Daham
Kasim Fahayh si mostra ferito davanti a me, colpito
sei volte per essersi avvicinato nell’aprile del
2003 a un checkpoint americano, durante la guerra in
Iraq. Mi ha raccontato la storia di come lui, allora
direttore per l’elettricità del sudovest
dell’Iraq, decise di portare via la sua famiglia
da Nassiriya e di trasferirsi fuori città perché
era troppo pericoloso restare. Caricò i suoi
cari su una Peugeot del 2002 e cominciò il viaggio
arrivando ben presto a un posto di controllo americano.
«Non sapevo cosa dover fare, non ho capito cosa
avrei dovuto fare, così ci siamo fermati e abbiamo
atteso». A quel punto gli americani hanno iniziato
a sparare. Dai suoi occhi sgorgano lacrime e sua moglie,
distesa dietro una tenda, inizia a piangere e a lamentarsi
mentre lui ricorda i nomi dei suoi figli. «Marwa,
9 anni, Mohammed 6, Zaina 5 e Zara 3, sono stati tutti
uccisi. A mia moglie hanno sparato due volte e io ho
perso la gamba e alcuni organi. Quando mi hanno estratto
dalla macchina hanno detto: “Ci dispiace, abbiamo
commesso un errore”». Due anni dopo è
cambiato poco e gli errori cancellano le vite di civili
che non sanno ancora come comportarsi in prossimità
dei checkpoint e che vivono con la paura di imbattersi
in questi posti di controllo. Ciò che è
cambiato è che ora anche i soldati affrontano
timori e pericoli simili mentre l’insurrezione
in Iraq li vede sempre più dei bersagli vulnerabili
da colpire con autobombe. Una nazione di civili confusi
che cercano di vivere nonostante tutto, dove soldati
spaventati cercano di fare il loro lavoro, crea una
pericolosa combinazione di paura nella quale innocenti
sono uccisi perché scambiati per rivoltosi. La
recente e tragica morte di Nicola Calipari al checkpoint
di Baghdad è un riflettore che illumina una serie
di problemi nelle regole d’ingaggio (Roe) in Iraq
e in particolare ai posti di blocco. Ma negli ultimi
due anni non ci sono stati fari ad illuminare situazioni
simili e forse è a causa di questo che non sono
intervenuti cambiamenti. La morte di Calipari forse
ora costringerà l’esercito statunitense
a rivedere il modus operandi dei checkpoint. Occorre
però anche analizzare le Roe in generale e i
problemi relativi alle loro applicazioni ai checkpoint
in particolare per determinare quali strade seguire
e quali modifiche operare.I militari americani responsabili
per la sicurezza non mirano deliberatamente ai civili
in Iraq come obiettivo delle loro azioni, ma certo non
si sta facendo abbastanza per ridurre il danno ai civili
come richiesto dal diritto internazionale. L’esercito
americano fa fronte ai quotidiani attacchi di chi si
oppone agli Usa, alla coalizione di occupazione e al
nuovo governo iracheno; un contesto del genere non può
però essere una scusa per mettere a rischio la
vita di innocenti. Né il violento scenario iracheno
assolve i militari dall’obbligo di limitare l’uso
della forza, di impiegarla in maniera proporzionata
e discriminata, e solo quando è strettamente
necessaria. Il numero crescente di civili uccisi in
Iraq fornisce il drammatico quadro di un esercito così
preoccupato di garantire la propria sicurezza da non
prendere le misure necessarie per proteggere i civili
e che usa la scusa delle regole di ingaggio per rispondere
alle critiche. Punto centrale delle critiche che vengono
mosse ai militari è l’assenza di indagini
e di provvedimenti seri in caso di errori. Abbiamo visto
troppo spesso gli Usa favorevoli solo a parole a un’indagine
sulla morte di un iracheno o all’avviamento di
inchieste ogni qual volta è stata invocata la
linea difensiva delle regole d’ingaggio. Anche
quando le Roe vengono soddisfatte, queste risultano
troppo vaghe, consentendo di fatto l’uccisione
di civili in un paese in cui gli standard del diritto
internazionale dovrebbero costringere le forze militari
a un maggior grado di rigore e responsabilità.
