Rivista di Intelligence numero 0 giugno 2005
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Gianni Cipriani

direttore del Cesint

La nuova era dell'Intelligence


Chiamiamola pure sfida. Non possiamo conoscerne il risultato finale, ma sappiamo, però, che vale la pena accettarla e impegnarsi a fondo per raggiungere l’obiettivo: far diventare sempre di più l’intelligence un terreno
(o una materia) di approfondimento e confronto culturale e scientifico, sottraendola nello stesso tempo ad approcci di tipo pseudo-poliziesco e ai pregiudizi attraverso i quali si cerca di trovare un rassicurante “colpevole” esterno a qualcosa a cui non si riesce a dare una spiegazione compatibile
con i nostri schemi precostituiti.
La “guerra fredda”, con tutte le sue storture, è finita, anche se qualcuno fa finta di non accorgersene. E quindi, per quanto riguarda specificamente l’Italia, sono venute meno anche le ragioni storiche di vecchie contrapposizioni, pagate dolorosamente da molti cittadini con vere e proprie forme di discriminazione nel lavoro e nella vita sociale.
La storia, dunque, non va confusa con il presente. Né bisogna rassegnarsi al fatto che drammi e deviazioni debbano ripetersi all’infinito, solo perché sono accaduti in passato.
Oggi siamo di fronte ad uno scenario completamente differente, come quello della globalizzazione e del confronto tra il nord del mondo e un sud sempre più povero, che preme perché sia affermato il suo diritto alla dignità della vita. Governare i processi di intelligence nella globalizzazione è quindi non solo una necessità storica, ma un vero e proprio dovere per chi ha a cuore le sorti dell’umanità. Del resto, proprio perché intelligence significa conoscenza, capacità di previsione e di analisi, è del tutto chiaro che questo strumento può rappresentare la vera e propria alternativa alla filosofia della guerra quale strumento privilegiato per la risoluzione dei conflitti; alle scelte (talora alle non-scelte) politiche che possono provocare catastrofi umanitarie e non solo.
Nel nostro piccolo vogliamo raccogliere questa sfida e cercare di dare un contributo. Tecnico e specialistico, possibilmente svincolato dalle logiche, gli umori e i condizionamenti del dibattito interno, dove l’argomentare è spesso sostituito da affermazioni apodittiche che rispondono solo a logiche di parte. Un contributo necessariamente plurale e senza verità precostituite, proprio perché la cultura dell’intelligence si afferma con il confronto di idee e di approcci diversi, nella attenta valutazione delle ragioni altrui, nell’approfondimento.
Per cominciare questa avventura, abbiamo scelto di esordire con un numero zero. Dal prossimo autunno, quando cominceranno le pubblicazioni “regolari” – è bene precisare subito – il trimestrale avrà una diversa forma grafica ed una foliazione un po’ più corposa. Tuttavia i drammatici eventi dei mesi scorsi e le polemiche che ne sono seguite, hanno in qualche modo imposto di preparare una monografia sulla vicenda dell’uccisione di Nicola Calipari ad un posto di blocco statunitense in Iraq. Ciò non solo perché la questione non può dirsi affatto conclusa, ma anche perché è necessario non archiviare un affaire che va ben oltre il dramma della morte del funzionario del Sismi, ma riguarda il modo con cui concepire il proprio ruolo militare, i rapporti con gli alleati, la propria visione del diritto internazionale umanitario e del rispetto delle regole e delle Convenzioni.
La tragedia del 4 marzo, dunque, non può essere ridotta al solo dibattito sulla velocità della Toyota Corolla e sulla (presunta) disattenzione del maggiore Carpani. Ma deve essere contestualizzata con ciò che sta accadendo in Iraq e quali sono le conseguenze, da questo punto di vista, della presenza militare statunitense.
Con questo numero zero crediamo di poter fornire un modesto contributo di conoscenza ulteriore. Ad esempio pubblicando alcune statistiche che, da sole, rappresentano la migliore spiegazione del 4 marzo: secondo i nostri calcoli, infatti, Nicola Calipari è stato il 282° civile ad essere ucciso dall’inizio della guerra in Iraq in un posto di blocco gestito dai militari statunitensi. E nonostante la grande eco internazionale che quella morte ha provocato, nei due mesi successivi (i dati sono aggiornati al 30 aprile 2005) altri 29 civili sono morti agli stessi checkpoint. Tutto è continuato come prima o, forse, come se nulla fosse accaduto.
