Rivista di Intelligence numero 3 novembre 2007
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Valter Bielli
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Calipari giustizia negata


Con la sentenza della terza Corte d’Assise di Roma il marine Mario Lozano che uccise il 4 marzo 2005 a Baghdad il dirigente del Sismi Nicola Calipari non potrà essere processato in Italia. Questa decisione viene dopo che gli Usa ripetutamente hanno cercato di impedire l’accertamento della verità, per giustificare un omicidio che a tutt’oggi presenta risvolti inquietanti. Il dispositivo della sentenza ha decretato il “non luogo a procedere” per “carenza di giurisdizione” e in tal modo ha accolto la richiesta americana di non processare Lozano, in quanto saremmo di fronte non a un “delitto politico”, ma a un “delitto comune”. I giudici della Corte d’Assise si sono fermati qui, non hanno sentito la necessità di leggere le carte processuali e provare a fare luce sui fatti; in tal modo è stata negata la giustizia. In questa sede non interessa intervenire sugli aspetti giuridici della sentenza, che dovrà essere approfondita. Ma va detto con la necessaria fermezza che si è trattato di un “omicidio politico” da collocarsi in un preciso contesto strategico su cui è bene fare chiarezza.
Nicola Calipari quella tragica notte a bordo della Toyota Corolla guidata dall’agente Carpani, con Giuliana Sgrena seduta accanto a lui, andava verso l’aeroporto dopo una trattativa con i sequestratori conclusa con il rilascio della giornalista del Manifesto. Il nostro agente si era recato in Iraq, per conto del governo e salvare la vita alla nostra connazionale. La decisione di trattare con i rapitori e recuperare gli ostaggi era stata una decisione politica, forse l’unica presa bipartisan durante la Presidenza del Consiglio di Berlusconi tra maggioranza e opposizione e in precedenza aveva già tratto in salvo le “due Simone” Pari e Torretta.
La scelta di liberare gli ostaggi aprendo trattative con i sequestratori, in una fase di grande conflitto in Iraq, con gli americani, proiettati esclusivamente sull’opzione militare e di repressione, non era mai stata digerita dal comando Usa, che a più riprese aveva criticato l’opzione italiana. Ma la scelta fatta dalle autorità e dai nostri servizi d’Intelligence si dimostrava efficace per i risultati ottenuti e nel contempo evidenziava una capacità di conoscenza del territorio e una presenza significativa di fonti informative. In varie occasioni la capillarità delle fonti Sismi aveva garantito notizie utili a prevenire attentati e a salvare la vita a tanti soldati impegnati in quel Paese. Potevano gli americani sopportare l’idea che la guerra in Iraq per ottenere risultati doveva essere combattuta più sul versante diplomatico e d’Intelligence che non su quello propriamente militare e far passare l’idea della trattativa, che ovviamente legittima l’avversario, come strumento possibile e da utilizzare almeno per salvare vite umane? Sulla morte di Nicola Calipari, si intrecciano questioni assai complesse, a cui non si vuole dare risposta; in primis se l’attentato fosse stato pianificato, per dare un segnale all’Italia richiamandola all’ordine come aveva fatto intendere quel Negroponte ambasciatore Usa in Iraq secondo cui mai si sarebbe dovuto trattare con i terroristi. Aver abdicato sul procedimento dalla Corte d’Assise impedisce di sapere perché quello che non era un chek-point ma un posto di blocco mobile che doveva restare meno di 20 minuti è stato attivo per oltre un’ora e mezza e perché lo stesso Lozano abbia fatto intendere la presenza di un altro commando Usa che avrebbe sparato. Avere rinunciato a dare queste risposte da parte dei nostri giudici oltre che errore giuridico si configura come una rinuncia alla nostra sovranità nazionale.
Calipari è morto da eroe, in nome della patria, in una missione in cui i servizi d’Intelligence italiani, rivendicando una propria autonomia, si erano messi in rotta di collisione con quelli statunitensi. Non è dato saperne di più per colpa dei depistaggi attuati dagli americani e oggi da questa decisione grave di “non luogo a procedere”. La politica poteva e deve fare molto di più di quanto fatto fino a oggi. Berlusconi dopo l’omicidio del dirigente del Sismi si allineò immediatamente alle posizioni americane, ma ciò che preoccupa è che anche questo governo nonostante le tante dichiarazioni che si sprecano non dimostra determinazione necessaria per avere dagli Usa un comportamento che si deve da un Paese alleato e amico. Si ha l’impressione che la tanto declamata autonomia nazionale sia solo evocata ma che in verità esista ancora una subordinazione che non può essere tollerata. Inaccettabile è la teorizzazione secondo la quale essendo fedeli alleati degli americani, capifila e decisori della guerra in Iraq dovremmo accettare ogni loro scelta. Essere amici non significa essere subalterni e l’omicidio Calipari oltre che richiedere che giustizia sia fatta, pone il problema della nostra dignità nazionale e non parole, ma atti concreti debbono venire dal governo e dal parlamento a difesa e a tutela della democrazia, che per essere tale ha come condizione indispensabile un’Italia libera e autonoma.

Rivista di Intelligence numero 3 novembre 2007