Chi ha avuto la fortuna di leggere il capolavoro di
Jaroslav Hasek, “il buon soldato Sc’vèik”
(che consiglio a chi questa fortuna non ha ancora avuto)
ricorderà bene che le comiche e grottesche avventure
del bonario anti-eroe praghese cominciano con l’attentato
di Sarajevo e la morte dell’arciduca Ferdinando.
Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale. E cosa
accade? Nelle osterie compare l’agente in borghese
Bretschneider, della sezione politica della questura
di Praga, il quale, con lo zelo burocratico del gendarme
in forza in un regime autoritario, tra una birra e l’altra
chiede, sonda, ascolta. E alla fine arresta i suoi poveri
e malcapitati interlocutori per “alto tradimento”.
“L’attentato di Sarajevo aveva riempito
di numerose vittime i locali della Questura centrale.
Le conducevano una dopo l’altra e il vecchio funzionario
di servizio diceva con la sua voce benevola: il vostro
Ferdinando vi costerà caro, amici miei”.
Del resto bisognava fare qualcosa: se c’era stato
un attentato a Sarajevo per forza di cose Praga doveva
essere piena di traditori e un regime che si rispettasse
non poteva che mostrare il suo volto feroce ma soprattutto
non poteva rimanere con le mani in mano. Una logica
stringente…
Mi rendo conto che, partendo da questa citazione, quello
che sto per dire potrebbe risultare poco simpatico.
Tuttavia, con tutto il rispetto per il nostro Stato
(che è democratico e non autoritario) e per i
suoi apparati polizieschi, di intelligence e giudiziari,
dal 1999 passando per il 2001 fino ad oggi, molte volte
ho avuto l’impressione di rivedere in alcune vicende
giudiziarie l’ombra dell’agente Bretschneider
e dei suoi superiori, i quali erano mossi non già
dall’esigenza di trovare un colpevole perché
fosse colpevole di qualcosa, ma di rastrellare persone
da arrestare, perché era la situazione in se
stessa che aveva bisogno di colpevoli.
Dopo il 1999 e il ritorno delle Brigate Rosse –
partito comunista combattente, non sono mancate le inchieste
giudiziarie che hanno trasformato sovversivi in brigatisti
o hanno assimilato gruppi rivoluzionari a gruppi pronti
a imbracciare le armi. Così come sono moltiplicate
le inchieste sul fronte islamico che hanno trasformato
molti anti-americani, anti-imperialisti o simpatizzanti
del jihad nel braccio armato di Osama Bin Laden, come
se avere in odio Bush, gli Stati Uniti o simpatizzare
per i gruppi armati islamici fosse, di per sé,
una prova di essere parte integrante di un progetto
ben più ampio.
Beninteso, le Br-Pcc (e il gruppo politico-militare
espressione della seconda posizione) ci sono stati.
E sono stati bloccati grazie ai nostri apparati. Così
come molti terroristi islamisti “veri” sono
stati scoperti e neutralizzati, prima che in Italia
potesse accadere qualcosa di terribile come la strage
dell’11 marzo a Madrid e della metropolitana di
Londra. Ma è altrettanto vero che i successi
sono stati accompagnati da errori, alcuni dei quali
abbastanza significativi come – a mio giudizio
– l’inchiesta su Iniziativa comunista della
quale si farebbe bene a rileggere – criticamente
– cosa fu fatto scrivere sui giornali, a proposito
della scoperta di un gruppo filo-brigatista.
Partendo da queste considerazioni, abbiamo ritenuto
molto importante e significativo pubblicare ampi stralci
della sentenza di non luogo a procedere del Gup di Bologna,
Rita Zaccariello, che ha prosciolto alcuni militanti
dei Carc dall’accusa di associazione sovversiva.
Al di là degli aspetti più propriamente
giuridici – infatti qui interessa la prospettiva
di intelligence – ci sono un paio di aspetti che
riguardano i Carc e che vanno sottolineati: anzitutto
che si trattò di un grossolano errore ritenere,
come fu fatto fin dal 1999, che i Carc fossero un gruppo
rivoluzionario più o meno collegato con le Br-Pcc.
Semmai erano (e sono) un gruppo concorrente che non
ha mai avuto alcun collegamento operativo, mentre dal
punto di vista politico le concezioni espresse sono
diametralmente opposte. L’altro aspetto è
che spesso si è ritenuto che la “clandestinità”
che dovrebbe contraddistinguere l’operato dei
militanti del (nuovo) Partito comunista, non sia altro
che il secondo livello “terrorista”. Un
errore interpretativo, a mio giudizio. Nell’area
carchiana, infatti, il secondo livello è ipotizzato
come condizione necessaria per costruire il partito.
Mentre la fase insurrezionale o armata dovrebbe cominciare
solo una volta terminato il processo di costruzione
del partito. Per cui dire che il “secondo livello”
sia in sé un gruppo sovversivo è sbagliato.
Tanto che gli stessi militanti del gruppo Aurora –
come risulta peraltro dai documenti sequestrati - uscirono
a suo tempo dai Carc e dal (n) Pci proprio perché
non condividevano l’esistenza di queste due fasi:
una solo politica come premessa di quella insurrezionale.
Tanto da assumere la denominazione di partito comunista
politico-militare per sottolineare la differenza.
Nell’ordinanza del Gup Zaccariello queste differenze
sono, a mio parere, ben colte. E non si tratta di bizantinismi
ma di questioni dirimenti se si vogliono ben comprendere
le logiche dei gruppi politicamente sovversivi e, di
conseguenza, valutare concretamente (e non emotivamente)
quali sono i reali rischi di deriva terroristica in
quell’area rivoluzionaria.
Quanto al resto della rivista, in questo numero il Focus
è dedicato al problema delle migrazioni. Una
sezione contiene un saggio di grande interesse di Ainhoa
Agullò Fernandez che riguarda anche il fenomeno
del brain drain, ossia non solo la fuga della braccia,
ma anche quella dei “cervelli”. Una situazione
che contribuisce a deteriorare le condizioni sociali
ed economiche dei paesi d’origine, ma anche il
“danno collaterale” chiamato brain waste,
dovuto al mancato utilizzo di queste risorse nel paese
di destinazione della migrazione.
Grazie al contributo di Oliviero Bergamini, inviato
del Tg3, abbiamo poi affrontato l’argomento della
tratta dei birmani. Di Birmania si è parlato
molto a proposito del suo regime e della repressione
contro i manifestanti. Molto poco a proposito dei traffici
di essere umani. Certamente perché si tratta
di un fenomeno che ha una ripercussione soprattutto
regionale e, quindi, è poco sentito come un’emergenza
in occidente. Tuttavia Bergamini, con il suo stile da
grande inviato, è riuscito a rendere perfettamente
la terribile condizione birmana, che è poi tragicamente
la stessa di tutti i popoli costretti da fame, miseria
e oppressione a cercare fortuna altrove. Ed infatti
il focus è aperto da un intervento di Tiziana
Gentile, la quale – sulla base dei dati Istat
e del rapporto annuale della Caritas – ha spiegato
come le nuove forme di immigrazione abbiano trasformato
migliaia di persone negli schiavi del XXI secolo, mentre
- dato da tenere in grande considerazione – il
business del traffico umano rappresenta ormai il terzo
grande fatturato della nuova barbarie, dopo i traffici
di armi e della droga. Anche per questo servirebbero
politiche complessive di coordinamento dei vari Stati.
Ma in questo ben poco si fa, se non interventi molto
settorializzati.
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| Rivista
di Intelligence dicembre 2008 |
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