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Rivista di Intelligence giugno 2008

Gianni Cipriani

diretore del Cesint

Soldati di ventura


Milizie private o compagnie militari private o compagnie di sicurezza private. Chiamiamoli come vogliamo e leggiamo questo fenomeno alla luce della legislazione internazionale o di quella nazionale e il risultato non cambia: c’è un processo di privatizzazione della guerra e della gestione della sicurezza nelle aree di crisi che è parte integrante del profondo mutamento del concetto stesso di guerra, così diversa da quella combattuta dagli eserciti regolari nei campi di battaglia. Se si tratti di una involuzione o di una innovazione dettata dalla “modernità” non è difficile dire: la privatizzazione della guerra e della sicurezza rappresenta una involuzione che ci riporta direttamente ai tempi dei Lanzichenecchi e dei Corsari, al diritto di saccheggio, alla libertà di violare le regole e all’ambiguità degli Stati che utilizzano i servizi delle nuove compagnie, li promuovono, li sostengono e li finanziano, ma sempre mantenendone ufficialmente le distanza, acciocché nulla possa essere loro imputato o contestato. In altri termini, così come è storicamente accaduto in alcune delle “cover operations” dei servizi di intelligence, si utilizza personale esterno per le azioni meno nobili, ma in maniera tale che non rimanga traccia o quantomeno non ci sia una paternità diretta. Così è capitato che alcuni “contractors” siano stati coinvolti in crimini, torture e omicidi - come lo scandalo del carcere iracheno di Abu Ghraib - ma spesso, grazie ad una legislazione incerta, a “salvacondotti” variamente giustificati in base a norme e ordini legali, i responsabili di tali atti e le loro società non hanno subito alcuna conseguenza. Una situazione vista con estrema preoccupazione dalle stesse Nazioni Unite nel rapporto firmato da José Luiz Gomez del Prado.

È nostra convinzione che il proliferare della Compagnie private - militari o di sicurezza che siano - è il frutto di una progressiva “deregulation” delle politiche internazionali e dei rapporti tra Stati ed espressione dell’affermazione dei “diritti dei forti”. Oltre a ciò, il processo di privatizzazione della guerra e delle sue attività collaterali è determinato da esigenze di carattere economico, ossia di poter ottenere il massimo di presenza militare con il minimo dei costi. L’utilizzo delle compagnie private, infatti, costituisce per i committenti un grande risparmio, se si paragona il costo rispetto agli eserciti regolari o alle polizie propriamente dette. Inoltre, come diretta conseguenza dell’esplosione di questo fenomeno, si è determinato un vero e proprio commercio di mano d’opera, ossia di combattenti spesso reclutati nei paesi più poveri – dal Sudamerica all’Africa - e mandati nei teatri di guerra, spesso senza garanzie e senza veri diritti in caso di controversie. Parlando di “lotta al terrorismo” e di nuove politiche internazionali per la sicurezza, come inquadrare tutto questo fenomeno in una prospettiva di intelligence? Certamente il massiccio utilizzo delle compagnie private può rappresentare una semplificazione dei problemi nell’immediato. E sicuramente, come detto, l’ambiguo rapporto internità/ esternità garantito dai “contractors” può essere funzionale alle politiche di alcuni Stati, sempre nella risoluzione immediata dei problemi. Tuttavia, in una prospettiva più complessiva, il proliferare delle compagnie private non può che rappresentare un fattore di destabilizzazione e di maggiore insicurezza. Già si è lungamente discusso quanto, nella “lotta al terrorismo”, l’uso di torture, rapimenti, assassinii deliberati e prepotenze nei confronti della popolazione civile abbia maggiormente legittimato il fronte dei terroristi o dei “resistenti”. Le compagnie private si muovono entro questo solco. Oltre a ciò esiste il concreto rischio


Rivista di Intelligence giugno 2008