quale l’infedele è sempre un impuro da combattere, la dottrina di al-Souri introduce per la prima volta una variabile di estremo interesse, per comprendere le possibili evoluzioni del fenomeno, come l’alleanza tra diversi, per opporsi all’imperialismo e al sionismo. In un’altra sezione della rivista, come annunciato nel numero zero integralmente dedicato al “caso” Calipari, c’è un confronto sulla questione degli ostaggi in Iraq, rispetto all’annosa questione: trattare o no. È sembrato utile ascoltare le opinioni di studiosi che esprimono punti di vista differenti: disponibile ad una trattativa, ma solo quale extrema ratio, Ofra Bengio dell’università di Tel Aviv; nessun negoziato possibile, secondo Michael Rubin. Una posizione, quest’ultima, assai indicativa degli attuali umori dell’amministrazione statunitense, dal momento che Michael Rubin è uno dei più brillanti teorici “neocons” ed è stato dopo l’occupazione dell’Iraq consigliere di Donald Rumsfeld e di L. Paul Bremer III. Ovviamente, la questione è assai complessa e non può essere sintetizzata in un aprioristico “sì” o “no”. Ci sono molte variabili, come i luoghi dove l’episodio è accaduto e le capacità di controllo del territorio delle autorità locali; il tipo di contropartita richiesta. A nostro giudizio, tuttavia, la strada scelta da governo e opposizione di salvare i nostri connazionali e il percorso seguito dalla nostra intelligence resta un modello positivo di tutela dell’interesse nazionale e rispetto della volontà popolare, nonostante il prezzo altissimo pagato con la morte di Nicola Calipari. Anche per questo, come già illustrato nel numero zero, consideriamo un impegno morale dare il nostro piccolo contributo perché ci sia verità e giustizia su quanto accaduto quel 4 marzo a Baghdad e perché l’uccisione dell’alto funzionario del Sismi non venga dimenticata. Ultima notazione: la rivista sta andando in stampa proprio mentre negli Stati Uniti e in Italia sono esplose le polemiche sul Cia-gate e sul Niger-gate. Alcune personalità hanno ipotizzato che all’origine dei due “casi” ci sia uno scontro interno all’amministrazione statunitense e, per quanto riguarda il versante italiano, perfino una rappresaglia d’oltreoceano nei confronti del Sismi, proprio per il caso Calipari. Possibile. Quello che qui preme sottolineare, però, è che il modello di intelligence per il quale vale la pena impegnarsi, va in una direzione opposta rispetto a quanto emerge a margine di questi stillicidi quotidiani. Intelligence come conoscenza e non come ricatto; intelligence come momento di elaborazione condivisa e non come scorciatoia per affermare indimostrabili teoremi. Anche per questi motivi, come spiegherà nelle pagine seguenti Pino Arlacchi, l’auspicio è che in questo mondo trovino sempre meno spazio faccendieri e uomini d’avventura, mentre abbia un ruolo più rilevante l’università e il mondo del sapere. Sfida difficile, ma non impossibile.