Rivista di Intelligence giugno 2005
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Marc Garlasco

Senior Military Analyst Human Rights Watch

Le regole della vita e della morte


Daham Kasim Fahayh si mostra ferito davanti a me, colpito sei volte per essersi avvicinato nell’aprile del 2003 a un checkpoint americano, durante la guerra in Iraq. Mi ha raccontato la storia di come lui, allora direttore per l’elettricità del sudovest dell’Iraq, decise di portare via la sua famiglia da Nassiriya e di trasferirsi fuori città perché era troppo pericoloso restare. Caricò i suoi cari su una Peugeot del 2002 e cominciò il viaggio arrivando ben presto a un posto di controllo americano. «Non sapevo cosa dover fare, non ho capito cosa avrei dovuto fare, così ci siamo fermati e abbiamo atteso». A quel punto gli americani hanno iniziato a sparare. Dai suoi occhi sgorgano lacrime e sua moglie, distesa dietro una tenda, inizia a piangere e a lamentarsi mentre lui ricorda i nomi dei suoi figli. «Marwa, 9 anni, Mohammed 6, Zaina 5 e Zara 3, sono stati tutti uccisi. A mia moglie hanno sparato due volte e io ho perso la gamba e alcuni organi. Quando mi hanno estratto dalla macchina hanno detto: “Ci dispiace, abbiamo commesso un errore”». Due anni dopo è cambiato poco e gli errori cancellano le vite di civili che non sanno ancora come comportarsi in prossimità dei checkpoint e che vivono con la paura di imbattersi in questi posti di controllo. Ciò che è cambiato è che ora anche i soldati affrontano timori e pericoli simili mentre l’insurrezione in Iraq li vede sempre più dei bersagli vulnerabili da colpire con autobombe. Una nazione di civili confusi che cercano di vivere nonostante tutto, dove soldati spaventati cercano di fare il loro lavoro, crea una pericolosa combinazione di paura nella quale innocenti sono uccisi perché scambiati per rivoltosi. La recente e tragica morte di Nicola Calipari al checkpoint di Baghdad è un riflettore che illumina una serie di problemi nelle regole d’ingaggio (Roe) in Iraq e in particolare ai posti di blocco. Ma negli ultimi due anni non ci sono stati fari ad illuminare situazioni simili e forse è a causa di questo che non sono intervenuti cambiamenti. La morte di Calipari forse ora costringerà l’esercito statunitense a rivedere il modus operandi dei checkpoint. Occorre però anche analizzare le Roe in generale e i problemi relativi alle loro applicazioni ai checkpoint in particolare per determinare quali strade seguire e quali modifiche operare.I militari americani responsabili per la sicurezza non mirano deliberatamente ai civili in Iraq come obiettivo delle loro azioni, ma certo non si sta facendo abbastanza per ridurre il danno ai civili come richiesto dal diritto internazionale. L’esercito americano fa fronte ai quotidiani attacchi di chi si oppone agli Usa, alla coalizione di occupazione e al nuovo governo iracheno; un contesto del genere non può però essere una scusa per mettere a rischio la vita di innocenti. Né il violento scenario iracheno assolve i militari dall’obbligo di limitare l’uso della forza, di impiegarla in maniera proporzionata e discriminata, e solo quando è strettamente necessaria. Il numero crescente di civili uccisi in Iraq fornisce il drammatico quadro di un esercito così preoccupato di garantire la propria sicurezza da non prendere le misure necessarie per proteggere i civili e che usa la scusa delle regole di ingaggio per rispondere alle critiche. Punto centrale delle critiche che vengono mosse ai militari è l’assenza di indagini e di provvedimenti seri in caso di errori. Abbiamo visto troppo spesso gli Usa favorevoli solo a parole a un’indagine sulla morte di un iracheno o all’avviamento di inchieste ogni qual volta è stata invocata la linea difensiva delle regole d’ingaggio. Anche quando le Roe vengono soddisfatte, queste risultano troppo vaghe, consentendo di fatto l’uccisione di civili in un paese in cui gli standard del diritto internazionale dovrebbero costringere le forze militari a un maggior grado di rigore e responsabilità. Tuttavia, sarebbe ingenuo non riconoscere l’impatto che anche le azioni dei rivoltosi hanno sulla vita quotidiana dei civili iracheni e ingiusto caricare l’intera responsabilità sui soldati americani. Dalla formazione del governo iracheno, sono stati uccisi molti più civili nel corso di azioni degli insorti che non a causa della violazione delle regole di ingaggio o per regole di ingaggio eseguite in maniera errata. Human Rights