Chiamiamola
pure sfida. Non possiamo conoscerne il risultato finale,
ma sappiamo, però, che vale la pena accettarla
e impegnarsi a fondo per raggiungere l’obiettivo:
far diventare sempre di più l’intelligence
un terreno
(o una materia) di approfondimento e confronto culturale
e scientifico, sottraendola nello stesso tempo ad approcci
di tipo pseudo-poliziesco e ai pregiudizi attraverso
i quali si cerca di trovare un rassicurante “colpevole”
esterno a qualcosa a cui non si riesce a dare una spiegazione
compatibile
con i nostri schemi precostituiti.
La “guerra fredda”, con tutte le sue storture,
è finita, anche se qualcuno fa finta di non accorgersene.
E quindi, per quanto riguarda specificamente l’Italia,
sono venute meno anche le ragioni storiche di vecchie
contrapposizioni, pagate dolorosamente da molti cittadini
con vere e proprie forme di discriminazione nel lavoro
e nella vita sociale.
La storia, dunque, non va confusa con il presente. Né
bisogna rassegnarsi al fatto che drammi e deviazioni
debbano ripetersi all’infinito, solo perché
sono accaduti in passato.
Oggi siamo di fronte ad uno scenario completamente differente,
come quello della globalizzazione e del confronto tra
il nord del mondo e un sud sempre più povero,
che preme perché sia affermato il suo diritto
alla dignità della vita. Governare i processi
di intelligence nella globalizzazione è quindi
non solo una necessità storica, ma un vero e
proprio dovere per chi ha a cuore le sorti dell’umanità.
Del resto, proprio perché intelligence significa
conoscenza, capacità di previsione e di analisi,
è del tutto chiaro che questo strumento può
rappresentare la vera e propria alternativa alla filosofia
della guerra quale strumento privilegiato per la risoluzione
dei conflitti; alle scelte (talora alle non-scelte)
politiche che possono provocare catastrofi umanitarie
e non solo.
Nel nostro piccolo vogliamo raccogliere questa sfida
e cercare di dare un contributo. Tecnico e specialistico,
possibilmente svincolato dalle logiche, gli umori e
i condizionamenti del dibattito interno, dove l’argomentare
è spesso sostituito da affermazioni apodittiche
che rispondono solo a logiche di parte. Un contributo
necessariamente plurale e senza verità precostituite,
proprio perché la cultura dell’intelligence
si afferma con il confronto di idee e di approcci diversi,
nella attenta valutazione delle ragioni altrui, nell’approfondimento.
Per cominciare questa avventura, abbiamo scelto di esordire
con un numero zero. Dal prossimo autunno, quando cominceranno
le pubblicazioni “regolari” – è
bene precisare subito – il trimestrale avrà
una diversa forma grafica ed una foliazione un po’
più corposa. Tuttavia i drammatici eventi dei
mesi scorsi e le polemiche che ne sono seguite, hanno
in qualche modo imposto di preparare una monografia
sulla vicenda dell’uccisione di Nicola Calipari
ad un posto di blocco statunitense in Iraq. Ciò
non solo perché la questione non può dirsi
affatto conclusa, ma anche perché è necessario
non archiviare un affaire che va ben oltre il dramma
della morte del funzionario del Sismi, ma riguarda il
modo con cui concepire il proprio ruolo militare, i
rapporti con gli alleati, la propria visione del diritto
internazionale umanitario e del rispetto delle regole
e delle Convenzioni.
La tragedia del 4 marzo, dunque, non può essere
ridotta al solo dibattito sulla velocità della
Toyota Corolla e sulla (presunta) disattenzione del
maggiore Carpani. Ma deve essere contestualizzata con
ciò che sta accadendo in Iraq e quali sono le
conseguenze, da questo punto di vista, della presenza
militare statunitense.
Con questo numero zero crediamo di poter fornire un
modesto contributo di conoscenza ulteriore. Ad esempio
pubblicando alcune statistiche che, da sole, rappresentano
la migliore spiegazione del 4 marzo: secondo i nostri
calcoli, infatti, Nicola Calipari è stato il
282° civile ad essere ucciso dall’inizio della
guerra in Iraq in un posto di blocco gestito dai militari
statunitensi. E nonostante la grande eco internazionale
che quella morte ha provocato, nei due mesi successivi
(i dati sono aggiornati al 30 aprile 2005) altri 29
civili sono morti agli stessi checkpoint. Tutto è
continuato come prima o, forse, come se nulla fosse
accaduto.