Tuttavia, sarebbe ingenuo non riconoscere l’impatto
che anche le azioni dei rivoltosi hanno sulla vita quotidiana
dei civili iracheni e ingiusto caricare l’intera
responsabilità sui soldati americani. Dalla formazione
del governo iracheno, sono stati uccisi molti più
civili nel corso di azioni degli insorti che non a causa
della violazione delle regole di ingaggio o per regole
di ingaggio eseguite in maniera errata. Human Rights
Watch (Hrw) riconosce che l’insurrezione sta uccidendo
civili in Iraq ogni giorno: questo ci fa paura, tuttavia,
in tale contesto ci interessa il miglioramento delle
misure di sicurezza da parte delle forze che sono lì
per proteggere i civili. In questo senso, gli obblighi
dell’attività militare e umanitaria coincidono.Quali
sono le regole?Le regole di ingaggio sono le regole
della vita e della morte. Le Roe in Iraq sono un insieme
classificato di linee guida che definiscono quando e
come la forza può essere usata dai militari.
Non sappiamo in cosa consistano esattamente le Roe,
ma possiamo fare ragionate congetture sulle regole generali
e quelle particolari di specifici momenti basandoci
sulle dichiarazioni pubbliche dei militari. In ogni
caso bisogna ricordare che non abbiamo un’immagine
chiara e intera di cosa stia accadendo in Iraq.Ci sono
buoni motivi per mantenere il segreto sulle Roe. Innanzitutto,
se il nemico conoscesse le regole che guidano l’azione
nemica, saprebbe in anticipo quale reazione aspettarsi
e potrebbe usare questa conoscenza a suo favore. Ci
sono buoni motivi anche per declassificare alcune Roe,
in particolare per capire meglio cosa non funziona dal
momento che troppo spesso i militari fanno ricorso ad
esse come giustificazione. Se l’esercito sostiene
che un soldato non ha violato le regole di ingaggio
e tuttavia ha ucciso un civile, in che modo possiamo
capire cosa non abbia funzionato se non sappiamo di
quali regole stiamo parlando? Il Dipartimento di Difesa
americano definisce così le regole d’ingaggio:
«Le direttive pubblicate da un’autorità
militare competente che delineano le circostanze e le
limitazioni sotto cui le forze statunitensi devono comportarsi
durante un combattimento». Le Roe insomma definiscono
quando e come la forza può essere usata dai militari.
Si tratta perlopiù di regole abbastanza generali
che tengono conto di una miriade di possibilità
nelle quali i militari possono imbattersi; in ogni caso
spesso includono anche informazioni specifiche così
da costringere l’azione su un binario previsto.