Watch (Hrw) riconosce che l’insurrezione sta uccidendo civili in Iraq ogni giorno: questo ci fa paura, tuttavia, in tale contesto ci interessa il miglioramento delle misure di sicurezza da parte delle forze che sono lì per proteggere i civili. In questo senso, gli obblighi dell’attività militare e umanitaria coincidono.Quali sono le regole?Le regole di ingaggio sono le regole della vita e della morte. Le Roe in Iraq sono un insieme classificato di linee guida che definiscono quando e come la forza può essere usata dai militari. Non sappiamo in cosa consistano esattamente le Roe, ma possiamo fare ragionate congetture sulle regole generali e quelle particolari di specifici momenti basandoci sulle dichiarazioni pubbliche dei militari. In ogni caso bisogna ricordare che non abbiamo un’immagine chiara e intera di cosa stia accadendo in Iraq.Ci sono buoni motivi per mantenere il segreto sulle Roe. Innanzitutto, se il nemico conoscesse le regole che guidano l’azione nemica, saprebbe in anticipo quale reazione aspettarsi e potrebbe usare questa conoscenza a suo favore. Ci sono buoni motivi anche per declassificare alcune Roe, in particolare per capire meglio cosa non funziona dal momento che troppo spesso i militari fanno ricorso ad esse come giustificazione. Se l’esercito sostiene che un soldato non ha violato le regole di ingaggio e tuttavia ha ucciso un civile, in che modo possiamo capire cosa non abbia funzionato se non sappiamo di quali regole stiamo parlando? Il Dipartimento di Difesa americano definisce così le regole d’ingaggio: «Le direttive pubblicate da un’autorità militare competente che delineano le circostanze e le limitazioni sotto cui le forze statunitensi devono comportarsi durante un combattimento». Le Roe insomma definiscono quando e come la forza può essere usata dai militari. Si tratta perlopiù di regole abbastanza generali che tengono conto di una miriade di possibilità nelle quali i militari possono imbattersi; in ogni caso spesso includono anche informazioni specifiche così da costringere l’azione su un binario previsto. Per esempio, durante la guerra in Iraq nel 2003, le Roe americane comprendevano il divieto di colpire le moschee, ad eccezione dei casi di autodifesa. Mentre tutti i soldati e marine in Iraq operano secondo le regole d’ingaggio generiche che coprono tutti, ci sono anche Roe specifiche che entrano in gioco per operazioni particolari. Così, se per sommi capi possiamo dire che parte delle Roe generali in Iraq autorizzano l’uso di forza letale nei casi di autodifesa, un’operazione specifica può limitare il permesso di ricorrere all’uso della armi solo quando serve per rispondere al fuoco nemico e non per anticipare un presunto pericolo.Secondo il diritto umanitario internazionale (Ihl) i militari non sono tenuti a fare tutto il possibile per proteggere i civili, né dovrebbero farlo. Non possiamo aspettarci che si facciano carico di rischi che metterebbero le truppe di fronte ad un pericolo eccessivo. Ad esempio, non possiamo chiedere che le mappe con le posizioni dei checkpoint vengano distribuite in Iraq perché questo provocherebbe seri rischi. Tuttavia i militari non possono scaricare le loro difficoltà sulla popolazione civile: sembra invece che il timore di eventuali pericoli stia sottoponendo i civili ad un rischio sempre più grande. Nel rapporto americano sull’uccisione di Calipari, l’assenza di dissuasori di velocità ai checkpoint palesa questo stato mentale: «I soldati hanno creduto che la disposizione di concertina li avrebbe esposti a rischi supplementari». Queste barriere non sono state usate nel caso di Calipari, ma pare abbastanza ovvio che i militari debbano assumersi alcune responsabilità di base per garantire la protezione ai civili. Quando questo tipo di prevenzione del rischio ha la sistematica precedenza rispetto alle precauzioni di base è tempo di riesaminare le regole in vigore. Non tutte le uccisioni sono una violazione delle Roe. Spesso gli investigatori arrivano alla conclusione che le regole non sono state violate anche in presenza di civili uccisi. Ma come può l’uccisione di un innocente essere giustificata dalle Roe? Secondo il diritto umanitario internazionale, i militari sono tenuti, in maniera diversa, a distinguere tutte le volte che possono fra combattenti e civili. Perché questo avvenga, l’esercito è tenuto a fare «ogni cosa possibile per verificare» che gli obiettivi da attaccare siano militari e non civili o soggetti a protezione speciale. Inoltre, i