Secondo la nostra ricerca, inoltre, risulta che dal
20 marzo 2003, ossia dal giorno di inizio della seconda
guerra in Iraq, fino allo scorso 30 aprile i morti i
posti di blocco americani siano stati 311 e i feriti
674. Che significa, grosso modo, che ogni cinque giorni
ci sono stati due morti e quattro feriti. Dati –
fatto non secondario – che riguardano solo le
aree principali del paese, dove le organizzazioni umanitarie,
la stampa indipendente e gli ospedali, sono in grado
di raccogliere le notizie. Mentre nulla si sa, ovviamente,
su cosa sia accaduto nelle aree più periferiche
dell’Iraq, lontano da occhi indiscreti. Per cui
le cifre possono, semmai, essere sbagliate per difetto.
Salvo alcuni rarissimi episodi, nello stesso tempo,
non risulta che gli altri contingenti militari presenti
in Iraq abbiano provocato morti ai loro posti di blocco.
Eppure il rischio che corrono quei soldati non è
minore a quello cui sono esposti i militari statunitensi.
Sempre dalla nostra ricerca, che in questo caso si basa
essenzialmente dai dati che emergono nelle testimonianze
raccolte dal reparto di investigazioni dell’Esercito
degli Stati Uniti, risulta che ai posti di blocco non
raramente si fa uso di proiettili all’uranio impoverito;
che molte volte i militari statunitensi – per
non correre rischi - non controllano se all’interno
di una macchina fermata con i mitragliatori ci siano
feriti da soccorrere; che non raramente ai soldati viene
dato l’ordine di sparare direttamente sugli occupanti
e non prima sul vano motore.
Anche l’analisi di questo modus operandi non può
non essere considerata per una valutazione corretta
di quanto accaduto il 4 marzo. Senza dimenticare che
se le indagini della procura di Roma confermassero,
come sembra dai primi rilievi tecnici, che a sparare
sulla Toyota Corolla sono state più armi, ciò
significherebbe che l’intera relazione degli Stati
Uniti sarebbe priva di valore, poiché si baserebbe
su testimonianze giurate con le quali si è dichiarato
il falso.
Per una completezza di informazione – e per dare
uno strumento ai ricercatori e agli studiosi –
abbiamo inoltre deciso di pubblicare nella sezione documenti
le due relazioni integrali, senza nessun intervento
esterno (escluse le titolazioni) proprio perché
ognuno potesse leggere le due versioni e formarsi una
propria autonoma opinione. Oltre a ciò, abbiamo
pensato che alcuni saggi sulle regole d’ingaggio,
il diritto internazionale umanitario, il ruolo degli
Stati Uniti in relazione al mondo arabo e il diritto
penale militare italiano potessero fornire un utile
orientamento per meglio spiegare il contesto nel quale
si sono verificate la liberazione di Giuliana Sgrena
e l’uccisione di Nicola Calipari.
Nei prossimi numeri – che non saranno monografici
– sarà poi utile sviluppare un dibattito
sereno e argomentato sui rapimenti di cittadini italiani
in Iraq e in Afghanistan e su come sono state gestite
le trattative per la loro liberazione. Tema particolarmente
infuocato, anche rispetto al possibile aiuto che verrebbe
dato alle organizzazioni terroristiche e criminali pagando
i riscatti o concedendo contropartite. Vale la pena
discuterne, confrontando punti di vista diversi. Personalmente
ritengo che il fatto che Stefio, Agliana, Cupertino,
Pari, Torretta, Sgrena e Cantoni siano oggi sani e salvi
sia da considerare un fatto estremamente positivo. Al
contrario, la morte di Quattrocchi, Baldoni e Ayad Anuar
Wali una tragedia.
In
definitiva, con questo numero zero comincia una nuova
sfida come quella, anche nel nostro paese, di dare una
base scientifica, rigorosa, argomentata e possibilmente
partecipata all’intelligence. Promuovere il confronto
tra istituzioni, università, luoghi del sapere,
professori ed esperti in grado di dare un contributo
di conoscenza e di analisi per affrontare ogni singolo
problema. Perché l’intelligence non sia
questione di pochi, ma diventi interesse dei molti.
Nella consapevolezza che in un mondo globalizzato sarebbe
fuorviante e puerile rifugiarsi nel particulare, ignorando
che tutti i grandi temi sono inevitabilmente intrecciati
tra di loro. Non saranno gli egoismi a proteggere il
mondo dalle guerre e dal terrorismo, ma politiche condivise,
rispettose dei diritti e della dignità umana,
capaci di combattere la fame, appianare i conflitti,
prevenire le catastrofi, dare la speranza nel futuro
a chi quella speranza non ce l’ha più.
Se intelligence, come credo, significa poter dare un
contributo positivo nell’affrontare anche uno
solo di questi problemi, allora avrà davvero
un senso aver accettato questa sfida.
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