Per esempio, durante la guerra in Iraq nel 2003, le
Roe americane comprendevano il divieto di colpire le
moschee, ad eccezione dei casi di autodifesa. Mentre
tutti i soldati e marine in Iraq operano secondo le
regole d’ingaggio generiche che coprono tutti,
ci sono anche Roe specifiche che entrano in gioco per
operazioni particolari. Così, se per sommi capi
possiamo dire che parte delle Roe generali in Iraq autorizzano
l’uso di forza letale nei casi di autodifesa,
un’operazione specifica può limitare il
permesso di ricorrere all’uso della armi solo
quando serve per rispondere al fuoco nemico e non per
anticipare un presunto pericolo.Secondo il diritto umanitario
internazionale (Ihl) i militari non sono tenuti a fare
tutto il possibile per proteggere i civili, né
dovrebbero farlo. Non possiamo aspettarci che si facciano
carico di rischi che metterebbero le truppe di fronte
ad un pericolo eccessivo. Ad esempio, non possiamo chiedere
che le mappe con le posizioni dei checkpoint vengano
distribuite in Iraq perché questo provocherebbe
seri rischi. Tuttavia i militari non possono scaricare
le loro difficoltà sulla popolazione civile:
sembra invece che il timore di eventuali pericoli stia
sottoponendo i civili ad un rischio sempre più
grande. Nel rapporto americano sull’uccisione
di Calipari, l’assenza di dissuasori di velocità
ai checkpoint palesa questo stato mentale: «I
soldati hanno creduto che la disposizione di concertina
li avrebbe esposti a rischi supplementari». Queste
barriere non sono state usate nel caso di Calipari,
ma pare abbastanza ovvio che i militari debbano assumersi
alcune responsabilità di base per garantire la
protezione ai civili. Quando questo tipo di prevenzione
del rischio ha la sistematica precedenza rispetto alle
precauzioni di base è tempo di riesaminare le
regole in vigore. Non tutte le uccisioni sono una violazione
delle Roe. Spesso gli investigatori arrivano alla conclusione
che le regole non sono state violate anche in presenza
di civili uccisi. Ma come può l’uccisione
di un innocente essere giustificata dalle Roe? Secondo
il diritto umanitario internazionale, i militari sono
tenuti, in maniera diversa, a distinguere tutte le volte
che possono fra combattenti e civili. Perché
questo avvenga, l’esercito è tenuto a fare
«ogni cosa possibile per verificare» che
gli obiettivi da attaccare siano militari e non civili
o soggetti a protezione speciale. Inoltre, i militari
Usa sono tenuti a prendere «tutte le precauzioni
possibili nella scelta dei mezzi e dei metodi»
di guerra in modo da evitare «il più possibile
il ferimento e la perdita accidentale di vite civili
o il danneggiamento di strutture civili». Se nonostante
il soddisfacimento di questi requisiti i civili continuano
a morire, ciò è tragico ma non fuori legge.
I punti salienti sono i termini «ogni cosa possibile»
e «tutto il possibile»: certamente c’è
sempre qualcosa in più che potrebbe essere fatto.
I militari potrebbero far rispettare un coprifuoco di
24 ore e assicurare l’incolumità dei civili
ai checkpoint e in altre zone, tuttavia misure draconiane
come queste non sarebbero solo poco pratiche ma violerebbero
anche il diritto umanitario internazionale. Così
i militari cercano di arrivare ad un equilibrio e le
Roe rappresentano le linee guida che dovrebbero regolamentare
l’uso della forza. Qui sorge spontanea una domanda:
le Roe in vigore sono adeguate? Queste regole in Iraq
sembrano imperfette e nei checkpoint sono infrante.
CheckpointI checkpoint in Iraq sono pericolosi sia per
i soldati che li controllano che per le persone che
li attraversano, ma i soldati sono proprio lì
con il compito di proteggere quegli stessi civili che
stanno uccidendo. Il 7 agosto del 2003 sei membri della
famiglia al-Kawwaz furono colpiti nei pressi di un checkpoint,
il padre e tre bambini rimasero uccisi. Nel mese di
giugno del 2004, il dottor Mumtaz Jaber raccontò
a un reporter che suo nipote di tre anni di età
era stato ucciso a un punto di controllo perché
l’automobile dei genitori non si era prontamente
fermata. Queste storie e altre non hanno l’attenzione
internazionale che ha avuto l’uccisione di Nicola
Calipari. Che cosa deve accadere perché l’esercito
degli Stati Uniti capisca che le procedure seguite finora
necessitano di cambiamenti? Le raccomandazioni contenute
nella ricerca sul caso Calipari saranno prese seriamente?