militari Usa sono tenuti a prendere «tutte le precauzioni possibili nella scelta dei mezzi e dei metodi» di guerra in modo da evitare «il più possibile il ferimento e la perdita accidentale di vite civili o il danneggiamento di strutture civili». Se nonostante il soddisfacimento di questi requisiti i civili continuano a morire, ciò è tragico ma non fuori legge. I punti salienti sono i termini «ogni cosa possibile» e «tutto il possibile»: certamente c’è sempre qualcosa in più che potrebbe essere fatto. I militari potrebbero far rispettare un coprifuoco di 24 ore e assicurare l’incolumità dei civili ai checkpoint e in altre zone, tuttavia misure draconiane come queste non sarebbero solo poco pratiche ma violerebbero anche il diritto umanitario internazionale. Così i militari cercano di arrivare ad un equilibrio e le Roe rappresentano le linee guida che dovrebbero regolamentare l’uso della forza. Qui sorge spontanea una domanda: le Roe in vigore sono adeguate? Queste regole in Iraq sembrano imperfette e nei checkpoint sono infrante. CheckpointI checkpoint in Iraq sono pericolosi sia per i soldati che li controllano che per le persone che li attraversano, ma i soldati sono proprio lì con il compito di proteggere quegli stessi civili che stanno uccidendo. Il 7 agosto del 2003 sei membri della famiglia al-Kawwaz furono colpiti nei pressi di un checkpoint, il padre e tre bambini rimasero uccisi. Nel mese di giugno del 2004, il dottor Mumtaz Jaber raccontò a un reporter che suo nipote di tre anni di età era stato ucciso a un punto di controllo perché l’automobile dei genitori non si era prontamente fermata. Queste storie e altre non hanno l’attenzione internazionale che ha avuto l’uccisione di Nicola Calipari. Che cosa deve accadere perché l’esercito degli Stati Uniti capisca che le procedure seguite finora necessitano di cambiamenti? Le raccomandazioni contenute nella ricerca sul caso Calipari saranno prese seriamente? Sono tutte raccomandazioni che erano già state fatte in precedenza. Perché non erano in vigore la notte che Calipari fu ucciso? I militari statunitensi chiamano il tipo di checkpoint del caso Calipari blocking position. Le blocking position sono i posti di blocco dove le unità tentano di rimandare indietro i veicoli evitando perquisizioni. Secondo l’indagine Usa, all’unità militare in questione era stato ordinato di attenersi alle Tactical standing operating procedures, ma questo insieme di procedure per checkpoint «non fornisce linee guida in merito alle blocking position». «Non ci sono prove per affermare che i soldati erano stati addestrati ad eseguire blocking position prima di allora» ha ammesso il rapporto del Pentagono. L’inchiesta ha così scoperto che l’unità operativa invece che seguire indicazioni scritte, ha usato procedure informali tramandate da una unità all’altra di volta in volta. In effetti, secondo quanto rilevato dalle indagini, l’unità che colpì Calipari non era stata mai addestrata alla corretta procedura da seguire per mantenere una blocking position: usando truppe non addestrate si fanno correre rischi inutili sia ai soldati Usa che ai civili iracheni.Sembra evidente che le Roe in Iraq debbano essere riviste ed è disarmante sapere che siano occorsi due anni e la morte di un ufficiale italiano per riconoscere la necessità di un cambiamento nella gestione dei checkpoint. Dopo la caduta di Baghdad, Human Rights Watch aveva espresso ai comandanti dell’esercito Usa la propria preoccupazione a proposito dei troppi civili morti nei posti di blocco. I comandanti risposero di aver identificato molti problemi nelle procedure e di essere in procinto di prendere provvedimenti correttivi. Nel suo rapporto del 2003, Hearts and Minds, Human Rights Watch aveva invitato i militari americani in Iraq a prendere ulteriori misure di sicurezza ai checkpoint, attraverso migliori segnalazioni luminose e con cartelli in arabo, oltre che ad iniziare una campagna di pubblica informazione sul comportamento da adottare da parte dei civili e ad affiancare degli interpreti ai militari.Tuttavia, per attenersi al rapporto degli Usa sulla notte nella quale Calipari fu ucciso, i soldati di quel checkpoint non utilizzarono alcun tipo di segnaletica per avvertire i veicoli di rallentare, né disposero limitatori di velocità, materiale tra l’altro facilmente trasportabile e di rapida installazione. Il rapporto ha suggerito inoltre di stabilire un programma per informare tutti gli iracheni sul comportamento