Milizie private o compagnie militari private
o compagnie di sicurezza private. Chiamiamoli come vogliamo
e leggiamo questo fenomeno alla luce della legislazione
internazionale o di quella nazionale e il risultato
non cambia: c’è un processo di privatizzazione
della guerra e della gestione della sicurezza nelle
aree di crisi che è parte integrante del profondo
mutamento del concetto stesso di guerra, così
diversa da quella combattuta dagli eserciti regolari
nei campi di battaglia. Se si tratti di una involuzione
o di una innovazione dettata dalla “modernità”
non è difficile dire: la privatizzazione della
guerra e della sicurezza rappresenta una involuzione
che ci riporta direttamente ai tempi dei Lanzichenecchi
e dei Corsari, al diritto di saccheggio, alla libertà
di violare le regole e all’ambiguità degli
Stati che utilizzano i servizi delle nuove compagnie,
li promuovono, li sostengono e li finanziano, ma sempre
mantenendone ufficialmente le distanza, acciocché
nulla possa essere loro imputato o contestato. In altri
termini, così come è storicamente accaduto
in alcune delle “cover operations” dei servizi
di intelligence, si utilizza personale esterno per le
azioni meno nobili, ma in maniera tale che non rimanga
traccia o quantomeno non ci sia una paternità
diretta. Così è capitato che alcuni “contractors”
siano stati coinvolti in crimini, torture e omicidi
- come lo scandalo del carcere iracheno di Abu Ghraib
- ma spesso, grazie ad una legislazione incerta, a “salvacondotti”
variamente giustificati in base a norme e ordini legali,
i responsabili di tali atti e le loro società
non hanno subito alcuna conseguenza. Una situazione
vista con estrema preoccupazione dalle stesse Nazioni
Unite nel rapporto firmato da José Luiz Gomez
del Prado.
È nostra convinzione che il proliferare della
Compagnie private - militari o di sicurezza che siano
- è il frutto di una progressiva “deregulation”
delle politiche internazionali e dei rapporti tra Stati
ed espressione dell’affermazione dei “diritti
dei forti”. Oltre a ciò, il processo di
privatizzazione della guerra e delle sue attività
collaterali è determinato da esigenze di carattere
economico, ossia di poter ottenere il massimo di presenza
militare con il minimo dei costi. L’utilizzo delle
compagnie private, infatti, costituisce per i committenti
un grande risparmio, se si paragona il costo rispetto
agli eserciti regolari o alle polizie propriamente dette.
Inoltre, come diretta conseguenza dell’esplosione
di questo fenomeno, si è determinato un vero
e proprio commercio di mano d’opera, ossia di
combattenti spesso reclutati nei paesi più poveri
– dal Sudamerica all’Africa - e mandati
nei teatri di guerra, spesso senza garanzie e senza
veri diritti in caso di controversie. Parlando di “lotta
al terrorismo” e di nuove politiche internazionali
per la sicurezza, come inquadrare tutto questo fenomeno
in una prospettiva di intelligence? Certamente il massiccio
utilizzo delle compagnie private può rappresentare
una semplificazione dei problemi nell’immediato.
E sicuramente, come detto, l’ambiguo rapporto
internità/ esternità garantito dai “contractors”
può essere funzionale alle politiche di alcuni
Stati, sempre nella risoluzione immediata dei problemi.
Tuttavia, in una prospettiva più complessiva,
il proliferare delle compagnie private non può
che rappresentare un fattore di destabilizzazione e
di maggiore insicurezza. Già si è lungamente
discusso quanto, nella “lotta al terrorismo”,
l’uso di torture, rapimenti, assassinii deliberati
e prepotenze nei confronti della popolazione civile
abbia maggiormente legittimato il fronte dei terroristi
o dei “resistenti”. Le compagnie private
si muovono entro questo solco. Oltre a ciò esiste
il concreto rischio
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| Rivista
di Intelligence giugno 2008 |
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