Sono tutte raccomandazioni che erano già state
fatte in precedenza. Perché non erano in vigore
la notte che Calipari fu ucciso? I militari statunitensi
chiamano il tipo di checkpoint del caso Calipari blocking
position. Le blocking position sono i posti di blocco
dove le unità tentano di rimandare indietro i
veicoli evitando perquisizioni. Secondo l’indagine
Usa, all’unità militare in questione era
stato ordinato di attenersi alle Tactical standing operating
procedures, ma questo insieme di procedure per checkpoint
«non fornisce linee guida in merito alle blocking
position». «Non ci sono prove per affermare
che i soldati erano stati addestrati ad eseguire blocking
position prima di allora» ha ammesso il rapporto
del Pentagono. L’inchiesta ha così scoperto
che l’unità operativa invece che seguire
indicazioni scritte, ha usato procedure informali tramandate
da una unità all’altra di volta in volta.
In effetti, secondo quanto rilevato dalle indagini,
l’unità che colpì Calipari non era
stata mai addestrata alla corretta procedura da seguire
per mantenere una blocking position: usando truppe non
addestrate si fanno correre rischi inutili sia ai soldati
Usa che ai civili iracheni.Sembra evidente che le Roe
in Iraq debbano essere riviste ed è disarmante
sapere che siano occorsi due anni e la morte di un ufficiale
italiano per riconoscere la necessità di un cambiamento
nella gestione dei checkpoint. Dopo la caduta di Baghdad,
Human Rights Watch aveva espresso ai comandanti dell’esercito
Usa la propria preoccupazione a proposito dei troppi
civili morti nei posti di blocco. I comandanti risposero
di aver identificato molti problemi nelle procedure
e di essere in procinto di prendere provvedimenti correttivi.
Nel suo rapporto del 2003, Hearts and Minds, Human Rights
Watch aveva invitato i militari americani in Iraq a
prendere ulteriori misure di sicurezza ai checkpoint,
attraverso migliori segnalazioni luminose e con cartelli
in arabo, oltre che ad iniziare una campagna di pubblica
informazione sul comportamento da adottare da parte
dei civili e ad affiancare degli interpreti ai militari.Tuttavia,
per attenersi al rapporto degli Usa sulla notte nella
quale Calipari fu ucciso, i soldati di quel checkpoint
non utilizzarono alcun tipo di segnaletica per avvertire
i veicoli di rallentare, né disposero limitatori
di velocità, materiale tra l’altro facilmente
trasportabile e di rapida installazione. Il rapporto
ha suggerito inoltre di stabilire un programma per informare
tutti gli iracheni sul comportamento da tenere in prossimità
dei posti di blocco, ha richiesto ai soldati di considerare
la visuale degli autisti e di disporre la segnaletica
di avviso. Le raccomandazioni della relazione dei militari
Usa rispecchiano molte delle raccomandazioni fatte da
Hrw almeno due anni prima.Secondo il rapporto del Pentagono,
le procedure che avrebbero dovuto essere attuate al
checkpoint (e non parliamo di blocking position) la
notte della morte di Calipari includevano «una
linea di allerta (Alert line), una linea d’avvertimento
(Warning line), una Stop line, una zona di perquisizione
(Search area) e una zona di sorveglianza (Overwatch
area)». In accordo alle Tactical standing operating
procedures, la Search area dovrebbe essere «un
punto di controllo ben illuminato, in collegamento con
le strutture poste nelle vicinanze, una zona abbastanza
ampia da permettere il lavoro di più di una squadra
di ricerca, dovrebbe consentire la disposizione di segnali
di pericolo a distanza sufficiente affinché il
conducente possa reagire, dovrebbe prevedere l’uso
di barriere fisiche per costringere i veicoli a rallentare
e altri tipi di barriere, come chiodi per forare pneumatici,
per bloccare il movimento di un veicolo che volesse
tentare di proseguire oltre». Il rapporto afferma
inoltre che le unità operative ai checkpoint
dovrebbero essere dotate di «segnali di pericolo,
triangoli, cavalletti, coni per il traffico e/o chiodi
fora-pneumatici». Nessuno di questi articoli sembra
essere stato usato la notte in cui è morto Calipari.