da tenere in prossimità dei posti di blocco, ha richiesto ai soldati di considerare la visuale degli autisti e di disporre la segnaletica di avviso. Le raccomandazioni della relazione dei militari Usa rispecchiano molte delle raccomandazioni fatte da Hrw almeno due anni prima.Secondo il rapporto del Pentagono, le procedure che avrebbero dovuto essere attuate al checkpoint (e non parliamo di blocking position) la notte della morte di Calipari includevano «una linea di allerta (Alert line), una linea d’avvertimento (Warning line), una Stop line, una zona di perquisizione (Search area) e una zona di sorveglianza (Overwatch area)». In accordo alle Tactical standing operating procedures, la Search area dovrebbe essere «un punto di controllo ben illuminato, in collegamento con le strutture poste nelle vicinanze, una zona abbastanza ampia da permettere il lavoro di più di una squadra di ricerca, dovrebbe consentire la disposizione di segnali di pericolo a distanza sufficiente affinché il conducente possa reagire, dovrebbe prevedere l’uso di barriere fisiche per costringere i veicoli a rallentare e altri tipi di barriere, come chiodi per forare pneumatici, per bloccare il movimento di un veicolo che volesse tentare di proseguire oltre». Il rapporto afferma inoltre che le unità operative ai checkpoint dovrebbero essere dotate di «segnali di pericolo, triangoli, cavalletti, coni per il traffico e/o chiodi fora-pneumatici». Nessuno di questi articoli sembra essere stato usato la notte in cui è morto Calipari. Mentre alcune delle procedure da seguire per un posto di blocco standard sono state rispettate, non lo sono state molte altre che avrebbero potuto salvare la vita di Nicola Calipari. Quanti civili iracheni - che non avevano l’importanza di Calipari - sarebbero ancora vivi se questi cambiamenti fossero stati operati due anni fa? L’esercito Usa non è stato in grado di risolvere dei problemi già noti e questo deve essere evidenziato.Un rapporto separato del governo italiano, diffuso il 3 maggio, avalla molti dei risultati del rapporto americano ma diverge su alcuni dettagli. In particolare, fa notare il completo disinteresse da parte degli statunitensi di preservare il luogo dell’evento per la raccolta di elementi e indizi, oltre alla volontaria distruzione di prove da parte di personale americano. La conservazione del luogo dell’incidente per fotografi e analisti avrebbe aiutato l’esercito Usa a capire meglio la dinamica dei fatti e avrebbe potuto guidare verso una maggiore protezione dei civili e un miglioramento delle Roe. Stessa amarezza suscita la distruzione delle registrazioni relative all’unità che gestiva in quel momento il checkpoint. In questi casi ogni prova dovrebbe essere conservata perché possa fungere da lezione per il futuro e per facilitare il corso della giustizia. Purtroppo, l’assunzione di responsabilità non è stato uno dei punti di forza dell’esercito americano in Iraq. ResponsabilitàUn problema essenziale nelle uccisioni di civili da parte dei soldati degli Stati Uniti è l’assenza di responsabilità. Legate all’assunzione di responsabilità sono due questioni importanti: le indagini e le punizioni. Ogni qual volta è stata avviata una indagine, il personale militare coinvolto è stato scagionato dalle colpe in quasi tutti i casi di uccisione di civili, così come è successo all’unità implicata nella morte di Calipari. Tutto questo alimenta un’atmosfera di impunità nella quale i soldati sviluppano la mentalità del “prima spara, poi chiedi”. In alcuni casi importanti nei quali si è andati a processo, anche i soldati riconosciuti colpevoli sono stati condannati a pene lievi o nulle. Uno schiaffo sulla mano è spesso tutto ciò che la giustizia militare americana impone.I militari degli Stati Uniti devono capire che quando le regole d’ingaggio vengono violate deve essere condotta un’indagine aperta anche al pubblico iracheno; in caso contrario si alimenta la cospirazione, il malcontento, la vendetta. Se anche i crimini più manifesti sono dimenticati, perché gli iracheni non dovrebbero pensare che lo stesso accadrà negli altri casi? Tutte le morti di civili sono apparentemente investigate dai militari americani, il loro lavoro non sembra però adeguato quando si devono spiegare i risultati delle indagini. Per quanto riguarda Calipari le conclusioni della commissione d’inchiesta sono state pubblicate in un tentativo di fornire agli italiani un senso di giustizia. Perché gli iracheni non godono dello stesso