Secondo la nostra ricerca, inoltre, risulta che dal 20 marzo 2003, ossia dal giorno di inizio della seconda guerra in Iraq, fino allo scorso 30 aprile i morti i posti di blocco americani siano stati 311 e i feriti 674. Che significa, grosso modo, che ogni cinque giorni ci sono stati due morti e quattro feriti. Dati – fatto non secondario – che riguardano solo le aree principali del paese, dove le organizzazioni umanitarie, la stampa indipendente e gli ospedali, sono in grado di raccogliere le notizie. Mentre nulla si sa, ovviamente, su cosa sia accaduto nelle aree più periferiche dell’Iraq, lontano da occhi indiscreti. Per cui le cifre possono, semmai, essere sbagliate per difetto.
Salvo alcuni rarissimi episodi, nello stesso tempo, non risulta che gli altri contingenti militari presenti in Iraq abbiano provocato morti ai loro posti di blocco. Eppure il rischio che corrono quei soldati non è minore a quello cui sono esposti i militari statunitensi.
Sempre dalla nostra ricerca, che in questo caso si basa essenzialmente dai dati che emergono nelle testimonianze raccolte dal reparto di investigazioni dell’Esercito degli Stati Uniti, risulta che ai posti di blocco non raramente si fa uso di proiettili all’uranio impoverito; che molte volte i militari statunitensi – per non correre rischi - non controllano se all’interno di una macchina fermata con i mitragliatori ci siano feriti da soccorrere; che non raramente ai soldati viene dato l’ordine di sparare direttamente sugli occupanti e non prima sul vano motore.
Anche l’analisi di questo modus operandi non può non essere considerata per una valutazione corretta di quanto accaduto il 4 marzo. Senza dimenticare che se le indagini della procura di Roma confermassero, come sembra dai primi rilievi tecnici, che a sparare sulla Toyota Corolla sono state più armi, ciò significherebbe che l’intera relazione degli Stati Uniti sarebbe priva di valore, poiché si baserebbe su testimonianze giurate con le quali si è dichiarato il falso.
Per una completezza di informazione – e per dare uno strumento ai ricercatori e agli studiosi – abbiamo inoltre deciso di pubblicare nella sezione documenti le due relazioni integrali, senza nessun intervento esterno (escluse le titolazioni) proprio perché ognuno potesse leggere le due versioni e formarsi una propria autonoma opinione. Oltre a ciò, abbiamo pensato che alcuni saggi sulle regole d’ingaggio, il diritto internazionale umanitario, il ruolo degli Stati Uniti in relazione al mondo arabo e il diritto penale militare italiano potessero fornire un utile orientamento per meglio spiegare il contesto nel quale si sono verificate la liberazione di Giuliana Sgrena e l’uccisione di Nicola Calipari.
Nei prossimi numeri – che non saranno monografici – sarà poi utile sviluppare un dibattito sereno e argomentato sui rapimenti di cittadini italiani in Iraq e in Afghanistan e su come sono state gestite le trattative per la loro liberazione. Tema particolarmente infuocato, anche rispetto al possibile aiuto che verrebbe dato alle organizzazioni terroristiche e criminali pagando i riscatti o concedendo contropartite. Vale la pena discuterne, confrontando punti di vista diversi. Personalmente ritengo che il fatto che Stefio, Agliana, Cupertino, Pari, Torretta, Sgrena e Cantoni siano oggi sani e salvi sia da considerare un fatto estremamente positivo. Al contrario, la morte di Quattrocchi, Baldoni e Ayad Anuar Wali una tragedia.

In definitiva, con questo numero zero comincia una nuova sfida come quella, anche nel nostro paese, di dare una base scientifica, rigorosa, argomentata e possibilmente partecipata all’intelligence. Promuovere il confronto tra istituzioni, università, luoghi del sapere, professori ed esperti in grado di dare un contributo di conoscenza e di analisi per affrontare ogni singolo problema. Perché l’intelligence non sia questione di pochi, ma diventi interesse dei molti. Nella consapevolezza che in un mondo globalizzato sarebbe fuorviante e puerile rifugiarsi nel particulare, ignorando che tutti i grandi temi sono inevitabilmente intrecciati tra di loro. Non saranno gli egoismi a proteggere il mondo dalle guerre e dal terrorismo, ma politiche condivise, rispettose dei diritti e della dignità umana, capaci di combattere la fame, appianare i conflitti, prevenire le catastrofi, dare la speranza nel futuro a chi quella speranza non ce l’ha più.
Se intelligence, come credo, significa poter dare un contributo positivo nell’affrontare anche uno solo di questi problemi, allora avrà davvero un senso aver accettato questa sfida.