Mentre alcune delle procedure da seguire per un posto
di blocco standard sono state rispettate, non lo sono
state molte altre che avrebbero potuto salvare la vita
di Nicola Calipari. Quanti civili iracheni - che non
avevano l’importanza di Calipari - sarebbero ancora
vivi se questi cambiamenti fossero stati operati due
anni fa? L’esercito Usa non è stato in
grado di risolvere dei problemi già noti e questo
deve essere evidenziato.Un rapporto separato del governo
italiano, diffuso il 3 maggio, avalla molti dei risultati
del rapporto americano ma diverge su alcuni dettagli.
In particolare, fa notare il completo disinteresse da
parte degli statunitensi di preservare il luogo dell’evento
per la raccolta di elementi e indizi, oltre alla volontaria
distruzione di prove da parte di personale americano.
La conservazione del luogo dell’incidente per
fotografi e analisti avrebbe aiutato l’esercito
Usa a capire meglio la dinamica dei fatti e avrebbe
potuto guidare verso una maggiore protezione dei civili
e un miglioramento delle Roe. Stessa amarezza suscita
la distruzione delle registrazioni relative all’unità
che gestiva in quel momento il checkpoint. In questi
casi ogni prova dovrebbe essere conservata perché
possa fungere da lezione per il futuro e per facilitare
il corso della giustizia. Purtroppo, l’assunzione
di responsabilità non è stato uno dei
punti di forza dell’esercito americano in Iraq.
ResponsabilitàUn problema essenziale nelle uccisioni
di civili da parte dei soldati degli Stati Uniti è
l’assenza di responsabilità. Legate all’assunzione
di responsabilità sono due questioni importanti:
le indagini e le punizioni. Ogni qual volta è
stata avviata una indagine, il personale militare coinvolto
è stato scagionato dalle colpe in quasi tutti
i casi di uccisione di civili, così come è
successo all’unità implicata nella morte
di Calipari. Tutto questo alimenta un’atmosfera
di impunità nella quale i soldati sviluppano
la mentalità del “prima spara, poi chiedi”.
In alcuni casi importanti nei quali si è andati
a processo, anche i soldati riconosciuti colpevoli sono
stati condannati a pene lievi o nulle. Uno schiaffo
sulla mano è spesso tutto ciò che la giustizia
militare americana impone.I militari degli Stati Uniti
devono capire che quando le regole d’ingaggio
vengono violate deve essere condotta un’indagine
aperta anche al pubblico iracheno; in caso contrario
si alimenta la cospirazione, il malcontento, la vendetta.
Se anche i crimini più manifesti sono dimenticati,
perché gli iracheni non dovrebbero pensare che
lo stesso accadrà negli altri casi? Tutte le
morti di civili sono apparentemente investigate dai
militari americani, il loro lavoro non sembra però
adeguato quando si devono spiegare i risultati delle
indagini. Per quanto riguarda Calipari le conclusioni
della commissione d’inchiesta sono state pubblicate
in un tentativo di fornire agli italiani un senso di
giustizia. Perché gli iracheni non godono dello
stesso trattamento? Le loro vite sono così insignificanti
da non poter essere trattate alla stessa maniera di
un europeo?Il recente caso del tenente Ilario Pantano
non è mai arrivato alla Corte marziale, che è
la più alta corte militare che può giudicare
un membro dell’esercito. Bisogna sapere che prima
di arrivare davanti alla suprema corte, si tiene un’udienza
per decidere se il caso merita un’attenzione così
particolare. Questa prima udienza viene chiamata “Articolo
32”. I risultati dell’udienza hanno suggerito
che non ci fossero i termini per spedire presso la Corte
marziale il marine Pantano, colpevole di aver ucciso
due civili iracheni. Pantano era stato accusato di aver
sparato trenta colpi alle spalle di due iracheni disarmati
e l’unica punizione che ha subito è stata
una riduzione di grado perché i giudici hanno
riscontrato «una morale e un’etica sbagliate»
nell’aver colpito quei due uomini così
tante volte. Sembra incredibile che questo caso non
sia finito in tribunale ed è sbalorditivo che
non si sia riscontrata una violazione delle Roe. Secondo
le indagini svolte non esistono prove che Pantano non
abbia agito per legittima difesa e che quindi l’uccisione
degli iracheni non fosse avvenuta nel pieno rispetto
delle Roe. Tutto questo sottolinea quanto sia realmente
difficile mandare un soldato o un marine americano di
fronte alla Corte marziale per quanto fatto in Iraq.