trattamento? Le loro vite sono così insignificanti da non poter essere trattate alla stessa maniera di un europeo?Il recente caso del tenente Ilario Pantano non è mai arrivato alla Corte marziale, che è la più alta corte militare che può giudicare un membro dell’esercito. Bisogna sapere che prima di arrivare davanti alla suprema corte, si tiene un’udienza per decidere se il caso merita un’attenzione così particolare. Questa prima udienza viene chiamata “Articolo 32”. I risultati dell’udienza hanno suggerito che non ci fossero i termini per spedire presso la Corte marziale il marine Pantano, colpevole di aver ucciso due civili iracheni. Pantano era stato accusato di aver sparato trenta colpi alle spalle di due iracheni disarmati e l’unica punizione che ha subito è stata una riduzione di grado perché i giudici hanno riscontrato «una morale e un’etica sbagliate» nell’aver colpito quei due uomini così tante volte. Sembra incredibile che questo caso non sia finito in tribunale ed è sbalorditivo che non si sia riscontrata una violazione delle Roe. Secondo le indagini svolte non esistono prove che Pantano non abbia agito per legittima difesa e che quindi l’uccisione degli iracheni non fosse avvenuta nel pieno rispetto delle Roe. Tutto questo sottolinea quanto sia realmente difficile mandare un soldato o un marine americano di fronte alla Corte marziale per quanto fatto in Iraq. Se questo caso non merita un processo, cosa allora lo merita? L’uccisione misericordiosaPerfino quando si arriva alla Corte marziale, si riesce ad eludere la giustizia. Ad aprile del 2005 un capitano dell’esercito, Rogelio Maynulet, era stato ritenuto colpevole per omicidio colposo volontario. Durante una sparatoria a seguito di un tentativo di fermare un membro delle milizie di al-Sadr, l’uomo alla guida dell’automobile venne ferito gravemente. Il capitano Maynulet gli sparò poi il colpo di grazia per quella che venne definita «un’uccisione di misericordia» una sorta di “eutanasia” per alleviare definitivamente le sofferenze del ferito. “L’uccisione misericordiosa” non esiste per la legge e le azioni del capitano sono state giudicate illegali, ma la sua punizione è stata quella di essere rilasciato a piede libero e di non trascorrere nemmeno un giorno in prigione. Poco importava che un uomo inoffensivo che non rappresentava una minaccia fosse stato ucciso. Il commento migliore è stato quello del procuratore, il maggiore John Rothwell: «Quale genere di istituzione diventerebbero gli Usa se un assalto mirato per commettere omicidi volontari colposi passasse per un atto onorevole?». Questo ulteriore episodio mostra che c’è una generale assenza di responsabilità in Iraq; anche se colpevoli, i soldati americani passeggiano liberi.La realtà è che manca un qualunque tipo di punizione. Il messaggio che arriva ai soldati è che anche se le regole vengono violate la giustizia chiuderà entrambi gli occhi. L’esercito Usa deve impegnarsi di più per rafforzare le misure punitive contro i flagranti trasgressori della legge. Non sono sufficienti una degradazione o il pagamento di una penale. Quando vengono commessi crimini gravi occorre prendere provvedimenti seri. Gli iracheni hanno fatto esperienza in prima persona della vacuità della giustizia americana e noi non possiamo essere sorpresi della loro disillusione.L’esercito degli Stati Uniti ha operato in Iraq per più di due anni e in questo lasso di tempo un indefinito numero di civili è stato ucciso. Quanti ancora ne moriranno prima che gli Usa revisionino le loro regole di ingaggio diventate ormai le regole della vita e della morte note solo a una delle parti in causa? Queste regole permettono di giustificare nella pratica qualunque uccisione e perfino di fronte ad un caso che occupa la scena internazionale per la sua importanza, non viene fatto nulla. Non ci sono punizioni per il colpevole, le regole non vengono cambiate. Anche se le raccomandazioni fatte da Human Rights Watch due anni fa erano molto elementari e seguivano il semplice buon senso, non si è fatta attenzione e il Pentagono ha raggiunto le stesse conclusioni nel suo rapporto. Esistono misure semplici ed efficaci per migliorare le Roe e i checkpoint, basterebbe applicarle. Si tratta di precauzioni di base per migliorare la sicurezza sia dei civili che dei soldati in Iraq. Bisogna agire e gli Stati Uniti dovrebbero fare qualcosa di più che dire: «Siamo spiacenti, abbiamo commesso un errore».

*Senior Military Analyst Human Rights Watch