Se questo caso non merita un processo, cosa allora lo
merita? L’uccisione misericordiosaPerfino quando
si arriva alla Corte marziale, si riesce ad eludere
la giustizia. Ad aprile del 2005 un capitano dell’esercito,
Rogelio Maynulet, era stato ritenuto colpevole per omicidio
colposo volontario. Durante una sparatoria a seguito
di un tentativo di fermare un membro delle milizie di
al-Sadr, l’uomo alla guida dell’automobile
venne ferito gravemente. Il capitano Maynulet gli sparò
poi il colpo di grazia per quella che venne definita
«un’uccisione di misericordia» una
sorta di “eutanasia” per alleviare definitivamente
le sofferenze del ferito. “L’uccisione misericordiosa”
non esiste per la legge e le azioni del capitano sono
state giudicate illegali, ma la sua punizione è
stata quella di essere rilasciato a piede libero e di
non trascorrere nemmeno un giorno in prigione. Poco
importava che un uomo inoffensivo che non rappresentava
una minaccia fosse stato ucciso. Il commento migliore
è stato quello del procuratore, il maggiore John
Rothwell: «Quale genere di istituzione diventerebbero
gli Usa se un assalto mirato per commettere omicidi
volontari colposi passasse per un atto onorevole?».
Questo ulteriore episodio mostra che c’è
una generale assenza di responsabilità in Iraq;
anche se colpevoli, i soldati americani passeggiano
liberi.La realtà è che manca un qualunque
tipo di punizione. Il messaggio che arriva ai soldati
è che anche se le regole vengono violate la giustizia
chiuderà entrambi gli occhi. L’esercito
Usa deve impegnarsi di più per rafforzare le
misure punitive contro i flagranti trasgressori della
legge. Non sono sufficienti una degradazione o il pagamento
di una penale. Quando vengono commessi crimini gravi
occorre prendere provvedimenti seri. Gli iracheni hanno
fatto esperienza in prima persona della vacuità
della giustizia americana e noi non possiamo essere
sorpresi della loro disillusione.L’esercito degli
Stati Uniti ha operato in Iraq per più di due
anni e in questo lasso di tempo un indefinito numero
di civili è stato ucciso. Quanti ancora ne moriranno
prima che gli Usa revisionino le loro regole di ingaggio
diventate ormai le regole della vita e della morte note
solo a una delle parti in causa? Queste regole permettono
di giustificare nella pratica qualunque uccisione e
perfino di fronte ad un caso che occupa la scena internazionale
per la sua importanza, non viene fatto nulla. Non ci
sono punizioni per il colpevole, le regole non vengono
cambiate. Anche se le raccomandazioni fatte da Human
Rights Watch due anni fa erano molto elementari e seguivano
il semplice buon senso, non si è fatta attenzione
e il Pentagono ha raggiunto le stesse conclusioni nel
suo rapporto. Esistono misure semplici ed efficaci per
migliorare le Roe e i checkpoint, basterebbe applicarle.
Si tratta di precauzioni di base per migliorare la sicurezza
sia dei civili che dei soldati in Iraq. Bisogna agire
e gli Stati Uniti dovrebbero fare qualcosa di più
che dire: «Siamo spiacenti, abbiamo commesso un
errore».
*Senior Military Analyst Human Rights
Watch
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